Sulle tracce del Romanico intorno al lago di Bolsena – Prima parte

Quattro splendide testimonianze di architettura romanica dell'Italia centrale fanno da filo conduttore ad un itinerario autunnale di due giorni intorno all'anello vulcanico del lago di Bolsena

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ITINERARIO: Da Roma, via Aurelia e SP3 per Tuscania; SP12 per Marta; Capodimonte; lungolago per Bolsena; SP53 e 54 per Civita di Bagnoregio; SS71 per Montefiascone; SP8 per Marta; rientro dall’Aurelia.

SAN PIETRO E SANTA MARIA MAGGIORE A TUSCANIA
C’è sempre una malinconia particolare in un sabato d’autunno, che il sole stranamente amplifica invece di smorzare, accendendo tutti i colori del foliage. Wanda viaggia serena lungo l’Aurelia prima e la tranquilla provinciale di campagna poi, da Roma diretta a Tuscania, prima tappa dell’itinerario. Un grecale fatalmente contrario illumina il cielo di un bell’azzurro schietto, ma non riesce a spazzare il sentimento di una stagione al congedo, già diventata nostalgia. L’antica cittadina etrusca, poi romana e infine feudo strategico decaduto in seguito all’espansione della vicina Viterbo, arriva dopo una passeggiata di meno di un’ora e mezza. La cinta muraria tufacea, con i suoi mattoni color pastello riscaldati dal sole, i bastioni merlati, gli archi di ingresso e le finestre a bifora che si intravedono nei piani alti degli edifici invitano a scoprire i segreti del borgo medioevale, ma per non dilatare troppo l’itinerario proseguiamo appena fuori dal paese, lungo la strada che porta al colle dove sorgeva l’antica acropoli etrusca e dove venne poi edificata, sulle rovine di un tempio romano, la bellissima basilica di San Pietro.
Questo splendido edificio di culto fu uno dei frutti di quel rinnovamento artistico, spirituale e vitale che attraversò l’Europa fra l’anno Mille e il secolo successivo e che in architettura venne in seguito denominato Romanico. Nuovi fermenti e nuove conquiste estetiche viaggiavano allora dalla Francia all’Italia, dalla Spagna alla Germania ai ritmi lenti delle carovane, e cittadine e villaggi gareggiavano nel ricostruire ed ornare le proprie chiese più belle di prima. “Era come se il mondo stesso, scuotendosi e spogliandosi della sua vecchiezza, si rivestisse d’ogni parte di un bianco mantello di chiese”. Così, intorno al 1040, scriveva il monaco Rodolfo il Glabro.
La bella metafora del candido mantello di chiese descrive bene l’impressione che si coglie nello scoprire la facciata di San Pietro a Tuscania, dopo esservi arrivati attraverso un percorso che sembra studiato per garantire l’effetto sorpresa. Si inizia salendo lungo l’arduo declivio del colle, mentre il motore rallenta al minimo per ammirare la mole della basilica, che nel frattempo è apparsa ancora di spalle con l’enorme profilo convesso della sua abside a strapiombo sul tufo. Si prosegue fiancheggiando il muro della navata destra e si arriva ad un piccolo spiazzo dove è possibile parcheggiare di fronte a un muso leonino che versa acqua in un cassone di marmo. Un cancelletto invita in un prato erboso: pochi passi con la vista ancora occlusa dal muro dell’antico Palazzo arcivescovile, ed ecco finalmente la facciata della chiesa riposta sullo sfondo, meravigliosa nel suo mantello di marmo incastonato fra i mattoni. I resti ben visibili delle mura difensive dell’antica acropoli e la percezione di trovarsi in aperta campagna amplificano la bellezza dello scenario. Sulla facciata, il solenne portale cosmatesco, la loggetta a colonnine ioniche nella sezione mediana e, in alto, un ricco rivestimento marmoreo con il sorprendente rosone posizionato al centro come Dio nel fulcro dell’universo, risplendono al sole del mattino sotto il cielo azzurrissimo. Vien proprio voglia di contemplare lo spettacolo sedendosi sull’erba a gambe incrociate, come si faceva da adolescenti.

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Dalla strada arriva il festoso cicaleccio di un pullman di turisti. Sciamano nel prato. I più si assiepano attorno alla guida; alcuni nelle retrovie commentano lo spaghetto della sera prima. Si direbbe che sia il momento buono per entrare in basilica.
Oltrepassato il portale laterale ed alzato lo sguardo verso lo spazio pieno di luce, di ariosità e di grandezza, si viene quasi spogliati dalla nudità di questo interno. In una sola occhiata, tutta quanta la personalità del Romanico investe lo spettatore con la sua possanza: gli enormi archi a tutto sesto, l’ampiezza delle navate, i pigmenti della pietra nuda, i soffitti a capriate lignee; il senso di luce, di massa e di virilità. Le tre navate, la centrale molto più ampia e spaziosa e le laterali più strette e di minore altezza, come di scuola. Il pavimento di quella centrale circoscritto da una cordata che preserva la bellissima decorazione cosmatesca in tutto simile a quella di tante basiliche romane, del monte Celio per esempio. La zona absidale, con resti di affreschi, appare sopraelevata per guadagnare spazio alla cripta sottostante, la cui dimensione naturalmente angusta è però animata da una selva di colonnette e resa comunque ariosa dal medesimo carattere spoglio della basilica.
Passeggiando in silenzio per le navate ancora fortunatamente deserte, difficile anche per il non credente non dare sfogo a talune esigenze spirituali di essenzialità e rinnovamento interiore.

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Una piccola sosta presso il banchetto dove acquistare una bella guida illustrata di Tuscania (utilissima per la prossima visita), e di nuovo fuori all’aria frizzante per una breve passeggiata all’esterno del sito, da cui ammirare in lontananza le propaggini tufacee della cittadina e respirare il messaggio del momento e del luogo. Wanda attende davanti alla fontana; poche centinaia di metri, stavolta in discesa lungo la stessa strada dell’andata, e si arriva alla basilica di Santa Maria Maggiore, seconda tappa.
Meno appariscente, vuoi a causa della visuale oppressa dalla massiccia torre campanaria insolitamente eretta proprio di fronte alla facciata, vuoi perché il “bianco mantello” è qui meno preponderante nell’insieme della decorazione, la chiesa è nondimeno un gioiello di architettura romanica. La facciata ripropone la tripartizione già vista in san Pietro: un portale, qui molto più ornato e ricco di sculture; una loggetta nel registro mediano con agili colonnine corinzie marmoree incastonate nel nenfro scuro; infine la sezione superiore con un rosone assai particolare, bellissimo, che grazie alle colonnette disposte a raggiera come in una ruota suggerisce il moto perpetuo dell’universo e della storia. Le decine di particolari figurativi scolpiti in un marmo ormai smangiato dagli agenti atmosferici ed i mattoni di tufo erosi dal tempo sanno di antico, di autentico.

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L’interno, che nell’insieme della struttura presenta carattere simile a quello della basilica precedente, risulta in realtà meno arioso a causa sia delle dimensioni più ridotte sia soprattutto degli enormi ponteggi di restauro che purtroppo al momento [novembre 2015] ingombrano lo spazio della navata centrale. L’infelice coincidenza invita a concentrarsi sui particolari piuttosto che sull’insieme, i quali in effetti non mancano: bizzarre e grottesche figure sui capitelli, un magnifico pergamo marmoreo, una vasca battesimale ottagonale, ma soprattutto il programma di affreschi trecenteschi, alcuni ridotti ad ombre altri ancora nitidi, che colorano le pareti. E quando si solleva il naso verso il grande e affollato Giudizio universale di scuola giottesca, posto sopra l’arco trionfale, non ci si può non pentire di non aver portato il binocolino da teatro: ne ho due, ma non ci penso mai!

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A MARTA
Arrivando a Marta dalla piacevole SP12, si ha la sensazione di sbarcare in un’altra dimensione non tanto dello spazio quanto dello spirito. C’è qualcosa di avvolgente che soffia nell’aria oltre al vento di tramontana – forse l’alito del vulcano collassato – in questo borghetto fatto di poco: un porticciolo, un lungolago, un piccolo centro storico e il nuovo modesto centro abitato intorno. Eppur fu dimora di papi. Nella seconda metà del Duecento Urbano IV, cardinale francese eletto da un conclave riunito nella vicina Viterbo, dopo aver deciso di non risiedere a Roma, vi fece costruire la rocca di cui ora resta, simbolo dello skyline martano, la ottagonale Torre dell’orologio. Chissà che non gli sia tornata utile mentre fuggiva scortato di qua e di là per l’alta Tuscia, a schivare i nobili ghibellini che Manfredi di Svevia – da lui scomunicato e deposto – gli aveva sguinzagliato contro per imprigionarlo.

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Il B&B consigliato da Tripadvisor è un posticino pulito e tranquillo in una viuzza discosta proprio alle spalle del lungolago. Ci sono: un piccolo giardino sicuramente piacevole d’estate, grandi stanze matrimoniali uso singola, un cartello con il prezzario e una scritta surreale: Bed end breakfast (confesso che mi ci è voluto qualche secondo per realizzare cosa non tornasse). Non ci sono: i tradizionali gadget per lavarsi, il phon, il parcheggio per la moto. Il tempo di cambiarsi e via subito verso la passeggiata a pelo d’acqua dalla quale si può avere un primo assaggio del vasto anello vulcanico di Bolsena. Il vento arriva freddo e deciso sul lungolago privo di ripari; le panchine sono vuote, si agitano i platani che cospargono il prato di foglie morte; spruzzi d’acqua scavalcano il muretto; l’isola Martana ben in vista di fronte, il promontorio di Capodimonte illuminato dal sole sulla sinistra, l’isola Bisentina molto più distante.
Ora di pranzo. Il ristorante prescelto è un posto semideserto con una sorta di veranda chiusa a ridosso del lungolago, dove godere in un apprezzabilissimo silenzio di un pranzo completo ad una cifra altrettanto apprezzabile: antipasto sofisticato, uno spaghetto al ragù di pesce discreto ma la cui abbondanza mi fa felice, e infine il famoso coregone alla griglia (la specialità del lago). Dal tavolino di fronte alla vetrata guardo le ondine nervose che si rincorrono nel lago increspato dalla tramontana, mentre in lontananza giace la figura verde scuro dell’isola Martana. Qui nell’anno 535 passò le sue ultime notti umide e nere la figlia di Teodorico, la regina dei Goti Amalasunta, relegata – vittima di intrighi di famiglia – in questo grosso scoglio in mezzo al lago. Si dice che ancora oggi i pescatori, nei giorni di tramontana, odano le urla di lei mentre veniva strangolata. Provo a drizzare le orecchie…

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CAPODIMONTE
Da Marta a Capodimonte il percorso è di pochissimi minuti e la strada conduce dritti al porticciolo munito di parcheggio. Il concerto delle scotte che battono per il vento contro gli alberi delle barche a vela ormeggiate lungo i moli è un allegro scampanìo che assomiglia moltissimo a quello di un fitto gregge e continua a sentirsi anche quando ci si lascia il lago alle spalle per iniziare a salire verso il paese vecchio.
Il promontorio su cui esso si distende è una piccola penisola che spezza l’andamento piano ed anulare della costa. Dopo una breve salita il lago, che ci eravamo lasciati sulla sinistra, riappare sulla destra, in basso, mentre dall’altro lato si erge in alto la mole di un’ennesima rocca con annesso castello a pianta ottagonale: quella dei Farnese, che la fecero costruire da Antonio da Sangallo nel Cinquecento e la elessero a dimora prediletta, per la gioia di papi, sovrani ed altri ospiti illustri. Ameno il sentiero che si inoltra, dalla parte del lago, lungo il costolone vulcanico del promontorio, offrendo panchine, piccoli affacci e vasti panorami: sicuramente una bella passeggiata romantica per le sere d’estate. Dattorno, macchia mediterranea in tutto simile agli assembramenti di rosmarino, alloro e mirto così comuni nelle coste del Centro-Sud.

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La passeggiata per questo bel borgo medioevale è un momento piacevole, attraverso i vicoli e gli sguardi discreti delle persiane mute, ormai chiuse fino alla prossima stagione. Gli esterni ora intonacati ora in mattoni di tufo si amalgamano in una tonalità complessivamente pastello; le strade lastricate a pavé o sanpietrino; il lato sinistro del promontorio con una vista splendida sul porticciolo e il lungolago. Qui ridisceso, mentre il grecale sembra ancora più irruento di prima, il casotto di un bar con una zucca sul bancone mi ricorda che è il 31 ottobre. Gruppetti di adolescenti già iniziano a godersi il loro anticipo di carnevale sfilando goffi nelle loro maschere diaboliche mentre sparano qualche petardo: si ritroveranno più tardi in qualche festicciola stregata, nelle case dove il portone è già sorvegliato da una zucca con la candela dentro e dal cui balcone pendono ragnatele e qualche strano mostriciattolo. Fa freddino lungo la passeggiata a pelo d’acqua ma il sole adesso velato tinge questo commiato della luce più consona. Tempo di tornare a Marta; ho un invito a cena da un amico – ma niente zucca accanto al portone.

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