Sulle tracce del Romanico intorno al lago di Bolsena – Seconda parte

Quattro splendide testimonianze di architettura romanica dell'Italia centrale fanno da filo conduttore ad un itinerario autunnale di due giorni intorno all'anello vulcanico del lago di Bolsena.

0
1333

ITINERARIO: Da Roma, via Aurelia e SP3 per Tuscania; SP12 per Marta; Capodimonte; lungolago per Bolsena; SP53 e 54 per Civita di Bagnoregio; SS71 per Montefiascone; SP8 per Marta; rientro dall’Aurelia. 

LUNGO L’ANELLO DEL LAGO

Se si costeggia il lago di Bolsena da Marta verso Nord fino all’omonima cittadina, imboccando, dopo Capodimonte, il lungolago anziché la statale, si possono fare interessanti esperienze di viaggio. La prima: finire con la moto su uno sterrato annunciato da Google Maps come strada e avere perciò l’ennesima conferma che l’occhio del satellite ha qualche problema di miopia nel distinguere fra tratti asfaltati e non; la seconda, più costruttiva: potersi fare un’idea, mentre si procede a velocità da passeggio attraversando campi ed orti, di quanto felice sia il microclima di un’area vulcanica come questa. Il tufo eruttato fra il Terziario e il Quaternario dalle esplosioni dei monti Volsinii, che conserva l’umidità in ogni stagione, permise allora ai laghi calderici di coronarsi di fitti boschi, e diede in seguito all’uomo la possibilità di coltivare con successo la vite, l’ulivo e gli ortaggi. La macchia mediterranea prolifica qui come nei miti litorali tirrenici, mentre le spiaggette sono spalleggiate da canneti e gli orti si estendono ridenti verso l’acqua laddove la costa è più bassa.

Foto_Uno

Si arriva quindi a Bolsena, uno splendido paese medioevale adagiato dolcemente su un pendio collinare e dominato dalla consueta rocca (stavolta un antico castello longobardo ricostruito in periodo rinascimentale dai signori del luogo, i Monaldeschi della Cervara). Dopo aver parcheggiato fuori dalle mura all’inizio del paese, ci si dirige verso Porta fiorentina e si percorre un lungo rettilineo che declina la migliore toponomastica patriottica: corso Cavour, corso della Repubblica, via Giuseppe Mazzini, via IV novembre… tutte strade che corrispondono in realtà (come ricorda un pannello davanti alla Porta) all’antico percorso della Via Francigena. Ci sono: un bel pavé, invitanti negozietti di artigianato locale, trattorie e numerosi vicoli che salgono da sinistra verso la rocca. Così, sulla scorta della facile indicazione “sempre dritto”, si arriva alla terza tappa del nostro itinerario romanico: la basilica di santa Cristina di Bolsena.

SANTA CRISTINA A BOLSENA

Come testimonianza di architettura romanica, questa chiesa è forse la meno suggestiva delle quattro in itinerario. La facciata rinascimentale, realizzata su committenza di un cardinale De’ Medici – futuro papa Leone X – alla fine del Quattrocento, stravolge l’esterno originario dell’edificio, mentre l’interno (benché più volte trasformato nel corso del Medioevo) ha mantenuto lo stile caratteristico a tre navate, spoglie, austere, ariose, separate da arcate sostenute da colonne severe e massicce. Medesima statura e carattere ebbero in effetti i due personaggi che la fecero costruire, colonne possenti della storia medioevale, Matilda di Canossa e Gregorio VII. Il papa la consacrò il 10 maggio 1078; sei mesi prima, nel castello della contessa, aveva costretto l’imperatore Enrico IV a stare per tre giorni inginocchiato sotto la neve, supplice per averlo chiamato “falso monaco e non papa”.

In realtà, come accade anche per molti edifici sacri della capitale, la parte più interessante da vedere è quella che non si vede: le catacombe di santa Cristina. La ragazza, nata al tempo di Diocleziano – uno dei periodi meno felici per professarsi cristiani -, fu torturata in tutti i modi dal padre Urbano affinché rinnegasse la sua fede (pare che sia stata anche gettata nel lago con una pietra al collo ma che questa abbia galleggiato senza andare a fondo); alla fine il nobile romano la fece trafiggere nel sonno da sicari. Nel luogo dove fu sepolta sorsero le catacombe, che si diramano a forma di albero e ricalcano lo stesso schema allungato della cittadina di Bolsena. Vale sicuramente la pena di pianificare una visita con guida negli orari consultabili sul sito internet della basilica.

Una passeggiata lungo i saliscendi del paese, fino alla rocca da cui si gode un bel panorama sul lago, è solo un assaggio che prelude ad una visita più approfondita a cui, se incluso il piacevole lungolago e un pranzo rilassato a base di pesce, si può tranquillamente dedicare una buona parte della giornata. Ora è però il caso di tornare alla moto e guidare, salendo per le piacevoli colline, fino al famigerato “paese che muore”.

Foto_due

CIVITA DI BAGNOREGIO

L’Etruria, si sa, è terra di tufo, e molti sono i gioielli costruiti su rupi fatte di questo materiale, come Calcata e Pitigliano, per citare solo due splendidi esempi. Il piccolo borgo di Civita ha però una sua particolare unicità dovuta a due ragioni: la prima è il fatto che il colle su cui è situato, dopo aver subito successivi cedimenti nel corso dei secoli trascinando con sé buona parte dell’abitato, è ridotto ad uno sperone che si erge solitario in un mare biancheggiante di calanchi, un’isola in un paesaggio lunare. Caldo nelle sue tinte pastello evidenziate dal sole, sta lì abbarbicato come un miracolo della natura e dell’uomo, emblema della “infinita vanità del tutto”, mentre l’esile filo della sua esistenza sembra simboleggiato dall’altrettanto esile e longilinea passerella che lo collega al resto del mondo. E qui sta la seconda peculiarità: nessun’altra via di accesso al paese, nessuna strada percorribile con mezzi di locomozione che non siano una bicicletta o, eventualmente, un asino.

Foto_Tre

“Il paese che muore” è, nonostante il sapore un po’ nazionalpatetico, un soprannome adeguato a descrivere il destino di questo luogo, condannato dalla natura e dai disastri provocati dall’uomo: già in epoca medioevale il disboscamento per esigenze agricole portò all’indebolimento del terreno, privato delle radici degli alberi, e movimenti tellurici hanno da sempre interessato la zona. Osservare, dall’alto della terrazza panoramica nei pressi del parcheggio o salendo lungo il ponte, i muri degli edifici a strapiombo su quella roccia porosa e friabile come pasta frolla, provoca un sentimento di precarietà. Così il comune di Bagnoregio ha recentemente mosso una petizione per una raccolta fondi per interventi di manutenzione straordinaria, “Salviamo Civita di Bagnoregio”, con informazioni reperibili anche su una pagina facebook dedicata.

C’è da dire tuttavia che, nonostante l’indiscutibile bellezza del posto, non si avverte quella “sensazione di distacco dalla realtà” di cui parla la bella guida illustrata edita da Bonechi Edizioni, acquistabile in una delle cartolerie della zona (ma anche altrove). La rinomanza turistica e la fondamentale assenza di una quotidianità cittadina hanno trasformato questo borgo in una bomboniera per turisti. Linda, pulita, con le facciate di mattoni di tufo ben curate, le lanterne di ferro battuto pendenti al centro dei portoncini ad arco e le giare di coccio usate come fioriere agli angoli delle case, i giardini privati che danno su panorami mozzafiato. Tutto bello sì, ma c’è qualcosa di artefatto nell’atmosfera, di finto. Sarà quell’incessante andirivieni di visitatori: coppie famiglie gruppetti, si muovono a frotte, con bambini spazientiti e nonne esauste, per poi sedersi sui primi gradoni disponibili; fanno la fila per poter comprare una bruschetta a sette euro, perché del resto a mangiare al ristorante, se non si è prenotato con giorni di anticipo, non se ne parla. Bisogna penare anche per un gelato. Sarà perché la domenica è così, ma il gelato meglio mangiarselo in un modesto baretto fuori dal paese, un buon gelato alle castagne sulla terraferma oltre la passerella sospesa nel vuoto.

Foto_Quattro

SAN FLAVIANO A MONTEFIASCONE

Dopo il gelato, di nuovo in moto verso la costa est del lago di Bolsena presso la quale sorge Montefiascone e, poco prima del suo centro storico, l’ultima mèta del nostro itinerario: la bellissima basilica di San Flaviano.

Situata proprio a ridosso della SS 71, una strada di scorrimento e ancora fuori dal centro del paese, sembra quasi tenere un basso profilo, come contagiata dall’indifferenza delle auto che corrono sulla statale. Eppure è un esemplare che, a causa dei rimaneggiamenti subiti fino ad età rinascimentale, presenta un’architettura unica.

La facciata di chiaro impianto romanico è scandita da tre grandi archi a sesto acuto di sapore già goticheggiante, mentre la loggetta a colonnine ioniche con tettoia, di epoca rinascimentale, spezza la tensione verticale e separa la parte superiore della facciata, con il semplice rosone circolare.

Nessuno si aspetterebbe che quel rosone non si trova all’interno della navata centrale della basilica, ma illumina un piano alto in cui si estende una seconda chiesa. Una scaletta posta a destra dell’abside conduce infatti a scoprire la sorpresa di una basilica superiore a tre navate, spoglie e luminosissime, di cui quella centrale accoglie un severo altare in pietra e una grande balaustra rettangolare che delimita l’affaccio al piano inferiore. Se un telo di plastica non coprisse il vuoto, sarebbe agevole già all’ingresso accorgersi della presenza di questo ambiente superiore, e la luce si spanderebbe dall’alto ad illuminare le ombre un po’ cupe che si addensano intorno alle volte a raggera, alle linee complesse delle colonne e dei capitelli e agli affreschi trecenteschi che decorano buona parte delle pareti dello spazio sottostante.

Due chiese, due caratteri: quella superiore, che ricorda lo stile delle altre visitate in precedenza; quella inferiore, che sembra già frutto dello spirito travagliato e anelante del gotico.

Ma tutto svanisce all’improvviso non appena usciti di nuovo sulla strada. E’ ancora il primo pomeriggio, e il tepore di questa domenica nel corso della quale la tramontana del giorno precedente si è andata calmando invita ad una passeggiata a velocità ridotta lungo la SR 8, di ritorno a Marta (ma stavolta dal lato Sud del lago); non senza però aver fatto una doverosa tappa fotografica presso il noto affaccio subito dopo il centro storico di Montefiascone, da cui si può ammirare – malgrado l’aria non del tutto limpida – l’intero anello del lago con le sue due isole.

Foto_Sette

A Marta è l’ora del caffè. Lo accompagna una breve passeggiata lungo il piccolo molo, presso le acque che si fanno tranquille, mentre a mo’ di saluto mi si offre il paradigma di ogni piccolo paese con uno specchio d’acqua, un porticciolo ed il dono del sole: un anziano seduto sulla panchina, a godere degli ultimi tepori; qualche barca issata sulla riva; i colori dell’autunno e già l’attesa di una nuova stagione.

Foto_Otto

Nessun commento

LASCIA UN COMMENTO