Bonifacio VIII: il tramonto di una grande ambizione

Fra i papi più calunniati dai contemporanei e dai posteri; consegnato alla memoria collettiva dall'odio di Dante; protagonista dell'episodio noto come “lo schiaffo di Anagni”: un affresco di uno dei maggiori protagonisti del Medioevo.

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7 settembre 1303. Un anziano signore di 64 anni e 1.80m di altezza (un gigante a quei tempi) è rinchiuso nel palazzo di famiglia del borgo di Anagni, sua cittadina natale a Sud di Roma. I maggiorenti del luogo lo hanno tradito aprendo la città al nemico e i cardinali del suo seguito sono già fuggiti. Il nemico in questione è Filippo il Bello di Francia, nelle persone del suo consigliere di stato Guglielmo di Nogaret e del suo protetto Sciarra della famiglia Colonna. L’anziano signore ha indossato tutti i paramenti sacri, il mantello, la corona di Costantino in capo, le chiavi di san Pietro e la croce e si è assiso sul trono nella Sala delle scacchiere del suo palazzo. “Dacché per tradimento, come Gesù Cristo, mi conviene morire, almeno voglio morire come papa”. Con tale fiera dignità attende Sciarra Colonna che poco dopo, seguito dal Nogaret, irrompe nella sala.

Ma cosa vogliono i due e, soprattutto, di quale affascinante storia è questo il culmine? Per capirlo, bisogna proiettarsi a una decina di anni prima…

Sala_delle_scacchiere

L’ELEZIONE

Notte di Natale del 1294: Benedetto Caetani viene eletto papa col nome di Bonifacio VIII. Benché la sua nomina fosse stata del tutto regolare, era opinione già di molti suoi contemporanei che egli, per assurgere al soglio a cui ambiva massimamente, avesse abilmente sfruttato la debolezza di colui che fece per viltade il gran rifiuto, il suo predecessore Pietro da Morrone. L’eremita abruzzese infatti, eletto il 5 luglio dello stesso anno, si era subitamente accorto di non essere tagliato per il mestiere: era ultraottantenne, dedito all’ascesi e privo di abilità politica, non aveva mai messo piede a Roma e come se non bastasse… non sapeva il latino. Possiamo immaginarcelo in quel groviglio di rovi, trame e lotte intestine che doveva essere la curia romana. Così si rivolse ad uno dei maggiori esperti di diritto canonico del tempo (il Caetani, appunto) ponendogli il seguente quesito: un papa poteva dimettersi? Quello si mise subito a studiare il caso e in breve, grazie alla sua statura di grande giurista, riuscì a trovare i cavilli legali per giustificare un’abdicazione. Così, mentre Celestino V ridiventava eremita, egli stesso prendeva il suo posto come 193° successore di Pietro. Inoltre, mentre il “papa emerito” (come si direbbe oggi) se ne tornava alla sua grotta presso Sulmona, Bonifacio a scanso di equivoci pensò bene di bloccarlo e lo fece rinchiudere nella rocca di Fumone, feudo dei Caetani a est di Anagni. Cercava in questo modo di evitare che il suo predecessore venisse cooptato dai suoi oppositori ed eletto come antipapa (ipotesi non peregrina in un tempo in cui il potere era fondamentalmente di chi se lo prendeva e si erano visti anche quattro papi contemporaneamente), e ci riuscì, dato che il vecchio morì poco dopo per un ictus fulminante. Non riuscì però a impedire che i suoi nemici trovassero da ridire sull’abdicazione di Celestino, ritenendola giuridicamente invalida, e che sfruttassero tale facile argomento per accusarlo di occupare il soglio di Pietro illegittimamente; e con tale accusa avrebbe dovuto convivere fino alla fine dei suoi giorni.

UNA GRANDE AMBIZIONE

Bonifacio VIII aveva un grande sogno e due grossi problemi.

Il suo sogno era quello di realizzare la supremazia della Chiesa su ogni potere imperiale e regale. Questa idea antica, che risaliva ai secoli in cui la Chiesa aveva spogliato il potere temporale della natura sacrale che gli apparteneva al tempo di Costantino (con la conseguenza che esso, non derivando più direttamente da Dio, aveva bisogno del riconoscimento papale), aveva visto la sua apoteosi nel gesto con cui Onorio III, durante la leggendaria messa di Natale dell’800, incoronò Carlo Magno imperatore: la corona imperiale era una concessione del papa e l’imperatore aveva il sacro compito di essere spada della Chiesa. Da quel momento in poi grandi governanti, rendendosi conto di aver perduto parte della loro indipendenza, avrebbero scalpitato per riottenerla e per imporre viceversa il loro predominio, mentre grandi papi avrebbero portato avanti le loro crociate per l’indipendenza e la supremazia della croce. Le lotte al riguardo fra Gregorio VII ed Enrico IV di Franconia, tra Alessandro III e il Barbarossa, tra Federico II di Svevia e Gregorio IX hanno fatto la storia europea. La novità nel caso di Bonifacio era che le sue ambizioni teocratiche e ierocratiche volevano imporsi in un’epoca in cui gli stati europei si stavano evolvendo da monarchie feudali a stati nazionali e in cui la politica diventava sempre più indipendente dalle influenze della Chiesa. La crescente autonomia delle città, il formarsi di stati assoluti modernamente organizzati come anche le istanze pauperistiche e riformatrici che nascevano in seno alla Chiesa stessa, ponevano il programma di Bonifacio in netta controtendenza rispetto ai tempi.

Ciononostante, egli portò avanti la sua sfida con una tempra, un’energia e una determinazione da titano; usò tutta la sua preparazione giuridica e canonistica per affermare i suoi princìpi e le sue abilità politiche per scagliarsi contro i nemici interni ed esterni. La bolla Unam sanctam, uno dei documenti più famosi della storia della Chiesa, è da questo punto di vista indicativa: “… è necessario che chiaramente affermiamo che il potere spirituale è superiore ad ogni potere terreno in dignità e nobiltà, come le cose spirituali sono superiori a quelle temporali. Così si avvera la profezia di Geremia: Ecco, oggi Io ti ho posto sopra le nazioni e sopra i regni. Quindi noi dichiariamo, stabiliamo, definiamo ed affermiamo che è assolutamente necessario per la salvezza di ogni creatura umana che essa sia sottomessa al Pontefice di Roma”.

CHI COMANDA, QUI?

Era chiaro che una volontà così categorica, unita ad una personalità giudicata prepotente ed arrogante, avrebbe scatenato l’opposizione di molti; ma l’urto frontale avvenne proprio con la monarchia a cui, solo pochi decenni prima, la Chiesa si era rivolta per liberarsi dell’ingombrante presenza degli Svevi nel Mezzogiorno e a cui aveva poi assegnato il Regno di Sicilia: la dinastia francese degli Angiò. E questo fu il primo dei due grandi problemi di Bonifacio.

Già si era capito invero che il papato non aveva fatto un grande affare ad allearsi con la Francia e che gli Angiò non erano quel docile strumento che ci si aspettava, ma la situazione peggiorò quando, sul finire del secolo, Filippo IV di Francia detto “il Bello” fece una pensata: anche la Chiesa doveva pagare le tasse. La questione in realtà era già stata motivo di discordia ed un concilio lateranense aveva già stabilito che ciò era illegale, ma il re era evidentemente poco informato ed iniziò ad imporre pesanti tributi al clero di tutto il regno. Quando però fu il turno di Bonifacio, il nuovo papa gli fece notare che non poteva farlo e per essere più chiaro ribadì le decisioni del concilio con una bolla. Ora Filippo, messo di fronte ad una norma di legge, non poteva platealmente continuare a violarla, ma trovò comunque il modo di far capire al papa chi è che comandava in Francia e proibì a chiunque di esportare denaro al di fuori del regno: in questo modo le rendite del clero francese non potevano essere versate al tesoro di san Pietro.

La mossa di Filippo IV fu talmente furba che Bonifacio fu costretto a trovare un compromesso e disse che il re avrebbe potuto tassare il clero “in caso di estrema necessità”. Per dimostrargli benevolenza decise anche di canonizzare suo nonno, che era morto durante una crociata in Palestina, e che divenne Luigi IX “Il Santo”.

Affresco_nella_sala_delle_scacchiere

LA FAIDA CON I COLONNA

La debolezza del papa in questa occasione era dovuta anche all’opposizione interna alla curia che nel frattempo si andava coagulando contro di lui, e in particolare a quella della famiglia Colonna: il secondo grosso problema di Bonifacio. Questa nobile casata romana, tradizionalmente nemica dei Caetani, era feudataria della regione di Palestrina, territorio immediatamente confinante col feudo dei Caetani di Anagni, e difatti le rivalità esplosero proprio con il pretesto di sconfinamenti di questi ultimi nei possedimenti dei primi. Si capisce tuttavia che le scaramucce territoriali furono solo la scintilla per scatenare l’odio che covava tra le due famiglie, le quali iniziarono a scontrarsi senza esclusione di colpi.

I Colonna coalizzarono attorno a sé gli oppositori del papa e tirarono subito in ballo la questione dell’abdicazione illegittima di Celestino V; Bonifacio rispose fulminandoli con la scomunica e privando i cardinali Jacopo e Piero Colonna del loro titolo, per poi smantellare i loro palazzi a Roma. Quelli reagirono a loro volta assaltando e depredando un convoglio di preziosi che da Anagni si dirigeva in san Pietro, e Bonifacio fu allora costretto a passare alle maniere forti mettendo sotto assedio Nepi, feudo dei Colonna, e provocando morte e distruzione. Si incominciarono negoziati: i Colonna si recarono a Rieti, dove si trovava il papa, e si gettarono ai suoi piedi implorando perdono, che ottennero a patto di consegnare a Bonifacio il loro feudo di Palestrina; in cambio il papa avrebbe ritirato la scomunica e restituito loro benefici e privilegi ecclesiastici. Il Caetani mancò tuttavia alla parola data e, dopo essersi visto la strada spianata verso Palestrina, vi mandò un esercito che la distrusse e la rase al suolo. Ordinò anche che sulle macerie fosse sparso del sale, come avevano fatto i Romani sul sito di Cartagine distrutta. Durante la presa di Palestrina fu catturato anche fra’ Jacopone da Todi, il poeta delle Laude drammatiche, che da anni avversava il papa e che per questo scontò cinque anni di carcere duro. Era il 1299. Ai Colonna non rimase che fuggire e cercare protezione all’estero: alla corte, naturalmente, di Filippo il Bello di Francia.

IL GIUBILEO, FIRENZE E LO SCONTRO FINALE CON FILIPPO IV

Liberatosi momentaneamente dei Colonna, Bonifacio proseguiva intanto il suo programma di restaurazione assolutistica e, per rinverdire la sua immagine, indisse il primo anno santo per celebrare la nascita del Salvatore: il Giubileo del 1300. Fiumi di pellegrini si attendevano a Roma, e con essi prestigio per la Chiesa e denaro per le sue casse; furono invitati anche diversi regnanti europei, ma Bonifacio non ricevette il loro omaggio e ci rimase molto male.

Nello stesso lasso di tempo ebbe anche modo di intrudersi nella guerra civile che era intanto sorta a Firenze tra Guelfi Bianchi e Neri (i secondi più graditi al papa, dacché erano i suoi banchieri ed era loro legato da interessi finanziari). Per assicurare il predominio a questi ultimi, Bonifacio chiese al fratello di Filippo, Carlo di Valois, di recarsi a Firenze con un esercito, che iniziò la sua discesa mentre Dante partiva per Roma come ambasciatore presso il papa al fine di risolvere la questione. Non immaginava, l’Alighieri, che non avrebbe fatto più ritorno nella sua città: infatti, dopo mesi di anticamera senza riuscire ad essere ricevuto da Bonifacio poiché il pontefice era molto impegnato, Carlo di Valois entrò in Firenze, mise al governo del Comune i Neri e Dante si trovò di fatto e poi formalmente esiliato.

Nel frattempo la situazione si faceva tesa anche in Francia, dove Filippo IV aveva decretato con un documento ufficiale che il potere temporale derivava direttamente da Dio e non aveva dunque bisogno di una guida in terra, e aveva inoltre arrestato e incarcerato un vescovo per tradimento. Siccome per norma di diritto canonico soltanto il papa poteva processare un vescovo, Bonifacio non poté che interpretare questo gesto come una dichiarazione di guerra.

Emanò la bolla Unam sanctam – già menzionata – e Filippo di rimando convocò il Consiglio di stato deciso a processare il papa e a risolvere definitivamente la questione. Pagine e pagine di documenti e testimonianze furono raccolte per istruire il processo, anche con la collaborazione dei Colonna che si trovavano ancora presso la corte di Francia, con lo scopo di distruggere la credibilità di Bonifacio, dichiararlo illegittimo e deporlo. “Non si vergogna a dichiarare che preferirebbe essere un cane o un asino piuttosto che un francese. E’ colpevole del crimine di sodomia. E’ accusato di aver trattato in modo disumano il suo predecessore Celestino, uomo di santa memoria e santa vita, che forse non sapeva di non poter dare le dimissioni”.

Il problema era che per processare il papa bisognava che questi fosse presente: e fu così che il re decise di inviare ad Anagni, dove da qualche mese Bonifacio soggiornava con la corte, il Nogaret e Sciarra Colonna per prenderlo e condurlo in Francia.

Ingresso_nella_sala_delle_scacchiere

 

Siamo tornati in questo modo alla scena iniziale. Appena i due irruppero nella Sala delle scacchiere, Sciarra iniziò ad insultare ed ingiuriare pesantemente il papa. Possiamo certo immaginare l’odio che doveva provare nei confronti di colui che tanto male e tanta distruzione aveva provocato alla sua famiglia. Bonifacio non batteva ciglio ed ebbe anzi lo spirito di rispondere al Nogaret, che lo minacciava di condurlo a Lione a mani legate, che era contento di essere condannato da un eretico e non da un cristiano.

A questo punto leggenda vuole che Sciarra Colonna, al colmo dell’ira, si sia sfilato il guanto e con esso abbia schiaffeggiato il papa. Probabilmente non sapremo mai come andò veramente la faccenda, ma possiamo riportare quanto scritto da Giovanni Villani nelle sue Croniche fiorentine: “Come piacque a Dio, per conservare la santa dignità papale, niuno ebbe ardire di toccarlo e porgli le mani addosso”, e fu fatto accompagnare in prigione “sotto cortese guardia”. Lì rimase per tre giorni, finché gli Anagnini, finalmente memori di tutti i benefici che avevano ricevuto dal loro illustre concittadino, non si ribellarono ai Francesi liberando il papa e la città.

Tuttavia Bonifacio, pur tornato a riveder le stelle, non se ne rallegrò per niente, poiché aveva saggiato quanto grande fosse l’avversione contro di lui. Ritornò a Roma con l’intento di indire un concilio e punire l’attentato sacrilego che aveva subìto, ma non si riprese dal trauma degli eventi e morì il 12 ottobre “di dolore impietrato”. Lo attendeva una splendida cappella mortuaria che si era fatto costruire dal più grande scultore del Duecento, Arnolfo di Cambio. Il monumento fu poi demolito in occasione della costruzione della nuova basilica di san Pietro, ma ci resta il sarcofago, oggi conservato nelle Grotte vaticane. Nel 1300 Arnolfo aveva realizzato anche una statua, attualmente in Firenze, che ritrae Bonifacio in fattezze giovanili, secondo sua espressa volontà.

Busto_di_Bonifacio

Il giudizio su questo grande personaggio ha da sempre pagato il peso del suo atteggiamento astioso, nepotistico ed arrogante, e certo poté dispiacere che un papa nutrisse tanta ambizione di potere e così grandi odii. Ancora oggi gli storici rimangono sbigottiti di fronte al diluvio d’ira che cancellò dalle fondamenta una delle cittadine più antiche d’Italia, la quale era stata per giunta consegnata al papa in virtù di un accordo. Dante sublimò il suo odio consegnando Bonifacio all’Inferno (canto XIX), mentre Jacopone da Todi nella Lauda 83 (O papa Bonifazio) ne fece un ritratto spietato accusandolo di nepotismo, avarizia, superstizione, eresia ed empietà, e predicendogli la dannazione eterna.

Nonostante tutto, però, il suo personaggio porta con sé la grandezza propria di tutti quegli uomini che hanno fatto la storia nutrendo grandi ambizioni e credendo nella nobiltà di esse; la grandezza di tutti coloro che nel bene o nel male sono stati capaci di volare alto. Bonifacio VIII ha forse in aggiunta una nota tragica in più, che lo accomuna a pochissimi nella storia: egli fu un uomo dell’evo antico perduto in un’epoca di transizione alla quale non riuscì mai ad adattarsi.

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