POLITICA – Referendum, usi e abusi di una democrazia sempre rischiosa

Con quello indetto dal presidente Renzi per il 4 dicembre si torna a parlare di Referendum, in Italia come in Europa e nel resto del mondo, non perché come Italia troviamo spazio sulle prime pagine internazionali quanto piuttosto per una lista di consultazioni popolari che continua ad allungarsi. Tornano attuali le riflessioni, oltre che i comitati del si e del no e gli scontri che ne seguono, sullo strumento massimo di democrazia diretta. I numerosi esempi del passato più recente sono già storia ed esperienza che insegnano.

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Se apriamo un’enciclopedia o sfogliamo le pagine del dizionario, sotto la dicitura ‘referendum’ troveremo una lunga definizione che ci presenta le varie tipologie: abrogativo, confermativo, consultivo e tante altre ancora, secondo oggetto, carattere, fondamento o risultato. Il termine in se ovviamente ha provenienza latina e rimanda ad una ‘consultazione da riferire’, appunto, una domanda la cui risposta debba essere trasmessa a qualcuno o a qualcosa per produrre o generare una certa conseguenza governativa o legislativa, per esempio.

Si suole dire che lo strumento referendario sia la massima espressione della democrazia diretta, ultimo o forse unico tassello facente parte di questo sistema probabilmente troppo sopravvalutato o quanto meno malinterpretato di cui nessuno, non a caso sa fornire un’idea strutturata e stabile nelle forme e nel tempo.

Troppo facile per questo limitarsi a parlare di referendum come di una soluzione miracolosa in grado di far conservare certa dignità sociale al popolo di fronte alle élites del potere. Molto banalmente potremmo dire che se da un lato la classe politica da sempre (e forse per sempre) si è mostrata incapace di gestire l cosa pubblica in linea col pubblico stesso, che siamo noi, dall’altro va ricordato come spesso il popolo, sebbene in occasioni meno frequenti per ragioni di opportunità, non sia stato da meno nel fallire la produzione di certe decisioni a cui era stato chiamato (anche se speriamo che queste chiamate continuino ad arrivare). Questo perché oltre alla definizione, sotto la dicitura ‘referendum’ troviamo anche proprie complicazioni strutturali e annessi rischi e vizi.

Il quorum, ad esempio, è una bella grana poiché riferita alla validità o meno della consultazione:

«Introdotto per prevenire le distorsioni che risultano da una bassa partecipazione, alla fine il quorum contribuisce a diminuire la partecipazione introducendo distorsioni nei risultati dei referendum» sentenzierebbero esattamente due politologi quali Luiz Francisco Aguiar-Conraria e Pedro C. Magalhães. Infatti è proprio la questione della partecipazione che viene intaccata con le eventuali percentuali minime di validità: ecco dunque che la politica risulta in crisi non solo nelle tornate elettorali.

Altro punto di discussione riguarda poi l’informazione: il popolo dovrebbe essere servito, prima ancora di farlo autonomamente, di informazioni complete tali da condurlo passo passo di fronte al bivio Si-No al momento della votazione. Problema di conoscenze che si collega linearmente con il carattere rappresentativo o diretto di questa forma democratica: è diffusa l’opinione per la quale i cittadini, più che rispondere di una idea personale, dimostrano anche in queste votazioni la linea del partito di appartenenza, ragione per cui a questo punto appare doppiamente centrale migliorare il sistema di propaganda che ruota attorno a tutto ciò.

Sono da annoverare poi le difficoltà riguardanti il quesito referendario in sé, troppo spesso prolisso e poco comprensibile, altre volte completamente distaccato rispetto al tema di riferimento. Michael Rocard direbbe: “Un referendum è una eccitazione nazionale dove si mette tutto nello stesso piatto. Si pone una domanda, la gente ne pone delle altre e poi va a votare in funzione di ragioni che non hanno più niente a che vedere con la questione.”

Infine, passando per i passi falsi che derivano dalle indizioni dei referendum, portando i governi e in generale i proponenti a confrontarsi con risultat inaspettati, si ha troppo spesso la sensazione che questi appaiano in una pagina a parte del complesso democratico, quando invece sarebbe piu opportuno interpretarli come un supplemento o un comolemento di una macchina che alla fin fine vede sempre trionfare i poteri forti.

Fortunatamente di esperienza ne abbiamo fatta e ne faremo ancora, come possiamo renderci conto dagli ultimi mesi, guai dunque a dimenticarci del potenziale di questo strumento, spetta a noi piuttosto correggerlo per raggiungere davvero l’ideale di democrazia che tutti desideriamo.

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