CRONACA – Segregazione didattica

Succede a Roma, zona Magliana, nell’Istituto Comprensivo “Via Cutigliano”, più precisamente nella scuola primaria Pirandello.

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IL CASO – In riferimento all’anno scolastico corrente, 2016/17, nella formazione delle due classi prime qualcosa è andato storto. In una, infatti, troviamo soltanto due ragazzi di provenienza estera, nell’altra invece sono solo quattro gli italiani, in una maggioranza straniera.
A quanto pare i principi morali, il regolamento e il buon senso comune, tanto normali e impliciti, e comunque ben riproposti nel vademecum online, non si raccordano con la realtà. C’è distanza tra valori formali e la loro applicazione e promozione quotidiana. Eppure sul sito della scuola si richiamano  principi come inclusione, accoglienza, uguaglianza, rispetto e partecipazione. Come d’altronde dovrebbe avvenire in qualsiasi ambito di sviluppo culturale quale è la scuola, primo luogo e contesto di socializzazione primaria, formale, tanto a livello didattico quanto umano. È un fatto grave, gravissimo, in cui le responsabilità sono da imputare  alla dirigenza, rea di aver creato uno scenario razzista, isolante e diseducativo. Spetta infatti esclusivamente alla preside la composizione delle classi. Una divisione così netta, tra una classe di bambini italiani ed una di bambini stranieri, non trova alcuna giustificazione di tipo pedagogico e didattico.

Ci si chiede il perché di una tale decisione. Proviamo ad avanzare due ipotesi dirette e ci accorgiamo di fare fatica a ritenerla una scelta razionale e giustificata, in entrambi i casi. Laddove si sostenga che la ragione della divisione sia prettamente didattica, ossia attuata per evitare un rallentamento del programma, dovuto alle difficoltà nella lingua, la scelta è evidentemente razzista e ingiustificabile, contraria a ogni possibilità di integrazione tra i ragazzi italiani e stranieri tesa a promuovere un apprendimento migliore e più rapido per i secondi, proprio grazie alla presenza dei primi. L’ipotesi che fa ancor più rabbrividire è, però, quella in cui  i ragazzi stranieri abbiano comunque una buona conoscenza dell’italiano, il che renderebbe il tutto ancor più insensato e vergognoso. Poi, ovviamente se non si concepiscono questi sentimenti non può che essere malafede.

Aldilà delle due ipotesi il contesto che si è venuto a creare può danneggiare fortemente questi ragazzi, sia italiani che stranieri, tanto dentro la scuola come all’esterno. Innanzitutto da un punto di vista formativo ed integrativo: da un lato i ragazzi stranieri si trovano costretti e abituati ad andare a scuola, ogni giorno, con l’idea di non poter e/o dover frequentare tutti gli altri, con la sensazione e magari anche la consapevolezza (forzata e quindi doppiamente errata) di essere diversi, distanti e separati. Dall’altro lato tutto ciò risulta dannoso anche per i ragazzi italiani, che nonostante si trovino in una posizione di vantaggio e di maggiori facilità, sono portati a crescere in condizioni sbagliate, con una mentalità sbagliata che per di più non dovrebbe essere frutto di una formazione scolastica primaria e quindi basilare per la maturazione degli alunni.

Tornando poi alla questione didattica preoccupa l’impossibilità di sviluppare un percorso coeso, unilaterale e paritario tra le due classi, che rafforza il senso di inferiorità nei ragazzi stranieri e alimenta un’educazione che è più una diseducazione per i ragazzi italiani.

Infine proiettiamo i due elementi al di fuori dell’ambito scolastico: specie in età così giovane i ragazzi tendono a riprodurre ciò che vivono e imparano tra i banchi anche per strada, in qualunque altro contesto quotidiano, dunque la gravità del fatto si amplifica ancor di più.

Spetta a noi raccontare e diffondere la notizia, spetta a tutti promuovere un cambio di mentalità, un passo in avanti, teorico e pratico. Tutti insieme, tutto insieme, in modo semplice e facile, ma questo deve convertirsi presto in realtà.

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