PRIMO PIANO – Arriverà mai il tempo del Made in Italy per la buona politica?

Aspettando il 30 aprile Renzi vince il primo tempo di una partita apparentemente dal risultato scontato, con Orlando che spinge il discorso sul tema dell’unità e del partito ampio, e Emiliano in cerca di una base forte per arrivare a fine mese, convinto di poter fare bottino pieno nel Mezzogiorno. Il congresso continua: porterà alla nascita del vero Pd?

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Di numeri se ne sono letti tanti, forse già troppi, e siamo solo all’inizio di questo mese cruciale per il partito del centrosinistra italiano. I fatti dicono che Matteo Renzi prevale tra gli iscritti con una quota tra il 65 e il 68%. E prevale dentro al Palazzo con direttive ancora (sin troppo) influenti, specie in materia fiscale ed elettorale, per uno come lui che comunque, a rigor di logica, attualmente è solo un esponente del Partito Democratico. Niente di più, in teoria: né Premier, né segretario politico, né parlamentare. Eppure Renzi, per ora almeno tra i tesserati, stravince, sebbene il numero totale di votanti sia di 217 mila, non cosi esagerato. Dunque, come al solito, che ognuno interpreti i numeri come meglio creda. A parte ciò, la probabile vittoria di Renzi, teorie complottiste a parte, premierebbe di certo il suo sfrenato riformismo, la voglia di riprovarci, cercando di continuare sulla scia di quanto prodotto, evitando gli errori commessi.

Orlando invece si ferma ben trenta punti dietro il leader pontassievino, insistendo (non solo lui, anche i suoi seguaci, come Monica Cirinnà) sulla necessità di un partito realmente democratico, finalmente aperto, plurale e inclusivo. Il motto del “Pd del noi e non dell’Io”, la voglia di fare politica ascoltando tutti senza evitare nessuno, partendo dal basso e parlando in modo trasversale, in modo tale da proporre e generare effettivi cambiamenti in positivo, a partire proprio dalla sfera puramente politica.

Sulla ruota di scorta Michele Emiliano, ancora illuso di poter conquistare l’intero sud Italia. Una domanda su di lui viene spontanea: non era meglio evitare la candidatura per favorire Orlando in quella chiave anti-renziana che anche lui mette al centro del programma. Evidentemente no, la risposta, perché uscire sarebbe equivalso a metterlo nello stesso pentolone populista, incoerente e scialbo a livello programmatico dei dissidenti ora riuniti nel Mdp. E rimanere senza candidarsi allo stesso modo avrebbe significato restare dentro ma tenuto, più o meno volontariamente, all’angolino di un Pd enormemente scosso da gennaio a questa parte.

Inutile dirlo, le riflessioni, le ritorsioni mentali, i “se” e i “ma” sono i benvenuti, a fronte di questa situazione appena delineata. A parte tutto fa piacere però che da qui al 30 aprile, come minimo, si possa parlare sempre o spesso, di proposte, voglia di rivincite, di ripartenze, di svolte. La speranza più sincera è che da questa fase congressuale piddina, unico tentativo attuale di vivacità politica intesa nel senso più tradizionale e semplicemente democratico, possa uscirne uno scenario di centrosinistra più chiaro e unito.

Immersi in una politica enormemente frammentata, piena di partiti e movimenti, avviata ad un ritorno ufficiale del sistema elettorale che meglio la raffigurerebbe, il proporzionale puro. Ma soprattutto piena di frustrazione, dentro e fuori le stesse associazioni partitiche.

Non che questo sia uno scenario esclusivamente italiano, di certo però non rimaniamo in seconda fila nel multicolore mondo della politica. Un mondo che, nel  weekend appena concluso, da un lato riserva soddisfazioni come la vittoria europeista in Serbia e socialista progressista in Ecuador; dall’altro resta perennemente in balìa di fenomeni politici pericolosi come le persecuzioni agli oppositori dell’imperialismo putiniano, in Russia.

E’ un mondo pericoloso quello della politica, ma per viverlo e combatterlo per cambiarlo in positivo bisogna starci dentro. Ecco perché partecipare attivamente, schierarsi, andare a votare, ascoltare e proporre sono passi decisivi. Il mese di congresso del Pd può imparare ma anche insegnare molto di tutto ciò.

La voglia, credo di molti, se non di tutti, è quella di provare finalmente a sentirsi rilevanti all’interno di una comunità. La speranza è che la strada delle primarie, dei congressi e quindi della forma più partecipativa e diretta di scelta dei propri rappresentanti con cui parlare e a cui affidarsi, possa essere intrapresa anche negli altri emisferi di una politica, quella italiana, che non possiamo far morire.

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