RECENSIONI – Steven Wilson: TO THE BONE (o della musica con un’anima)

Anticipato dalla pubblicazione di alcuni splendidi video per i singoli "Song Of I" con Sophie Hunger e il colorato e gioioso "Permanating" con una troupe di ballerini della Bollywood Company, TO THE BONE questo album - marcato dall'amore per la composizione dell'artista inglese - si scopre e si apprezza sempre di più a ogni successivo ascolto

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To The Bone

Che succede se un artista venerato dai fan del prog per il suo passato dark e malinconico (in prevalenza con i Porcupine Tree) decide di non rimanere sempre uguale a se stesso proponendo anche atmosfere solari e gioiose? Se pubblica un album per celebrare i grandi artisti art-pop degli Ottanta e dei Novanta, i suoi eroi musicali come Peter Gabriel, Kate Bush, PrinceTalk Talk e Tears For Fears?

Forse i più seriosi difensori dei sacri valori del prog (???) potranno storcere il naso, ma TO THE BONE è un album, il quinto da solista per l’artista inglese, veramente progressivo perché compie un ulteriore passo in avanti verso un arricchimento espressivo e contenutistico sorretto da solidi contenuti e raffinate soluzioni estetiche.

Steven Wilson - Photo credit: Lasse Hoile
Steven Wilson – Photo credit: Lasse Hoile

Che Steven volesse cominciare ad arricchire il proprio vocabolario espressivo dopo album come GRACE FOR DROWINING (2011) e THE RAVEN THAT REFUSED TO SING (2013) era chiaro fin da HAND.CANNOT.ERASE (2015), ma con TO THE BONE il salto viene finalmente compiuto: non è un concept album come nel recente passato e l’artista osa allontanarsi dal perimetro costruito intorno alla sua musica.

Maggiore accessibilità significa sempre perdita di qualità? No, nel modo più assoluto. Le distinzioni (a volte un po’ snob) tra musica colta e musica di largo consumo spesso falliscono nel tentativo di accreditare come valida solo la ricerca o la competenza: la musica comprende ambiti e riveste significati ben più vasti, fortunatamente.

Come se, poi, fare musica di più facile ascolto fosse semplice. Lo spiega anche lo stesso Wilson: “fare una grande canzone pop è la cosa più complicata che ci sia. Perché deve avere diversi livelli di lettura. Deve essere facilmente accessibile, con melodie accattivanti che la rendano facile da godere. Ma poi deve essere sostenuta da un livello più profondo“.

Uno stuolo di eccellenti musicisti accompagna Steven in studio: dalle chitarre dello slovacco David Kollar ai tamburi di Jeremy Stacey dei King Crimson, dallo stick di Nick Beggs alle tastiere di Adam Holzman.

Wilson è molto esplicito fin dalle prime note, anzi dalle prime parole, della title track affidate alla voce di Jasmine Walkes che con accento molto americano recita: “Once we’ve made sense of our world, we wanna go fuck up everybody else’s because his or her truth doesn’t match mine. But this is the problem. Truth is individual calculation. Which means because we all have different perspectives, there isn’t one singular truth, is there?“. L’intero album è sulla percezione della verità, in un’epoca in cui la verità viene filtrata e abusata per servire differenti scopi. Per Wilson non si tratta dunque di verità, ma della nostra percezione individuale influenzata da diversi fattori.

L’invito è però chiaro anche nei confronti dell’ascoltatore: riesamina i tuoi pregiudizi prima di procedere con l’ascolto. Le liriche dell’intero brano – e del successivo “Nowhere Now” sono un contributo del grande Andy Partridge (co-fondatore degli XTC). La canzone si muove lungo la linea tracciata ormai da tempo da Wilson, con un refrain molto convincente e la consueta spazialità dei suoni più volte associata a echi tardo floydiani – arricchiti dall’armonica bluesy di Mark Feltham – che dal minuto 4′:53″ trova la sua catarsi emozionale in un’apertura romantica a cielo aperto nella migliore tradizione wilsoniana.

Le suggestioni pop si affacciano in “Nowhere Now” (un bel brano degno di un album dei Porcupine Tree) che prepara il terreno alla più riflessiva, intensa, toccante “Pariah“, una delle canzoni più emozionanti dell’album. Il primo richiamo che viene in mente è “Don’t Give Up” di Peter Gabriel, perché anche qui c’è una triste storia di disillusione da parte del protagonista maschile, stanco di tutto quel che lo circonda e di se stesso e l’offerta di speranza, conforto e redenzione da parte della protagonista femminile, interpretata con trasporto e bravura dalla grande cantante e attrice israeliana Ninet Tayeb. La canzone esplode al minuto 3’28” un catartico crescendo di rara sensibilità e di forte coinvolgimento. Anche in “Pariah” il tema è la percezione della verità, ma nel contesto di una relazione di coppia: le due persone hanno ognuna la propria visione soggettiva di come la relazione stia procedendo.

Le atmosfere alla Porcupine Tree tornano con “The Same Asylum As Before“, con un ritornello che ricorda però tanto i Genesis post Gabriel, soprattutto dal minuto 2′:25″, e quindi si intensifica con un accumulo di strumenti veramente ben orchestrato.

I richiami a Peter Gabriel sono ancora evidenti fin dalle prime note della bellissima “Refuge”, che alterna con la medesima intensità momenti di delicato lirismo e pieni orchestrali drammatici con il rullare di tamburi che dal minuto 2’40” richiamano evidentemente “Red Rain”. Protagonista ancora una volta la fantastica armonica di di Mark Feltham e dalle lancinanti chitarre dello stesso Wilson e del co-produttore dell’album e chitarrista Paul Stacey (fratello del batterista Jeremy).

Permanating” è l’episodio più sorprendente dell’album: appena 3 minuti e mezzo di puro pop stile Electric Light Orchestra/ABBA con inevitabili influenze beatlesiane. Un’esplosione di colori e di vitalità – davvero insolita per Steven – ben rese dal video della canzone, ma con il tocco inconfondibile di Wilson che conferisce al breve episodio indiscussa qualità. La canzone nasce dall’idea di momenti di felicità cristallizzati nella nostra memoria, spesso legati all’infanzia e all’adolescenza, attimi di gioia ai quali possiamo attingere nei momenti di bisogno.

Influenze beatlesiane che permeano la delicata e raffinata “Blank Tapes“, in cui Steven duetta ancora una volta con la Tayeb sulla base di una cristallina chitarra acustica. Lirismo che viene bruscamente interrotto dalla drammatica urgenza di “People Who Eat Darkness“, incentrata sul concetto che il più delle volte ignoriamo davvero chi si celi davvero dietro le fattezze del nostro vicino di casa: il chiaro riferimento è ai terroristi che si nascondono dietro apparenze del tutto comuni e lo stesso Wilson ha dichiarato di aver scritto il brano subito dopo il triste attentato al Bataclan di Parigi.

Ancora un duetto di voci maschile/femminile (questa volta in compagnia della cantautrice svizzera Sophie Hunger) in “Song Of I“, ancora una canzone sul tema della rinuncia, avvolta da atmosfere gravi e misteriose, ben rese dagli archi dalla London Session Orchestra. Un trip-hop nella migliore tradizione dei Portishead.

Atmosfere più cupe e malinconiche che continuano in “Detonation“, una canzone di oltre nove minuti in pieno stile Wilson che inizia con accenti elettronici per poi avventurarsi in territori heavy-jazz-rock in un crescendo up-tempo e con un avvincente duetto di chitarre tra lo stesso Steven e il velocissimo David Kollar, uno che di jazz se ne intende eccome. Ispirato all’attacco al Pulse Nightclub di Orlando, Florida, del 2016 in cui hanno perso la vita 49 persone per mano di Omar Mateen: le liriche raccontano di un lupo solitario, estremista religioso, mentre pianifica l’attacco. Anche qui il tema è lo stravolgimento della verità usata dall’attentatore per giustificare di fronte a se stesso e al mondo l’idea della sua personale guerra di religione.

L’album termina con la dolcissima “Song Of Unborn“, con atmosfere malinconiche e avvolgenti che riportano all’ultimo HAND.CANNOT.ERASE, un vero e proprio gioiellino cui Steven contribuisce con toccanti frasi di chitarra elettrica.

Steven Wilson - Photo credit Camila-Jurado
Steven Wilson – Photo credit Camila-Jurado

TO THE BONE fonde con stile e creatività diversi generi musicali e diverse influenze artistiche. Un mix emozionante che coinvolge l’ascoltatore stimolandolo a continuare ad ascoltare l’album senza soluzione di continuità. È un album capace di evocare un che di misterioso e di spirituale, con una produzione di grandissima qualità e musicisti di grande classe.

TO THE BONE riporta a un’epoca in cui la musica aveva un’anima, una musica capace di lasciare tracce indelebili nelle emozioni degli ascoltatori per lungo tempo.

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Alessandro Staiti è nato a Roma dove si è laureato in Storia della Letteratura Italiana Moderna e Contemporanea e poi specializzato in Comunicazione e Organizzazione Istituzionale con tecnologie avanzate. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1986 al 1994 ha collaborato con il settimanale musicale "Ciao 2001" e per lo stesso gruppo editoriale è stato direttore della rivista "Esoterica", caposervizio delle pagine “Cultura” e “Sesso&Salute” del quotidiano nazionale “Quigiovani” e autore di instant book su Sting, a-ha, e Peter Gabriel. Ha pubblicato i saggi "Robert Fripp & King Crimson" (Lato Side, 1982), il primo libro al mondo sul chitarrista inglese e "In The Court Of The Crimson King" (Arcana, 2016) la prima monografia in Italia sulla nascita della band che ha cambiato la storia del Rock. Opinionista sportivo in radio e TV, collaboratore di "Classic Rock", Staiti è caporedattore delle sezioni Sport e Musica di MP News. Archivio Articoli

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