LIBRI – Specie meno note di sirene: intervista all’autrice Simonetta Caminiti

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“Come una sirena che trascina la coda celeste verso la riva, dove occhi sognanti attendono e plaudono. Così la mia marcia verso l’altare, lo strascico di pizzo simile a spuma di mare che versa arabeschi sulla sabbia”. Comincia così la storia che, nella nuova antologia di Simonetta Caminiti (“Specie meno note di sirene”, Pubme), arriva dopo altri racconti, ma ha lo stesso titolo del libro. Un libro in cui le fiabe, le pagine di cronaca, i racconti quasi teatrali e le poesie di avvicendano in uno stile sempre elegante e intenso. La parte in prosa era già edita in una antologia su Amazon (“Il Concerto”), ma l’autrice ha pensato di consegnare a una raccolta sulla carta stampata anche testi inediti. Il risultato è magnifico e ne parliamo proprio con lei.

“Specie meno note di sirene”: un titolo, una storia. Giusto?

Esatto. C’era una vignetta de La settimana enigmistica. Ai tempi in cui lavoravo a Milano, quando la sera tornavo a casa, mi sono divertita a riprodurla. Ne ho fatto un fatto un piccolo poster e mi ci sono affezionata. Erano quattro parodie della “sacra” e bellissima figura della Sirena, cui io ero già molto legata per via del mio grande amore per Hans Christian Andersen. “Specie meno note di sirene” è un modo straordinario per definire moltissime donne, tante smerigliature della femminilità, tante storie. Di questo parla il mio libro, e di questo parla il racconto che ha lo stesso titolo dell’intero volume.

Giornalista a tutto campo, scrittrice di un romanzo, racconti e di un saggio sul cinema presentato alla Mostra di Venezia lo scorso settembre. Qui, anche poetessa e traduttrice…

“Poetessa” è la definizione che più mi fa stare a disagio. Troppo alta, quasi spregiudicata, se lo dicessi di me stessa: autrice di versi, tutto sommato. Versi che ho scritto negli ultimi dieci anni. La poesia è in assoluto la prima forma di contatto che ho avuto con la scrittura creativa; ma anche quella che più mi “logora”, quella cui più di rado mi affido. E, alla fine, quella che fra tutte mi dà più gioia. Mio padre è autore di poesie che personalmente trovo molto belle e, a questo proposito, è sempre stata confortante la sua lucidità e la sua scrupolosa attenzione per i miei scritti: un giorno, quando gli chiesi se avesse letto una mia abbondante inchiesta su un giornale, la sua risposta fu significativa: “L’ho letta, mi è piaciuta tanto. Ma tu lo sai che a me interessano le tue poesie molto più dei tuoi articoli”. Mi fece sorridere moltissimo. E m’incoraggiò, alla fine, a scegliere qualche lirica da pubblicare: da sottrarre alla polvere del cassetto.  Le traduzioni si muovono sullo stesso filo: l’amore per la melodia cui sono affidati contenuti e messaggi (nel caso della Dickinson) epocali. E naturalmente, dalla mia formazione di traduttrice (perché sono laureata in lingue e letterature).

C’è un racconto tra quelli dell’antologia, cui sei più affezionata?

Li amo tutti quanti, ci mancherebbe. Ma “La ciminiera”, “La machera di Alcyone” e “Granito rosa” trovano in me ricordi speciali. Ti dico che “La ciminiera” era una semplicissima pagina del mio diario intimo. Venivo fuori da un lungo viaggio in treno la sera del 26 agosto. Una data che, peraltro, una cronista non può dimenticare: accesi il televisore e, quella sera stessa, al tg, si parlò per la prima volta della scomparsa della giovane Sarah Scazzi. Buttai giù sul mio diario la cronaca (niente affatto romanzata) del mio viaggio da Paola, in Calabria, a Bologna: raccontai le persone che mi avevano circondata sul treno. La loro storia, secondo me, delicata e struggente.

Io continuo a pensare al tuo sorprendente eclettismo. Come giornalista, hai affrontato casi molto disparati, e anche utilizzando format e media diversi. Come scrittrice, “Specie meno note di sirene” sembra dare la stessa impressione. C’è qualche “sfida” che ancora non hai affrontato e che ti piacerebbe intraprendere?

Ce ne sono tante. Dall’avere una casa editrice tutta mia, per la quale scrivere, tradurre, intercettare talenti e, magari, aiutarli a sbocciare; fino al concedermi pause del tutto nuove da ciò che ho fatto fino ad oggi. Per esempio, viaggiare. Ma astenermi dal compilare diari di viaggio. Quelli che impazzano sui social. Quelli che… sembrerebbero raccontare la bellezza e l’identità di un luogo, e invece alla fine sono solo modi autocelebrativi e ridondanti su quanto ci si senta bravi a descriverli. Viaggiare, disconnessa. Sarebbe una sfida rigenerante, un arricchimento personale, una di quelle cose che facevo tanto tempo fa. E che mi mancano da morire. Non è del tutto vero che non avrebbe a che fare col lavoro: un giornalista e uno scrittore potrebbero uscire molto più “pieni” e più veri da esperienze di questo tipo.

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