TEATRO – Donne de Roma

Al Teatro Porta Portese il potente testo che rievoca la tradizione capitolina

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Lo spettacolo Donne de Roma, è stato portato in scena per sole due repliche il 19 e il 27 giugno, presso il teatro Porta Portese. Grazie al “crowfunding”, la donazione dal basso, proposta tramite social dall’interprete e autrice Alessandra Kre è stato possibile realizzare lo spettacolo e quindi assistere alle storie di donne che hanno saputo amare, ma anche tanto odiare; con i loro monologhi le interpreti hanno talvolta infranto la quarta parete, penetrando prima nello sguardo, poi nella parte di ventre laddove risiede l’emozione, per strappare un pezzo di intimo sentimento, per poi tornare repentinamente dietro la parete, subito rialzata, col fine di porre la convenzionale distanza tra chi interpreta e chi riceve. Quel “muro” virtuale, costruito tra attore e spettatore, che sancisce un tacito patto, in questa piéce non è mai così solido perché dopo esser stato abbattuto, perde forza, e le parole, non più accompagnate dallo sguardo invadente, ma comunque sostenute da interpretazioni notevoli, trapassano ciò che separa la scena dalla platea e si insinuano dentro l’emotività di chi guarda, trattenendola senza possibilità di ritorno. Questo è dovuto dalla forza di un testo ben sostenuto dalle cinque voci femminili, che hanno regalato ognuna una sfumatura diversa a quella tradizione popolana quasi scomparsa, che oggi fatica a sopravvivere, attraverso le poche persone che ne tengono le fila, figli di generazioni passate, che resistono alla perplessità dei nostri tempi caotici e veloci, come pietre miliari, lì ferme a indicare una direzione, laddove il cuore vince sulla mente, anche a costo di farsi male.

Cinque vicende narrate si stagliano sul sottofondo musicale di brani tra i classici della tradizione romanesca e alcuni inediti scritti da Carmelo Caprera, valorizzati dalla notevole esecuzione di Adriano Di Benedetto.

Ogni donna è portatrice di una narrazione che è emblematica di una rivoluzione personale, la prima ad entrare in scena è colei che interpreta un Pasquino donna, Delia, reso meravigliosamente da Sara Signorelli, che col suo piglio determinato regala intensità ad una vicenda controversa, che coinvolge carbonari e popolo, che vede i più deboli schiacciati dalle angherie dei forti, così il pubblico non ha dubbi nella scelta e si schiera sin da subito con chi dalla vita forse non ha avuto la meglio, ma mantiene puliti la coscienza e l’onore.

A spezzare i toni duri e la crudezza del racconto precedente è Annalisa Peruzzi, Tina, che giunge in scena strappando da subito risate accorate, portatrice di un’ironia intelligente, carica di intensità e unicità, usata per raccontare una storia non meno tragica delle altre; la donna infatti cerca di convincere i giudici a scagionarla dall’accusa di omicidio nei confronti del marito, un uomo fedifrago e manesco, ma che lei continuava a definire “bravo”, senza però convincere gli spettatori, che anche in questo caso non hanno avuto dubbi a parteggiare con la protagonista, “cornuta e mazziata”, nel vero senso dei termini di un detto romano che è stato qui emblematizzato nel migliore dei modi.

Dalle risate si passa al romanticismo più puro, un balcone e serenate d’amore, per una storia che non ha lieto fine, proprio come avviene nelle migliori tragedie shakespiriane, Ninetta diletta il pubblico col suo racconto di un amore che nasce per caso, tra colei che dell’amore non voleva più sapere e colui che fa di tutto per conquistarla e ci riesce, ma poi tutto cambia all’inizio in meglio poi però il dramma si consuma anche stavolta, prima nei fatti, poi nelle parole di Ambra Cianfoni, l’interprete che ha dato vita al personaggio e ha curato anche la regia dello spettacolo.

Chi strappa le lacrime dal corpo e dagli occhi è Teresa, portata in scena da Alessandra Kre. In lei la passione e la carica drammatica hanno donato vigore al famoso testo de Er fattaccio der vicolo der Moro, qui reso meravigliosamente al femminile, ancora una volta per parlare di una rivoluzione che trasforma dentro colei che la porta avanti e che poi trascina nel disastro e nella tragedia, pur lasciando un senso forte, che si aggrappa al pensiero dello spettatore spaesato e addolorato, che non può che schierarsi dalla parte di chi, se pur al prezzo di una vita umana, ha provato a portare giustizia nel proprio microcosmo popolare e ha tentato di porre fine a una sofferenza, a un sopruso, restando vittima di un gesto che si è rivelato inevitabile.

Il finale è affidato a Celeste Di Porto, personaggio realmente esistito, un’ebrea che l’attrice Claudia Casciani ha cucito su sé stessa, donandole la caparbietà e la seducente bellezza, che servì a colei che fu nominata la “pantera nera” per salvarsi e salvare la propria famiglia dalla persecuzione, e che la rese vittima di un ricatto al quale non si poté sottrarre, quello di consegnare i suoi correlligionari ai fascisti.

La preziosità di questo spettacolo risiede proprio nella sua poliedricità d’intenti, espressa tramite la metateatralità, intrinseca in quel dilemma che anima il teatro sin dai tempi in cui si portava in scena l’Antigone di Sofocle; palesata attraverso il racconto nel racconto; generata dal coinvolgimento emotivo e sociale da cui viene travolto lo spettatore; caratterizzata dalla diversità delle interpreti che hanno dato voce a questioni così importanti da restare impresse nella mente anche a distanza di giorni, quando il sipario è ormai calato da tempo a teatro, ma non dentro la testa di chi ha assistito.

Lo spettacolo avrà luogo nuovamente il 2 agosto presso la rassegna Lungo il Tevere.

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