TEATRO – Un po’ di rumore su “Molto rumore per nulla” al Globe Theatre

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dal 27 giugno al 15 luglio 2018, ore 21.15

Quando uno spettacolo non ha mancanze ha un’unica pecca, che su di esso non vi è molto da scrivere perché va solamente visto e in certi casi il ruolo del critico è superfluo. C’è un “però” che sorge dall’epoca in cui siamo, dal contesto sociale, dal periodo storico, che rischia di rendere quel ruolo necessario, che fa dire al critico che bisogna andare a vedere uno spettacolo come Molto rumore per nulla al Globe Theatre di Roma, diretto da Loredana Scaramella e magnificamente interpretato dagli attori della sua compagnia. Così mi arrogo il diritto di portare avanti ciò che Andrea Porcheddu spiega in uno dei suoi articoli, cioè anticipare “quel che oggi è di gran moda, ossia la teoria della ricezione. Insomma, uno sguardo critico strabico, che da un lato punta al palcoscenico, dall’altro studia le risposte del pubblico.”

Il mio “sguardo strabico” punta diverse direzioni, una delle quali mi fa spiegare il perché bisogna vedere questa rappresentazione e mi spinge a cercare di essere convincente nei confronti del pigro che non ha voglia di divenire spettatore del Globe Theatre, non perché lo spettacolo non sia abbastanza attraente di per sé, ma perché finché non lo si vede questo non si può verificare; così la recensione svolge la sua funzionalità e si assume il compito di spiegare che William Shakespeare va conosciuto oggi, va studiato, va approfondito e va visto a teatro, perché è colui che ha parlato a tutte le epoche e che può far riflettere, può spingere a trasformare un pezzo di vita e un pezzo del proprio io. Invece a chi lo conosce, a chi, per motivi di studio o di diletto, ne sa già molto dei suoi testi e ha avuto modo di vederne le rappresentazioni, da quelle più fedeli a quelle sperimentali, va detto che ogni spettacolo si fa portavoce di un messaggio nuovo, seppur comunicato attraverso un testo che è antico, quindi anche stavolta bisogna esserci, testimoni dell’ennesima versione, che non meno delle altre accresce il bagaglio culturale, esperenziale, emotivo.

Se questo serve a far sì che un pezzo giornalistico possa divenire come afferma sempre Porcheddu: “occasione di discussione e confronto, al pari delle ricerche glottologiche e linguistiche affrontate da Gramsci”, allora ben venga scrivere di questa rappresentazione, ben venga aprire un dibattito, che sia fra critico e attori, o fra critici, “purché se ne parli” perché oggi probabilmente c’è necessità di aprire un confronto sulla critica e di scontrarsi, o magari incontrarsi, per fare in modo che il pubblico disorientato dalla postmodernità, neanche più liquida, forse gassosa, sia guidato.

Il motivo principale per cui le persone dovrebbero assistere a questa pièce lo spiega la regista con parole che non potrebbero essere più esplicative: “una nuova versione di questa commedia che mi appare oggi come una riflessione molto brillante e ludica sul tema della crisi intesa come tempo della metamorfosi, su come un ostacolo, una difficoltà, possa trasformarsi in un’occasione di crescita personale e collettiva.”

Dunque la versione italiana di Much ado about nothing è questo rumore, questo insieme di parole, riflessioni, battibecchi, inimicizie, battaglie verbali, che ruota attorno a una vicenda semplice, umana, nella quale chiunque si potrebbe ritrovare, in cui la paranoia la fa da padrone, infiltrata nella testa di Claudio (Fausto Cabra), da insinuazioni false, costruite con lo scopo di distruggere chi si ritiene un nemico.

È infima la paranoia perché di vittime ne fa il doppio rispetto ad una normale problematica che divide gli animi, rendendoli oppositori l’uno dell’altro, il bersaglio della calunnia infatti è sia chi la riceve, la povera è innocente Ero (Mimosa Campironi), ma anche chi la fa, Claudio, innamorato e troppo accecato per scovare lucidamente la realtà dei fatti, sommersa da un disegno vile e ben costruito.

In questa versione a donare il nuovo a ciò che è antico sono vari elementi: la bravura degli attori, la resa scenica sostenuta da un ritmo straordinario, il tono aulico agghindato di una modernità malinconica del passato, il teatro inglese, ricostruito fedelmente, immerso in uno dei parchi più famosi di una Capitale, così lontana dalla Londra shakespeariana per clima e carattere e che rende l’entrata del pubblico in quella realtà parallela ancora più suggestiva perché sorretta da contrasti che regalano emozioni forti.

Un altro motivo è che a fare da spartiacque tra un episodio e l’altro vi è la magistrale interpretazione di Carlo Ragone, che col suo piglio comico regala unicità alla rappresentazione di ben due personaggi Corniolo e Baldassarre, e che rende il ritmo della messinscena ancora più sostenuto,  divertendo gli spettatori che divengono maggiormente attenti di fronte a quella faccenda così attuale, attorno alla quale la vicenda si intriga per poi districarsi, oscillante tra i differenti dualismi uomo-donna,  che così enfatizzati divengono uno dei punti cardine dello spettacolo, animata anche dallo spessore degli attori. Tale binomio qui si sottrae alla comune dissociazione contemporanea e viene spiegato attraverso la trasformazione di un’iniziale ostilità, quella tra Benedetto (Mauro Santopietro) e Beatrice (Barbara Moselli), in complicità, grazie alla forza dei ruoli, ma soprattutto grazie al motore dell’amore che per dirla con Dante è solito “move[re] il sole e l’altre stelle” e che qui ha saputo trainare la convinzione adolescenziale e nettamente maschile di colui che non voleva far spazio all’amore a discapito di una vita libertina, che in realtà non ha nulla a che fare con la libertà, ma piuttosto con l’immaturità, facendolo passare dalla condizione di “buffone di corte”, a uomo saggio, capace di far emergere giustizia laddove vi era infamità; ma solo grazie alla guida della donna amata che, richiedendo caparbiamente di condurre gli eventi verso la verità, è riuscita a far cambiare persino un cuore orgoglioso e spavaldo come quello di Benedetto, conducendo ogni situazione verso il lieto fine.

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