LIVE REVIEW – Uncertain Times Tour: i King Crimson a Pompei, Roma e Venezia

La risposta del pubblico ai concerti italiani della storica rock band è stata entusiasmante. Alla soglia del cinquantesimo anniversario, il gruppo guidato da Robert Fripp ha scalato il livello dell’eccellenza, offrendo un’esperienza unica nel mondo della musica all’insegna delle sue caratteristiche distintive: energia, intensità, eclettismo

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King Crimson, Pompei 20 luglio 2018 (foto di Alessandro Staiti)
King Crimson, Pompei 20 luglio 2018 (foto di Alessandro Staiti)

In strange and uncertain times such as those we are living in, sometimes a reasonable person might despair. But hope is unreasonable, and love is greater even than this. (Robert Fripp)

Pompei, 19 luglio 2018 – “A volte è difficile tenere a mente il luogo di un concerto, anche se ci hai suonato di recente. Questa sera, ad ogni modo, sospetto che la ricorderò per sempre. L’antico anfiteatro di Pompei”.

Jakko on Pompeii

Così Jakko Jakszyk poco prima di salire sul palco con i King Crimson nella splendida e affascinante cornice dell’Anfiteatro di Pompei.

Non sbagliava di certo Jakko, una serata memorabile. Se ne sarebbe accorto a fine concerto il pubblico numeroso e variegato intervenuto all’Anfiteatro Romano per assistere alla prima delle sette date della storica band in programma nel nostro Paese. Al contrario di quanto ci si potrebbe aspettare per una band nata nel 1969, vi sono tanti volti giovani, perfino di sedicenni. Evidentemente hanno padri e nonni saggi.

King Crimson a Pompei 19 luglio 2018 (foto di Alessandro Staiti)
King Crimson a Pompei 19 luglio 2018 (foto di Alessandro Staiti)

Durante l’attesa, gli altoparlanti diffondono le soundscape di Robert Fripp, ormai una consuetudine per accordare l’aria prima di tutti i concerti della band. Quando le prime ombre della sera stanno per calare, i King Crimson fanno il loro ingresso sul palco con il pubblico in visibilio. Il concerto è aperto come sempre da un brano di sole batterie, quel che serve per introdurre Pat Mastelotto, Jeremy Stacey e Gavin Harrison e creare la giusta atmosfera presentando una delle novità assolute nel mondo del rock: una band di otto elementi con tre batteristi in prima fila. “Larks’ Tongues in Aspic, Part 1” inaugura la setlist con una potenza straordinaria, Mel Collins rende omaggio all’Italia con una breve citazione dell’Inno di Mameli all’interno del suo splendido solo di flauto. Il concerto prosegue con il miglior repertorio dei primi quattro album: splendida “Peace: An End”, esplosiva “Pictures Of A City”, commovente “Moonchild” – seguita dalle “Cadenze” di Tony Levin al basso a Jeremy Stacey al piano – maestosa “The Court Of The Crimson King” che il pubblico accoglie con un fragoroso applauso. Dopo una bellissima “Cirkus”, l’apice viene toccato con la suite “Lizard”, eseguita nella sua interezza a partire dallo splendido “Bolero” che finalmente i King Crimson hanno incluso in scaletta per questo tour, un brano mai eseguito dal vivo prima del 2018 a causa dell’instabilità della band nel 1970. Grande è la curiosità del pubblico nello scoprire come le parti eseguite in studio di registrazione da musicisti jazz come Keith Tippett al piano e Robin Miller, Mark Charig e Nick Evans ai fiati, vengano rivisitate dal vivo dall’attuale incarnazione dei King Crimson. Stacey, oltre che eccellente batterista, è altrettanto virtuoso al pianoforte ed esegue alla perfezione le difficili parti di Tippett, mentre Collins sostituisce col sax anche alcune parti di tromba. Completa l’opera il quasi invisibile, ma incredibilmente sostanzioso, apporto di Bill Rieflin alle tastiere: è la prima volta in 49 anni che i King Crimson hanno un musicista che si dedica esclusivamente alle tastiere. Fripp, con il suono sostenuto e vibrato della sua chitarra – uno dei tratti distintivi del suo suonare fin dagli esordi – interpreta la melodia dell’oboe con un magnetismo e una dolcezza che fanno letteralmente sgorgare lacrime di commozione. Quello stesso suono sostenuto – e in questo caso dilaniante – che torna dopo “The Battle Of Glass Tears” e l’ostinata sezione “Last Skirmish”, nel “Prince Rupert’s Lament”. Qui il solo di chitarra di Fripp è di un’intensità lacerante, esprime con una maestria assoluta la solitudine e il lamento del Principe. Dopo la drammatica “The Letters” ecco due perle dall’album più innovativo degli anni ottanta: “Discipline” e “Indiscipline”, quest’ultima impreziosita da un’intro molto coinvolgente in cui i tre batteristi si sfidano facendo circolare tra loro le frasi percussive, suscitando ammirazione e divertimento per competenza e creatività al di fuori di ogni clichè. Alla fine del primo set, il pubblico tributa ai King Crimson una calorosissima standing ovation.

King Crimson a Pompei 19 luglio 2018 (foto di Alessandro Staiti)
King Crimson a Pompei 19 luglio 2018 (foto di Alessandro Staiti)

Il secondo set, dopo classici come “Epitaph”, che riecheggia in modo particolare nell’atmosfera sospesa nel tempo di Pompei, e una toccante “Islands” – in cui la voce di Jakko risuona magicamente di pace e solitudine – è dedicato a brani relativamente più recenti, con il potente medley di nuove composizioni “Radical Action” suddivisa in tre parti e intervallata dalla bella “Meltdown”, e la metallica “Level Five” – ormai ribattezzata ufficialmente “Larks’ Tongues In Aspic, Part V”. Le note romantiche e struggenti di “Starless” – la più bella canzone mai scritta – preannunciano la fine del concerto, non prima di aver colorato di un intenso rosso cremisi tutto l’Anfiteatro, coinvolgendo l’audience in un abbraccio di un’intensità inimmaginabile. Quando si accendono i riflettori il pubblico è tutto in piedi, gli applausi e le urla di incitamento sono assordanti e non si spegneranno finché i King Crimson non torneranno sul palco per il bis, un’infuocata “21st Century Schizoid Man” – vero e proprio inno del gruppo fin dal 1969 – solcata dai due assolo indipendenti e sovrapposti di Fripp e Jakko, da quello straziante del sax di Collins e da quello potente e interminabile di Harrison alla batteria. Il pubblico partenopeo è particolarmente caloroso e riempie i silenzi durante gli stacchi prima della ripresa del refrain con urletti da fan di altri tempi e canta l’ultima strofa all’unisono con la band. Mai vista una cosa del genere a un concerto dei King Crimson. La stessa band deve esserne rimasta piuttosto colpita, tanto da far finta di non vedere tutti gli smartphone che riprendono il momento. Ma la festa è troppo grande, la gioia è contagiosa, e tutto il resto – come il divieto di fotografare, filmare e registrare – per pochi minuti passa in secondo piano.

King Crimson a Pompei 19 luglio 2018 (foto di Alessandro Staiti)
King Crimson a Pompei 20 luglio 2018 (foto di Alessandro Staiti)

Pompei, 20 luglio 2018 – La seconda serata dei King Crimson a Pompei è ancor più intensa e magica: con uno spicchio di luna crescente che si staglia e sale nel cielo mentre la band ferma letteralmente il tempo tra le rovine dell’antica città sommersa dalla lava. L’acustica generale del concerto è stata drammaticamente migliorata rispetto alla prima serata in cui emergevano soprattutto frequenze medie e basse a scapito di acuti impastati e sommersi: ora è possibile udire distintamente i dettagli dell’articolata strumentazione della band. I King Crimson non si ripetono mai: le scalette sono sempre diverse da una sera all’altra, e la stessa interpretazione dei brani può subire variazioni a seconda delle serate. La setlist di questa sera omaggia in apertura gli anni ottanta con le esplosive “Neurotica” e “Indiscipline”, poi poi tornare ai Settanta con “Cirkus” e “Lizard” (questa volta il solo “Bolero”), le splendide “Fallen Angel” e “Red” (finalmente resa con un arrangiamento più snello e dinamico rispetto alle prime interpretazioni della nuova incarnazione cremisi). Alle prime note di “Epitaph” il pubblico applaude con fragore: accade sempre più spesso ormai a ogni concerto italiano dei King Crimson. Molto stimolante il nuovo medley tra le parti I e II della nuova composizione “Radical Action” e “Larks’ V”. La prima parte del concerto si chiude con “Islands”, un brano molto sentito sia da Jakko che da Mel Collins, che l’hanno cantata alla cerimonia funebre dell’ex Crimson Ian Wallace, batterista nell’album omonimo. “Islands” ha la caratteristica di fermare davvero il tempo e proiettare l’audience in un mondo di pace e serenità, assolutamente tangibile da parte di tutto il pubblico. Dopo l’intervallo si riprende con uno degli episodi dei Drumsons (brani di sole percussioni tipicamente rinominate a seconda delle location), poi “One More Red Nightmare” e le chitarre incrociate e intrecciate di “Discipline”. L’omaggio ai Settanta torna con l’innovativo arrangiamento con l’armonium di “Peace – An End” seguita dall’esplosiva e colorata “Pictures Of a City”. “Suitable Grounds For The Blues” prepara il terreno alla sognante “Moonchild” (anche qui la chitarra di Fripp raggiunge vette di lirismo stellari) e dopo le Cadenze di Levin e Stacey alle prime note di “In The Court Of The Crimson King” il pubblico tributa un forte applauso alla band. Forse la parte più intensa della performance arriva proprio alla fine con “Easy Money” (parole della prima strofa modificate da Jakko, come da esplicita richiesta di Fripp, e una parte centrale sempre più onirica e improvvisata), “Larks’ Tongues In Aspic, Part II” e l’immancabile “Starless”, con l’anfiteatro che annega nel più cremisi dei rossi sulle note finali del brano. Ancora un tripudio tutto mediterraneo e partenopeo quando la band torna sul palco per il bis con “21st Century Schizoid Man”: tutti in piedi, tutti sotto al palco, tutti a cantare come in un karaoke l’inno dei King Crimson. Scena insolita che testimonia però la crescita di livello della band all’interno dell’audience italiana.

King Crimson, Starless a Pompei (foto di David Singleton)
King Crimson, Starless a Pompei (foto di David Singleton)
King Crimson, Pompei 21 luglio 2018 (foto di Alessandro Staiti)
King Crimson, Pompei 20 luglio 2018 (foto di Alessandro Staiti)

Roma, 22 e 23 luglio 2018 – La Cavea dell’Auditorium Parco della Musica registra quasi il tutto esaurito: circa 2.800 persone per serata e, come spesso accade, molti spettatori sono tornati ad ascoltare i King Crimson anche nella seconda data. Fan accaniti? Non solo: i motivi per riascoltare la band sono molteplici. In primo luogo la differente scaletta sera dopo sera, ma soprattutto l’opportunità di poter vivere per due notti di seguito un evento nell’Evento. Perché i King Crimson non si ripetono mai: una caratteristica rara e pressoché unica nel mondo dello spettacolo. Uno dei tratti distintivi del modo di fare della band, da sempre, è nell’approccio quanto più consapevole di ogni singolo membro all’atto della Musica. Forte è la tentazione, per ogni musicista impegnato in un tour, di ripetersi a ogni concerto, dando al pubblico semplicemente quel che si aspetta: ovvero intrattenimento all’insegna di una grande qualità, riproponendo i brani di maggior successo.

La strumentazione di Robert Fripp (foto di Alessandro Staiti)
La strumentazione di Robert Fripp (foto di Alessandro Staiti)

Per i King Crimson non è così, e proprio questo differente approccio li rende unici all’interno del variegato mondo dello spettacolo. Non è un vezzo, quello di Robert Fripp, di comunicare al resto della band la scaletta pochi minuti prima del concerto: non si tratta di oliare con sempre maggior cura una macchina che dopo poche battute andrà da sola, ma proprio il contrario: cercare elementi di continua innovazione, e quindi scomodi e in contrasto con ogni sorta di abitudine, per tenere svegli i musicisti affinché siano presenti a se stessi nell’eseguire il repertorio in quel preciso istante. In altre parole, essere nel Momento Presente. Ogni performance diventa una sfida nella sfida, il pubblico ne diventa in qualche modo consapevole, in modo assolutamente tangibile, e partecipa. In questo senso va interpretato il divieto di scattare foto, filmare e registrare esibito con grandi poster sul palco a ogni concerto dei King Crimson e ripetuto nel messaggio vocale registrato da Fripp in apertura di ogni performance: in realtà si tratta di un modo per permettere al pubblico di fruire di quanto sta accadendo in quel preciso momento in modo non mediato da alcuna tecnologia. In altre parole un’opportunità per partecipare all’Evento presenti quanto più possibile a se stessi.

King Crimson a Roma, 22 luglio 2018 (foto di Alessandro Staiti)
King Crimson a Roma, 22 luglio 2018 (foto di Alessandro Staiti)

A Roma, così come a Pompei, il pubblico recepisce: a parte qualche applauso che sfugge a un’audience ammirata per la bellezza dell’esecuzione in alcuni momenti di quiete della “Lizard Suite” e della cosiddetta “Poseidon Suite” (un modo per richiamare in scaletta la successione di “Pace – An End”, “Pictures Of a City e, per la prima volta in territorio italiano, “Cadence and Cascade”, interpretata con grande maestria da Jakko), è concreta l’attenzione del pubblico che rimane in silenzio di fronte a una performance di valore assoluto. Nei due concerti di Roma – anch’essi caratterizzati da setlist differenti per ciascuna serata, quella del 22 luglio con un interessante mix di repertorio 1970/1980/2000, quella del 23 con un’apertura incentrata sui brani dei Settanta – anche la band, e in particolare Robert Fripp, prendono consapevolezza che i King Crimson sono saliti di un livello.

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King Crimson a Roma 23 luglio 2018 (foto di Alessandro Staiti)

L’accoglienza del pubblico, l’atmosfera che si è generata durante le performance, è completamente differente. Un salto di qualità è definibile – come suggerisce lo stesso Fripp – dal particolare che “dopo, niente è più come prima”. I King Crimson dispiegano con grande fiducia e confidenza i vari brani senza alcun timore: gli errori – e chi non ne commette? – sono un’opportunità per constatare come ci si riprenda dopo averli commessi, e non un’occasione di biasimo. L’audience rimane incollata ai propri posti con grande rispetto. L’energia, l’intensità e l’eclettismo sprigionata da questa band avvolge completamente la Cavea dell’Auditorium, in particolare durante la seconda serata. Ecco perché un concerto dei King Crimson è un evento nell’Evento. Il tempo si ferma: si viene proiettati in un universo parallelo forse più reale della realtà stessa, in cui ogni possibile unione tra la Musica, gli Artisti e il Pubblico ha luogo. Dopo tre ore di Musica, si prova quasi rammarico perché l’Evento ha avuto termine: non accade spesso a un concerto di una rock band.
Alessandro Staiti

Venezia, 27 e 28 luglio 2018 – I due concerti dei King Crimson al Teatro La Fenice suonano come un coronamento. Sono gli ultimi due show del tour, nella più bella città del mondo, in un teatro eccezionale che i KC avevano solamente sfiorato negli anni novanta e duemila quando si dovettero accontentare di suonare al provvisorio PalaFenice.

I fan sembrano capire che si tratta di un evento particolare e l’atmosfera nel teatro prima del concerto è elettrica. La maggior parte del pubblico è vestita con cura, con un’eleganza certamente superiore alla media del concerto rock, e notando il numero di giovani presenti viene da pensare che alcuni di loro magari si saranno vestiti così eleganti in precedenza solo a qualche cerimonia di famiglia. L’eleganza del pubblico fa il paio con quella della band che si presenta sul palco alle 21.00 in punto con la divisa degli ultimi tour: abito per i batteristi, camicia e panciotto per i musicisti della seconda fila.

King Crimson a La Fenice, Venezia (foto di Michael Inman)
King Crimson a La Fenice, Venezia (foto di Michael Inman)

Il primo dei due show veneziani inizia con grande attenzione da parte del pubblico e altrettanta da parte della band, nonostante il viavai di maschere dovuto a un numero imbarazzante di persone intente ad aggirare la richiesta della band di non registrare, filmare o fotografare lo show. Sono le ultime date del tour, in un teatro dall’acustica eccellente, le prime in uno spazio al chiuso dopo un tour italiano totalmente all’aperto e questo aiuta la band di decollare rapidamente e portare lo show a vette altissime. I pezzi introdotti nel tour 2018 e proposti nelle serate italiane (“Moonchild” e “Cadence and Cascade”) vengono suonati nella prima parte dello show, concentrata solo sul periodo 1969-1972, mentre dopo la pausa vengono suonati in rapida sequenza brani più concentrati sulla seconda parte della carriera della band.

Si percepisce che il tour è alla fine, i musicisti sono scatenati e soprattutto i tre batteristi sembrano lasciare un po’ da parte il bilanciamento delle varie sezioni musicali e si gettano nel divertimento. Durante “Indiscipline” questa situazione si fa palese e i tre si lanciano tranelli ritmici in continuazione, uscendone in modo sempre sorprendente e lasciando il pubblico a bocca aperta e nervi tesi.

King Crimson al Teatro La Fenice, Venezia (foto di Michael Inman)
King Crimson al Teatro La Fenice, Venezia (foto di Michael Inman)

A differenza del tour del 2016, che vedeva scalette talvolta un po’ sbilanciate verso i brani più pesanti del repertorio della band, ora ci sono diverse ballate che rendono la dinamica del concerto più fluida. “Islands” è certamente uno dei momenti più emozionanti dello show e dimostra come questi otto musicisti possano suonare delicati se ne hanno l’intenzione. In modo simile emoziona “Bolero”, la sezione di “Lizard” più attesa dai fan, durante la quale uno dei più grandi batteristi al mondo – Gavin Harrison – si piega al servizio del brano suonando per tutta la durata del brano lo stesso tempo di bolero sul solo rullante mentre il resto della band swinga, ondeggia, si lascia andare a dinamiche che sembrano scritte apposta per distoglierlo dal suo ruolo. Invece lui no, disciplinatamente si ostina sul rullante. È una delle tante dimostrazioni pratiche di come questa band sia realmente al servizio della musica e non del virtuosismo nonostante sia formata da otto musicisti che si possono tranquillamente annoverare tra i maggiori virtuosi del proprio strumento.

L’unico momento della serata in cui sensazioni meno piacevoli prendono il sopravvento è quando Jakko, conclusa una performance lunga e vocalmente molto impegnativa di “Easy Money”, fatica a riprendere fiato e nei brani successivi scende ripetutamente dal palco per tergersi la fronte e respirare. Sul finale di “Starless”, mentre il resto della band accoglie gli applausi prima di uscire di scena, addirittura scappa dietro le quinte senza attendere i compagni. Infine, durante l’assolo di batteria di Gavin Harrison su “21st Century Schizoid Man”, nuovamente Jakko esce di scena lasciando il pubblico interdetto. Per fortuna ritorna in tempo per il finale del brano e del concerto (alle 23.59, con precisione svizzera). Da un lato la sua capacità di suonare e cantare brani incredibilmente complessi in una condizione fisica non perfetta è l’ennesima riprova della professionalità di questa band, dall’altra tra i fan a fine show girano voci preoccupate. Starà meglio? Riuscirà a salire sul palco per la data dell’indomani?

Per fortuna il giorno seguente i dubbi vengono fugati e alle 21.00 nuovamente la band esce sul palco per l’ultimo show del tour. Come da tradizione la scaletta è solo in parte sovrapponibile a quella della serata precedente; vengono tralasciati alcuni classici come “Larks’ Tongues In Aspic Part I”, “The Letters” e “Cadence and Cascade” a favore di “Discipline”, “One More Red Nightmare”, “Red”, “Epitaph” e “Meltdown”. L’interplay tra i musicisti è ancora più serrato della sera precedente, Jakko totalmente ripreso regala una performance vocale superlativa e la prima parte della scaletta si conclude con venti minuti di potenza ineguagliabile con “Radical Action I”, “Radical Action II”, “Meltdown”, “Radical Action III” e “Level Five” suonate in sequenza.

L’apice del concerto arriva sul finale con una esecuzione di “Starless” da lasciare senza fiato. Stupisce la sicurezza con la quale la band affronta un brano così complesso, nel quale le diverse sezioni si accumulano l’una sull’altra creando ciascuna una base di tensione che viene poi sfruttata nella successiva. Nella seconda serata alla Fenice i King Crimson sembrano non avere alcun timore di poter sbagliare qualcosa, di poter far cadere quel castello di carte di tensioni e rilasci e affrontano “Starless” come un brano del quale hanno piena consapevolezza. Sul pubblico viene rilasciata una quantità di energia immensa, ri-trasmessa alla band sotto forma di un lunghissimo applauso che accompagna l’attesa del bis, una “21st Century Schizoid Man” tanto bella quanto – a questo punto – forse neppure necessaria.

Il pubblico entusiasta si riversa lentamente fuori dalla Fenice nella caldissima estate delle calli veneziane con l’eco nelle orecchie delle ultime note del tour italiano della più grande live band del pianeta, sperando che non rimangano ultime a lungo.
Marco Zanetti

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