L’INTERVISTA – Galen Ayers: “MONUMENT, un punto di svolta nella mia vita circondata dalla musica”

La bravissima e bellissima cantautrice e artista britannica, figlia di Kevin Ayers, di passaggio a Roma per promuovere il suo album d'esordio si rivela in esclusiva a MP News nella sua prima intervista italiana

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Galen Ayers - photo by Barron Claiborne
Galen Ayers - photo by Barron Claiborne

La mia vita è stata sempre circondata dalla musica. Mio padre era un musicista, spesso lo seguivo in tour e cantavo insieme a lui. Ma dal 2012 non stavo davvero più suonando, almeno quanto nei sei anni precedenti. Avevo trovato altri modi per usare la musica, lavorando con enti di beneficenza per aiutarli a creare eventi musicali con il fine di sensibilizzare e ottenere sostegno. Mi piaceva, ma non componevo più e neanche cantavo. Poi mio padre è morto tragicamente nel febbraio 2013 e sono caduta in un abisso di insensatezza. Un giorno mi sono svegliata e ho visto la mia chitarra nell’angolo emanare questa sensazione familiare eppure distante: suonami, suonami. Così mi sono alzata, ho preso la chitarra e le canzoni sono cominciate a fluire da me una dopo l’altra e mi sono sentita nuovamente viva, come se mio padre lo avesse fatto per me, e quello è stato l’inizio dell’album“.

Delicatamente e con dolcezza, come è nella sua natura, Galen Ayers racconta la nascita del suo primo album MONUMENT, scritto sull’isola greca di Hydra nei due anni immediatamente successivi alla morte del padre. Figlia di Kevin, membro fondatore dei Soft Machine, associato con la scena di Canterbury e considerato uno dei musicisti più influenti del movimento psichedelico inglese, Galen è cresciuta con il papà. Ha studiato, tanto, diplomandosi in Etnomusicologia, Studi Religiosi e Buddhismo presso la School of Oriental and African Studies dell’Università di Londra e in Psicologia della Religione presso l’Heythrop College.

MONUMENT è un album eclettico, raffinato e delizioso che riflette in dieci brani arrangiati con grande classe la poliedrica, profonda, elegante e gentile personalità di Galen. Fin dalle note di “You Choose”, una canzone che rimane subito in mente e apre l’album senza frapporre alcun velo tra lei, la sua amabile voce, la sua chitarra e l’ascoltatore. Splendido il raffinato bossa nova di “Run Baby Run”, con alcune strofe cantate in spagnolo. Sonorità e atmosfere psichedeliche impreziosiscono brani come “Morning Song”, la bellissima, riflessiva “Into The Sea (Calm Down)” con un testo di chiara ispirazione buddhista, la malinconica “Ain’t the Way” e la raffinata title track che chiude superbamente questo promettente esordio di Galen Ayers.

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La incontriamo – grazie al contatto fornito dal comune amico Marziano Fontana – mentre è di passaggio a Roma con il marito Stephen Hopkins, il famoso regista di grandi film come Predator 2Lost In Space – Perduti nello spazioBlown Away – Follia esplosivaThe Reaping – I segni del male, Race – Il colore della vittoria, regista anche del video di “You Choose” e autore della copertina di MONUMENT.

Alessandro Staiti e Galen Ayers a La Feltrinelli di Galleria Alberto Sordi a Roma - Photo di Stephen Hopkins
Alessandro Staiti e Galen Ayers a La Feltrinelli di Galleria Alberto Sordi a Roma – Photo di Stephen Hopkins

Ci sono riferimenti alle religioni nei brani di MONUMENT?

– Non tanto alle religioni, ma sicuramente al buddhismo in generale. Quella che per me ha maggiori fondamenti filosofici nella ricerca. Il desiderio di incontrare qualcuno non importa davvero in sé, perché effettivamente siamo tutti collegati. Possiamo incontrarci, possiamo essere migliori, perché non farlo ora senza tante complicazioni? Possiamo stare tutti insieme. Questo è il buddhismo.

“You Choose”, il primo singolo estratto da MONUMENT, solcata da un giro di chitarra che ti entra subito in mente e impreziosita dalla naturale bellezza della tua voce – credo sia molto autobiografica e racconta anche del forte legame e poi della perdita di tuo padre Kevin.

– Ho scelto questo brano per aprire l’album perché riflette molto bene il percorso della mia vita: i miei studi, i miei viaggi, e anche le scelte che ho fatto dopo la scomparsa di mio padre. Ho perso il mio migliore amico, mio fratello: mia madre e lui si separarono quando avevo due anni e io rimasi con Kevin. Il video che ho realizzato per questo primo single è stato girato a New York e diretto da Stephen, mio marito.

Così fu lui a prendersi cura di te…

– Fui io a prendermi cura di lui, così quando venne a mancare rimasi senza lavoro… Credo che quando hai un tipo di rapporto del genere – quando la figlia diventa la madre e il padre diventa il figlio, la prima cosa che devi imparare è amare. Impari, perché provi a comprendere ciò che realmente non capisci e così impari cosa sia il perdono e tutto il resto. Ho fatto questo album quando mio padre è morto, c’era un sacco di gente che voleva fare interviste, libri e altra roba del genere: ma nulla di tutto questo mi sembrava appropriato. Così mi sono fidata del mio istinto. E quando la gente mi chiede la mia storia, sento di aver scelto di fare questo album. “You Choose” tratta proprio di questo: è stata una mia decisione.

Kevin Ayers
Kevin Ayers, i suoi album solisti JOY OF A TOY, WHATEVERSHEBRINGSWESING e BANANAMOUR sono stati tra i più influenti della scena musicale inglese

La funzione catartica della musica…

– Credo che tutta la musica, l’arte in generale, sia catartica: come esseri umani non abbiamo bisogno della musica, potremmo vivere anche senza di essa. Siamo tra i pochi animali che producono arte, perché è bello farlo. Amo la musica, è il mio secondo diario: è una celebrazione di come sono cresciuta e di come sono stata amata da piccola, circondata in casa da progressive rock a ogni ora del giorno, tutti i giorni. In particolare Kevin ascoltava musica di autori che si accompagnavano con la chitarra come J.J. Cale o George Harrison. Gli piaceva molto anche Bob Marley, tanto jazz tra cui il Bill Evans Trio, Paco de Lucia… e poi i Muppet! I Muppet ospitavano nei loro show i migliori musicisti. Ma la musica più ascoltata in casa erano i Beatles. Non gli Stones, non gli piacevano gli Stones. Non gli piaceva Mick Jagger, non capiva quel tipo di musica: diceva che la differenza tra i Soft Machine e le band di progressive rock e gente come Mick Jagger è che Jagger e i Rolling Stones in generale provenivano dal blues. I Soft Machine operarono una grande divisione, musicalmente parlando: via le dodici battute e tutti quegli elementi che si rifacevano al blues, e suonavano brani che potevano durare anche mezzora. Tuttavia Kevin non ascoltava molto progressive rock. Per quanto io possa ricordare, lui era più un songwriter. Da quel che ho capito, lasciò i Soft Machine perché voleva scrivere canzoni. Ricordo che i suoi riferimenti erano Bob Dylan, John Lennon, molto Randy Newman, Tom Waits. Ero ancora una ragazzina e quando lui si addormentava per una siesta cercavo di pulire e mettere in ordine la sua scrivania: era piena di carte, tutte poesie, scriveva tantissimo. Parole, parole, parole… La grande tragedia della sua vita fu quando Ollie Halsall venne a mancare, e lui smise di comporre. Era il suo migliore amico e per me era come uno zio, stava sempre da noi. Amava la filosofia, molti dei suoi amici erano buddhisti e venivano a casa per recitare il Nam Myoho Renge Kyo. Fu lui a parlarmi dei koan Zen.

Quando hai iniziato a interessarti alla meditazione?

– Fin da piccola Kevin decise che la mia educazione fosse senza TV o altro, solo scrivere e leggere. Mi insegnava i koan Zen anche giocando. Inoltre, il secondo marito di mia mamma collezionava arte tibetana: così tra mandala e thang-ka trovai la mia passione per il buddhismo e mi innamorai della sua estetica e della sua filosofia. La meditazione è venuta naturalmente, ho iniziato così presto che non ho ricordi della mia vita senza meditazione. Del buddhismo amo soprattutto la nozione di compassione.

Galen, Photo by Barron Claiborne
Galen – Photo by Barron Claiborne

Compassione, una parola difficile in questi tempi in Italia e in Europa con la questione dei migranti…

– Un problema molto complicato. Comprendo la posizione dei fascisti e di chi non vuole i migranti, ma non concordo con loro. Comprendo quel che dicono, perché siamo troppi. L’idea dell’Italia agli italiani è tramontata come quella dell’America agli americani. Siamo tutti su questo pianeta, ma siamo in troppi. Non sto dicendo di abbandonare l’dea di nazionalità e dell’identità culturale. Ma a causa dei cambiamenti climatici queste persone non hanno più cibo: perché devono soffrire? Dobbiamo trovare una soluzione. Quel che comprendo, ripeto, è il desiderio di un’identità e di una cultura.

Penso a una canzone di Kevin, “Why Are We Sleeping”… Un riferimento a Gurdjieff?

– Sì, a quei tempi tutti erano interessati a Gurdjieff, come a una sorta di eroe. “Why Are We Sleeping” è molto buddhista. Quel che trovo interessante e che fin da quando ero una teenager Kevin conduceva una vita molto intensa ed era diventato piuttosto cinico. Aveva provato di tutto ed era rimasto deluso da tutto, era diventato sarcastico, un termine che descrive bene la condizione di chi è allo stesso tempo arrabbiato e triste. Mio padre era Leone, ascendente Leone e con Luna nel Leone: un incubo (sorride).

Un grande ego!

– Molto grande! Di contro io sono Capricorno ascendente Cancro, molto emotiva. Kevin non mi ha mai insegnato musica, non aveva pazienza: appena sbagliavo qualcosa, mi riprendeva: “sei pessima!”. Non mi ha insegnato nulla, eccetto che cucinare. Era bravissimo in cucina, fantastico. Aveva una vera e propria ossessione per il pesce. Jacques Cousteau era ovunque, in ogni angolo della casa. I suoi libri erano perfino in bagno. Kevin nuotava per ore e ore, portava a casa del pesce e lo preparava per la cena, e mi insegnava come cucinarlo. Mi ha insegnato la connessione tra cucinare, dipingere, vivere, cantare. Il che è ottimo quando creo, ma pessimo quando ho bisogno di soldi (ride di gusto). Mi piace fare tante cose: amo la musica, scrivere, dipingere, cucinare: mi è difficile fare una cosa sola. Con questo album mi sono impegnata molto nello scrivere i testi, quindi ho composto la musica, e poi ho pensato alla grafica per la copertina. Un’opportunità per produrre un’opera completa. Nonostante le spese, ti dà il senso di aver fatto qualcosa di significativo.

Come hai conosciuto tuo marito?

– In un bar, in Inghilterra, tre anni fa. Ma era il miglior amico del fratello della mia madrina, quindi aveva già delle ottime referenze quando l’ho conosciuto. Era un raccomandato di ferro, in altre parole (sorridono entrambi). Ci siamo sposati dopo tre mesi. Stephen mi ha anche molto aiutato professionalmente: stavo imparando a essere un’artista indipendente negli Stati Uniti, il che è molto diverso e relativamente più semplice che in Europa.

Stephen Hopkins e Galen Ayers a Roma - Photo by Alessandro Staiti
Stephen Hopkins e Galen Ayers a Roma – Photo by Vinicio Antei

Hai appena tenuto in concerto a New York…

– Sì, e mi piacerebbe suonare anche e di più in Europa. E mi piacerebbe che MONUMENT fosse disponibile nei negozi europei così da evitare i costi di importazione dagli Stati Uniti. Ho una buona distribuzione, ma per ora solo in Inghilterra. Come dice Stephen, facciamo soldi per fare i film, non facciamo film per fare soldi. La stessa cosa vale per me: faccio soldi per fare dischi, non faccio dischi per fare soldi. MONUMENT è come un perno attorno al quale si realizza un cambiamento. Il prossimo sarà un album molto più incentrato su di me, con meno riflessioni sul passato. Sono già molto emozionata pensando al mio prossimo disco.

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Alessandro Staiti è nato a Roma dove si è laureato in Storia della Letteratura Italiana Moderna e Contemporanea e poi specializzato in Comunicazione e Organizzazione Istituzionale con tecnologie avanzate. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1986 al 1994 ha collaborato con il settimanale musicale "Ciao 2001" e per lo stesso gruppo editoriale è stato direttore della rivista "Esoterica", caposervizio delle pagine “Cultura” e “Sesso&Salute” del quotidiano nazionale “Quigiovani” e autore di instant book su Sting, a-ha, e Peter Gabriel. Ha pubblicato i saggi "Robert Fripp & King Crimson" (Lato Side, 1982), il primo libro al mondo sul chitarrista inglese e "In The Court Of The Crimson King" (Arcana, 2016) la prima monografia in Italia sulla nascita della band che ha cambiato la storia del Rock. Opinionista sportivo in radio e TV, collaboratore di "Classic Rock", Staiti è caporedattore delle sezioni Sport e Musica di MP News. Archivio Articoli

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