TEATRO – La Classe di Vincenzo Manna al Teatro Sala Umberto

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Uno spettacolo che ha come titolo La classe suggerisce un richiamo al drammaturgo polacco Tadeusz Kantor e al testo che nel 1975 raccontava di una Classe morta, in cui, all’interno di una dimensione surreale, malinconia e allegria si intrecciavano dentro un gioco scenico che metteva il pubblico di fronte all’alienazione nella quale erano immersi i protagonisti.

Non sappiamo se sia voluto dall’autore del testo Vincenzo Manna o semplicemente sia un’evocazione spontanea da parte di chi ricerca le contaminazioni del passato in un teatro del presente. Sicuramente anche qui ritroviamo degli studenti coinvolti in un conflitto interiore, che straborda dalle loro bocche urlanti e dai loro occhi arrabbiati nei confronti di una società che non li comprende, in tutti i sensi che questo termine rappresenta.

Nell’intreccio in cui viene coinvolto il testo di Manna con la regia di Giuseppe Marini si insinua il suggestivo gioco metateatrale che vede il professor Albert, abilmente interpretato da Andrea Paolotti, divenire “maestro” di storia, di vita e di teatro per quegli studenti ribelli, attori non convenzionali, che gli urlano in faccia il loro malcontento a suon di insulti, minacce, attacchi fisici, che ben presto si tramutano in voglia di dialogo, speranza per un futuro di riscatto, versi in rima e passi di danza, espressione di un nuovo modo di voler affrontare una realtà fino ad allora rifiutata. Così, inevitabile diviene anche il rimando a film come L’attimo fuggente e Il club degli imperatori, nei quali il ruolo del professore si fonde con quello del mentore che trasmette un segno indelebile nel percorso dei suoi allievi, ma si tratta di un rievocare leggero, che lascia presto spazio a una trama del tutto originale, proiettata a documentare un fatto storico a cui forse è stata data poca attenzione rispetto alla sua portata. In Albert è possibile però riscontrare l’invito nei confronti dei suoi studenti a vedere nella cultura ciò che indicò Antonio Gramsci, ossia: “[…] organizzazione, disciplina del proprio io interiore; […] presa di possesso della propria personalità, e conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti, i propri doveri”, incitandoli quindi ad avere un’ambizione che li possa guidare verso una crescita e un miglioramento al quale inizialmente non erano neanche in grado di pensare, oppressi da un disagio che deriva da una scuola per nulla accogliente, degradata e poco curata, dalla violenza e dal disordine sociale dovuti a uno “Zoo”, così definito perché abitato da rifugiati, luogo che i ragazzi attraversano nel tragitto da casa a scuola, da tempi che si fanno sempre più caotici e conflittuali e da un’età in cui ogni situazione può divenire motivo d’insofferenza. Tutto questo però non scoraggia affatto Albert, il quale non si arrende di fronte ai tanti ostacoli e a quella classe così difficile, decidendo di credere in quella che inizialmente appare come un’utopia e che invece si rivela raggiungibile grazie alla tenacia di un professore impavido e all’impegno di allievi che alla fine capiscono l’importanza di tirarsi fuori dal loro stato mentale di apatia e di dover sognare in grande per poter dare un senso alle loro vite.

Fino alla fine si resta col dubbio se la battaglia sia stata o meno vinta da Albert, i cui buoni propositi sono di continuo messi alla prova, una prova non solo mentale, ma anche fisica, tanto da rischiare di lasciarci la pelle; ma sembra esserne valsa pena, visto che laddove c’era un’assenza di futuro, lui è stato capace di disegnare sogni per i suoi ragazzi, che hanno avuto la giusta spinta per iniziare a visualizzare un avvenire vittorioso e pieno di soddisfazioni.

Nel coro degli studenti in lotta con il loro tempo e con una società degradata, spicca l’interpretazione di Cecilia D’Amico, che con la sua spontaneità ha reso le personalità dell’adolescente goffa ed emarginata in maniera impeccabile, tanto da far dimenticare per alcuni istanti al pubblico di essere a teatro, contribuendo a definire i contorni del quadro naif che questa messinscena presenta per via delle differenze interpretative, suggestivamente intersecate in una resa scenica originale ed alternativa,  dove  si inseriscono le musiche di Paolo Coletta a sottolineare  i toni malinconici, talvolta grotteschi, di questa vicenda, che ruota attorno alla partecipazione ad un bando europeo, pretesto di un riscatto voluto da Albert per i suoi studenti. Il concorso prevede la vittoria per la classe che riesce a raccontare l’olocausto nel modo più originale e toccante e così il maestro propone alla sua classe di lavorare non sul genocidio degli ebrei, ma sull’olocausto siriano, più vicino ai nostri tempi, nei confronti di ribelli al regime autoritario e despota, che manda a morte e tortura tutti coloro che non si sottomettono al suo volere; scoperto proprio grazie ad un rifugiato dello “Zoo”, che lavorava per quel regime e che ne aveva raccolto le testimonianze. La proposta inizialmente derisa e rifiutata, diventa lo stimolo principale che trascina i ragazzi verso la loro rivincita, in una corsa contro il tempo ridotto, per via di una chiusura anticipata della scuola, che gli viene concesso per finire il lavoro.

La scrittura di Manna, che prende spunto da documenti e fatti inerenti ad un a vicenda drammatica del nostro tempo, si allinea con l’intento brechtiano che vedeva nel teatro la possibilità oltre che d’interpretare il mondo, di trasformarlo.

È da spettacoli come questo che gli spettatori possono trarre un’occasione per riflettere e per “cambiare” qualcosa, se non del mondo, almeno di sé stessi, perché dopo la catarsi, che arriva solo alla fine, attraverso l’invito a sforzarsi e a sacrificarsi per godere dei frutti di un impegno, giunge il momento delle luci spente, del sipario chiuso e di quella camminata fino a casa, in cui si pensa a come poter fare il proprio “pezzo” per migliorare qualcosa che non va, da mettere in pratica nei giorni successivi.

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