L’INTERVISTA – Bruno Ballardini: “Cambiando noi stessi, cambieremo il mondo”

Nel suo ultimo libro dal titolo emblematico "Lo Zen e l'arte di aprire una porta aperta" l'autore - con una scrittura impeccabile e diretta - indica una via per il risveglio dal nostro sonno esistenziale, per imparare a vivere il Momento Presente, per renderci uno con la nostra essenza 

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Scrittore, laureato in Filosofia del Linguaggio con Tullio de Mauro, ha studiato composizione e musica elettronica con Franco Evangelisti presso il Conservatorio Santa Cecilia. Ha militato nelle grandi multinazionali della pubblicità e oggi è uno dei più apprezzati consulenti di marketing e comunicazione strategica. Alla professione affianca la ricerca e l’attività di saggista: Bruno Ballardini è una versione moderna dell’uomo rinascimentale. Cultore di arti marziali e dello Zen, ha imparato come indirizzare le proprie energie senza disperderle in vane manifestazioni esteriori, illusorie proiezioni del nostro ego e delle nostre abitudini.

Nel suo ultimo libro dal titolo emblematico “Lo Zen e l’arte di aprire una porta aperta” (Piemme, 2018) Ballardini – con una scrittura impeccabile e diretta che introduce e argomenta gli insegnamenti dello Zen – indica una via per il risveglio dal nostro sonno esistenziale, per imparare a vivere il Momento Presente, per renderci uno con la nostra essenza.

Lo abbiamo incontrato per riflettere insieme sui temi che tocca nel suo ottimo e bellissimo libro.

– “Impariamo a fare un piccolo gesto rivoluzionario che può cambiare tutto: cambiando la nostra visione del mondo, cambieremo noi stessi, cambiando noi stessi, cambieremo il mondo”. Bruno, così concludi le riflessioni preliminari del tuo ultimo libro “Lo Zen e l’arte di aprire una porta aperta”. Un’affermazione importante e illuminante che contiene non solo principi pedagogici, ma anche risvolti sociali e politici.

Sono felice ogni volta che qualcuno si accorge che questo è anche un libro “politico”. Parliamo spesso e a sproposito di “rivoluzione”, ma poi da soli non siamo capaci di cambiare nemmeno un’unghia di noi stessi. Con che diritto, allora, pretendiamo di cambiare gli altri? La visione di massa ci ha abituati ad una falsa concezione della politica. Ci siamo convinti (o ci hanno convinto) che la democrazia consista in una nobile e libera competizione per arrivare a conquistare la maggioranza, e poi magari dominare su chi non la pensa come noi. Invece, la vera democrazia dovrebbe essere quella condizione in cui tutti possono esprimere e realizzare la loro diversità, la loro unicità, e metterla a disposizione degli altri. Il resto, cioè l’amministrazione, deve attuarsi solo in funzione del bene comune, non certo di un’ideologia di destra o di sinistra, populista o liberale. È assurdo che in televisione vada in onda praticamente 24 ore su 24 e a reti unificate la telecronaca di un’interminabile assemblea di condominio in cui i rappresentanti di ideologie diverse tentano di far prevalere gli interessi del proprio elettorato su quelli degli altri, alla faccia del “bene comune”. Questa non è democrazia, questo è ancora lo stadio primitivo della società umana. Ma possiamo sovvertire tutto questo con un piccolo gesto rivoluzionario: aprendo gli occhi, cominciando a vedere le cose per quello che sono, diventando persone consapevoli, come ci propone lo Zen.

Lo Zen e l'arte di aprire una porta aperta. Copertina

– “Aprire gli occhi è la nascita stessa: diventiamo coscienti di esistere. Più tardi, praticando lo Zen, rifaremo lo stesso percorso. Apriremo gli occhi come se fosse la prima volta, venendo al mondo più volte”. Come dire, guardare sempre la realtà con occhi innocenti. Questo implica vivere costantemente il Momento Presente, che di per sé è eterno.

Riuscire a vivere il “qui ed ora” sembra la cosa più facile del mondo, eppure è la più difficile. Siamo costantemente strattonati dal futuro che incombe, e contemporaneamente tirati indietro dal nostro passato. Per guardare la realtà sempre con occhi innocenti occorre allenarsi a vedere le cose come se fosse la prima volta. La gente non ha la minima idea di quante scoperte si possano fare in questo modo. Siamo ottenebrati da pensieri che ci distraggono e da preconcetti che fanno da filtro tra noi e il mondo. Per questo noi non vediamo veramente il mondo: vediamo solo ciò che crediamo esso sia.

– Nel tuo libro sottolinei con grande chiarezza il pericolo del fare meditazione senza aver avuto una guida che ci insegni il modo corretto di farla e comunque del fare soltanto meditazione senza un’attività fisica – come le arti marziali per esempio – che tengano con i piedi piantati per bene al suolo. Il risultato in entrambi i casi è l’auto-inganno.

Esattamente. Non affidarsi a una guida che abbia almeno un po’ di esperienza più di noi, non solo è un atto di grande arroganza ma ci lascia soli alla mercé del nostro peggior nemico: l’Ego. Un nemico talmente potente da riuscire a condizionare tutta la nostra vita. Non possiamo farcela. Come in psicanalisi, occorre la presenza di una terza persona che ci aiuti a mantenere l’obiettività e a non ripetere almeno gli errori che ha già fatto lei. Nel buddhismo Zen è molto importante aiutare gli altri sulla strada dell’illuminazione. E poi, se soltanto tre o quattro persone raggiungono l’illuminazione, quella non è vera illuminazione. O tutti o niente. Per questo occorre aiutare gli altri lungo la Via, e non si tratta di proselitismo dottrinario come avviene per le religioni, tutt’altro. È la vera compassione.

Bruno Ballardini

– Dedichi una parte importante del tuo libro alla distinzione tra visione, Retta visione e visualizzazione

Era necessario, vista la confusione che si fa spesso fra queste cose. La visione è la rappresentazione che la nostra mente si fa della realtà esterna. Per gli psicologi la stessa parola è sinonimo anche di “allucinazione”, ovvero della percezione di un oggetto senza che ci sia uno stimolo esterno. L’allucinazione va distinta poi dall’illusione, che interpreta in modo errato un segnale vero proveniente da fuori di noi, mentre l’allucinazione è la percezione di qualcosa che non esiste affatto. In poche parole, illusione è sentire piangere un bambino quando invece si trattava di un gatto che miagolava, allucinazione è sentire un gatto che miagola (oppure ovviamente anche un bambino che piange) quando non ci sono nessun gatto e nessun bambino. Per la psicologia, perfino le visioni dei profeti, su cui sono state costruite le religioni, potrebbero essere considerate delle allucinazioni. Per lo Zen invece non c’è alcuna differenza: qualsiasi visione, come del resto qualsiasi allucinazione, è un’illusione dettata dall’Ego. C’è poi un terreno insidioso, a metà strada fra l’illusione autoindotta e l’allucinazione, costituito dalla cosiddetta “visualizzazione”, ovvero quella particolare tecnica che in Oriente si usa per depistare la mente modificando l’immagine che abbiamo del nostro corpo. Con le visualizzazioni è possibile superare i limiti fissati dalla nostra visione del corpo, consentendogli di compiere cose che normalmente non sarebbe capace di compiere. Nelle arti marziali, ad esempio, come nello yoga, ci si allena imitando animali, piante, fenomeni naturali, per acquisirne i poteri. Il confine tra allucinazione e visualizzazione è molto sottile e spesso i principianti (soprattutto i maniaci del fai-da-te) si perdono facilmente, non riuscendo più a capire cosa stanno facendo e dove si trovano. Il lavoro sulla consapevolezza che si fa con la meditazione Zen, porta alla Retta Visione di cui parlo nel libro.

– Un capitolo del tuo libro si intitola “L’essenziale è ciò che non si vede”, proprio come risponde la volpe al Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry: “L’essenziale è invisibile agli occhi”?

Ci sono molte “citazioni nascoste” che servono a rendere evidenti al lettore i punti di coincidenza fra la nostra migliore filosofia, anche le intuizioni dei poeti, e il buddhismo e il taoismo. Ma devono arrivarci da soli, mentre leggono devono arrivare a dirsi: «Ma guarda! Questo lo conosco! Ma allora non è poi così lontano dal nostro modo di pensare… », riconoscendo che questa filosofia ci appartiene. Non è affatto una cosa “esotica” o “magica”, come vorrebbe far credere la moda new age e l’orientalismo di maniera che, cacciato dalla porta, rispunta sempre dalla finestra. Invece è una saggezza molto concreta che ci accompagna da secoli. Sta a noi scoprirla.

Bruno Ballardini
Bruno Ballardini

– Sociologi, politici, economisti, ideologi: tutti vogliono cambiare il mondo. Ma nessuno di essi sembra aver realizzato che per cambiare il mondo bisogna cambiare sé stessi.

Le figure che hai appena citato hanno una cosa in comune: si basano tutte su una visione di massa e, con questa, influenzano grandi gruppi di persone facendo credere loro di “essere massa” e non un insieme di individui. È una differenza sostanziale in termini cognitivi. Non dimentichiamoci che la sociologia è una “scienza” nata per il controllo sociale, che l’economia è diventata molto presto uno strumento politico, che il comunismo, il fascismo e qualunque altro credo anche religioso, non migliorano le persone perché non si occupano dell’individuo. Il singolo trova così il sostegno della massa che fa la stessa cosa. Non c’è nulla di più gratificante e rassicurante per l’Ego, del sapere che “così fan tutti” (auto convincendoci che “siamo tanti, siamo tutti”, quando non è e non può essere vero). Questo spirito di gruppo sfocia inevitabilmente in una visione dell’altro come “diverso da convertire, o altrimenti nemico”, con drammatiche conseguenze. Perfino i movimenti “No global”, che si opponevano alla massificazione, sono caduti in questa contraddizione e per questo hanno fallito. Lo Zen, invece, lavorando sull’individuo, rifugge dalla visione di massa e dalla tentazione di “convertire” il prossimo, perché nessuno può arrogarsi questo diritto. Lo Zen non è una religione ma un metodo per raggiungere da soli quella consapevolezza che stando in una massa non potremo mai ottenere. Dal momento in cui intraprendiamo questo cammino, le poche cose buone che facciamo, le nostre piccole conquiste, i nostri errori, e infine il nostro miglioramento individuale, non dipendono più dagli altri che fino a un momento prima erano il nostro unico punto di riferimento. Dobbiamo smetterla di confrontarci con gli altri. Si diventa migliori solo rispetto a sé stessi, a ciò che si era il giorno prima.

Bruno Ballardini durante la presentazione del suo ultimo libro
Bruno Ballardini durante la presentazione del suo ultimo libro

– Una domanda collaterale, ma collegata: cosa pensi della possibilità, dichiarata da alcuni scienziati, che viviamo in una realtà virtuale generata da un potente software? Matrix? E se anche fosse, come influirebbe su questa Matrice il cambiare il nostro modo di vedere la realtà?

Mi dispiace per coloro che vogliono convincersi a tutti i costi che la realtà virtuale sia qualcosa di speciale, e amano stordirsi di virtualità, ma è solo una divertente illusione dei sensi, non molto più del tromp l’oeil del Mantegna o della “Casina pendente” nel parco di Bomarzo. Se uno si diverte a indossare tutti i giorni un visore per fare un’esperienza immersiva nella realtà virtuale, e provare il brivido di perdere il senso dell’orientamento, va benissimo per carità, è un gioco divertente. Basta che poi si ricordi che fra “dentro” e “fuori” non fa alcuna differenza. Poi, l’idea di una Matrice piace tantissimo a chi crede (o spera) che esista una via di fuga dalla realtà che permetta di concedersi magari una seconda chance in una realtà parallela. Le teorie pseudo-quantistiche in gran voga su Internet fanno sognare un sacco di gente. Esiste una realtà parallela? Esiste vita dopo la morte? Ma chi se ne frega, risponde lo Zen riportandoci con i piedi per terra. Per un praticante Zen non c’è nessuna differenza tra reale e virtuale, tutto va visto con lo stesso sguardo, mantenendo “il proprio centro” e la propria consapevolezza. Il problema che dobbiamo risolvere è molto più urgente, è qui ed ora. Quindi, in questo senso, nessun agente esterno, nessuna Matrice, potrebbero condizionare il nostro modo di vedere la realtà. Chi gioca a lasciarsi sedurre da queste illusioni è sempre l’Ego, che poi le utilizza per prendersi gioco di noi (finché gli diamo retta) e riproporsi continuamente come nostra unica guida, nostro unico punto di riferimento, nostra salvezza. Sta a noi impedirglielo, cacciandolo. Sì, quella che dobbiamo ingaggiare è proprio una guerra di liberazione.

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Alessandro Staiti è nato a Roma dove si è laureato in Storia della Letteratura Italiana Moderna e Contemporanea e specializzato in Comunicazione e Organizzazione Istituzionale con tecnologie avanzate. Inizia nel 1976 come dj a «Onda Radio 101» una delle prime cinque radio libere romane. Giornalista pubblicista dal 1981, è stato collaboratore delle riviste musicali «Mucchio Selvaggio», «Chitarre», «Ciao 2001», «Music», «New Age Music & New Sounds», «Etnica & World Music», «Acid Jazz», caposervizio delle pagine «Cultura» e «Sesso e Salute» del quotidiano nazionale “Quigiovani”, caporedattore della rivista «Esoterica» e autore di instant book su Sting, a-ha, e Peter Gabriel. Ha pubblicato i saggi «Robert Fripp & King Crimson» (Lato Side, 1982), il primo libro al mondo sul chitarrista inglese e sui King Crimson e «In The Court Of The Crimson King» (Arcana, 2016) la prima monografia in Italia sull’album d’esordio della band che ha cambiato la storia del rock. Collaboratore dal 2016 di «Classic Rock», Staiti è caporedattore delle sezioni «Musica» e «Sport» di MP News. Archivio Articoli

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