TEATRO DELL’OPERA DI ROMA – Arriva in scena “La vedova allegra” firmata Michieletto

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Die lustige Witwe (La vedova allegra) di Franz Lehár torna a Roma dal 14 al 20 aprile. La più famosa delle operette, su libretto di Victor Léon e Leo Stein, tratto dalla commedia L’attaché d’ambassade di Henri Meilhac, era assente dal palinsesto del Costanzi dal 2007.

La nuova coproduzione, realizzata dal Teatro dell’Opera di Roma con il Teatro La Fenice di Venezia, vede la regia dell’apprezzato Damiano Michieletto che sceglie volutamente di allestire l’opera nella sua lingua originale, il tedesco.

La vicenda viene spostata, negli anni ’50, tra gli sportelli di un istituto di credito di una provincia italiana.

Sono partito dall’idea che ciò che muove tutto, dal punto di vista drammaturgico, sono i soldi. L’interesse e l’attenzione rivolti a questa vedova – introduce Michieletto – sono motivati esclusivamente dall’eredità che lei porta con sé. Partendo da queste premesse, ho cominciato ad affrontare lo scenario che l’opera propone. Ho costruito, quindi, un parallelo tra l’ambasciata di cui parla il libretto e una banca: la banca di Pontevedro. Il barone Zeta non è più ambasciatore ma direttore di questo istituto creditizio, che ho immaginato come quelle piccole banche sparse nel territorio italiano. Una sorta di «Credito Cooperativo di Monastiere del Sile», dove la popolazione locale deposita i propri risparmi come avevano fatto in precedenza i genitori e i nonni. Un istituto di provincia, che si occupa di costruire una nuova piscina o il campo di calcio, oppure dona fondi al parroco. Ed è sempre a rischio di essere divorato dai grandi colossi bancari. Da questa idea è partito tutto il progetto registico.”

Il primo atto – continua il regista nella presentazione della sua originale rilettura – inizia con la festa per l’anniversario della fondazione della banca, che ho fatto coincidere con l’anno di composizione dell’opera. In questo contesto giunge Hanna, una ricca ereditiera pontevedrina, e il direttore Zeta vuole a tutti i costi che lei depositi nelle sue casse il proprio denaro. Nessuno infatti sa che la banca è sull’orlo del fallimento, che soltanto una robusta iniezione di capitale potrebbe scongiurare. Perciò induce Danilo, che è un suo dipendente, a corteggiarla per poi chiederne la mano, essendo a conoscenza di un loro antico flirt di gioventù. Quest’ultimo, come nel testo originale, è uno scansafatiche, un uomo che – nonostante abbia raggiunto il traguardo del tanto agognato ‘posto in banca’ – ha a che fare tutto il giorno con numeri, conti e scartoffie. È dunque inaridito dal suo lavoro e trae soddisfazione frequentando nottetempo il nightclub locale. Zeta lo esorta ad agire per la Vaterland, cioè la patria. E infatti a un certo punto esce un cartello pubblicitario che mette in relazione l’istituto di credito proprio con la Vaterland, utilizzando la retorica tipica delle banche di oggi, che si propongono come la ‘casa’ dei propri clienti. È un’ambientazione molto concreta, nella quale tutti gli ingredienti che nell’originale assomigliano a dei cliché acquistano un sapore più vivido e reale. Nel secondo atto la festa si svolge in una sala da ballo, anzi meglio in una balera, con tanto di orchestrina in scena che dialoga con l’orchestra sottostante. Nel finale, poi, ci troviamo nell’ufficio di Danilo, dove lui – ubriaco e assonnato – si addormenta: i balli previsti dalla partitura diventano dunque le immagini di un suo sogno, che si arresta nel momento in cui suona il telefono. Questo è il punto nel quale ci discostiamo di più dal libretto, che colloca le ultime scene da Maxim’s in modo un po’ artificioso, come se fosse uno stratagemma per giustificare i momenti danzati.”

La direzione dell’Orchestra del Teatro dell’Opera di Roma è affidata al Maestro Constantin Trinks, al debutto romano.

L’ambientazione e le atmosfere anni Cinquanta, con balli rock’n’roll e boogie-woogie, sono create dalle scene di Paolo Fantin, i costumi di Carla Teti, le luci di Alessandro Carletti e i movimenti coreografici di Chiara Vecchi.

Per quanto riguarda i personaggi, il Barone Mirko Zeta sarà interpretato da Anthony Michaels-Moore, Valecienne da Adriana Ferfecka, Hanna Glawari da Nadja Mchantaf, il Conte Danilo Danilowitsch da Paulo Szot, Camille de Rossillon da Peter Sonn, Raoul de Saint-Brioche da Marcello Nardis, il Visconte Cascada da Simon Schnorr, Kromow da Roberto Maietta, Njegus da Karl-Heinz Macek. Ci sono ben cinque talenti di “Fabbrica” Young Artist Program del Teatro dell’Opera coinvolti in questa produzione. Parliamo di Timofei Baranov nel ruolo di Bogdanowitsch, di Rafaela Albuquerque in quello di Sylviane, di Irida Dragoti in quello di Olga, di Andrii Ganchuk nel ruolo di Pritschitsch e di Sara Rocchi in quello di Praskowia.

Dopo la “prima” di domenica 14 aprile (ore 19), trasmessa in diretta su Rai Radio3, La vedova allegra di Lehár sarà replicata martedì 16 alle 20, mercoledì 17 alle 20, giovedì 18 alle 20, venerdì 19 alle 18 e sabato 20 alle 16.30.

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