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martedì 21 gennaio 2020

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Sounds from the underground: musica in metropolitana

L'anonima musica sotterranea, i violinisti di strada e i vecchi treni della metro B

05.02.2008 - Daniele Giovannini



Musicalmente parlando, i nonluoghi – il caos urbano e suburbano di sale d'attesa, stazioni, aeroporti, drugstore – sono al tempo stesso gli ambienti più e meno adatti a un'alimentazione forzata. Negli spazi della metropolitana di Roma sono state attraversate tutte le fasi di qualitativa ascesa e infine declino dell'offerta rivolta al pubblico pendolare. C'è stato un lungo periodo in cui, nelle stazioni della linea A, era trasmessa musica classica in filodiffusione. Spesso a un volume che sfiorava la soglia della percezione, mentre violoncelli e viole venivano coperti dal leggero chiacchiericcio sparso nell'aria o dai suoi echi, e il suono del pianoforte era calpestato dai passi negli atri e nei corridoi. Poi, neanche troppo gradualmente, quello che veniva considerato un sound vestigiale è stato abbandonato in favore di trasmissioni orientate verso la sola musica leggera contemporanea. L'effetto ambientale, prima del cambiamento, era più che dignitoso. Garantiva a strutture e ad atti ordinari e logori un sempre diverso fascino acustico. I comunicati ufficiali parlarono di lamentele di passeggeri, che trovavano le atmosfere troppo lugubri. E così si è passati a un mediocre pop-rock gracchiante e onnipresente, diffuso in spazi di confluenza e banchine, con un volume variabile nel corso della giornata in modo da riuscire sempre a sovrastare qualunque altro suono presente nella stazione. Sulla successiva degenerazione, quella che ha portato all'introduzione della TV, è bene sorvolare. La decadenza culturale italiana inizia dal basso – letteralmente.
Sono i musicisti ambulanti ciò che a Roma non è comune come nel resto del mondo, e quando lo è si manifesta in forma anarchica e pittoresca come ogni altra cosa in questo paese. In nazioni in cui gli spazi delle stazioni sono altamente regolati e controllati, ai musicisti sono assegnate aree apposite. Nella città di New York, a partire dal 1987 un programma pubblico ha il compito di rendere più gradevoli gli spostamenti quotidiani di milioni di pendolari. Ogni primavera una commissione assegna gli spazi ai musicisti con la migliore offerta musicale; quello che ne segue è a vantaggio dei viaggiatori e delle tasche senza troppe pretese degli artisti da metropolitana. Naturalmente la difficoltà, per chi suona, è riuscire a raggiungere con la propria musica chi non è sceso laggiù per la musica – chi vuole solo prendere un treno insomma. Tempo fa, nell'aprile dello scorso anno, il Washington Post preparò un esperimento. Coinvolse Joshua Bell, un noto violinista statunitense vincitore di un Grammy e di un Avery Fisher Prize, che nella stazione di L'Enfant Plaza di Washington suonò in incognito la Chaconne di Bach e brani di Schubert, Massenet e Ponce con uno Stradivari del 1713. I passanti furono 1097, molti dei quali probabilmente diretti al loro lavoro nei distretti amministrativi della capitale; in pochi si fermarono ad ascoltare. Il bilancio della giornata fu di 32 dollari, 20 dei quali provenienti dall'unico viaggiatore che riconobbe il violinista. Il merito fu della bravura di Bell; da biasimare invece fu solo la sua pessima presenza scenica, la mancanza di interazione con i passanti, l'inconsapevolezza del fatto che una stazione non è e mai sarà un palco.
Perché le metropolitane sono un luogo di puro anonimato, di porte scorrevoli e vagoni affollati. Le poche tracce di personalità spesso vanno appena da un paio di auricolari bianchi alle orecchie del loro proprietario. Sempre tempo fa, secondo qualche articolo di costume, e sempre in metropolitane come quella newyorkese, andava di moda tra i giovani hipster impegnati in ascolti individuali mostrarsi a vicenda i propri iPod per scoprire chi aveva playlist più hip. Poi arrivarono anche gli iPod shuffle, sprovvisti di display, e forse per manifesta inferiorità tecnica di parte del bacino utenti della Apple di simili scemenze non si è più parlato. Forse anche perché qualcuno iniziava a preparare playlist da metropolitana destinate alle ispezioni reciproche.
Da queste parti basterebbe poco, in realtà. Un ritorno alla filodiffusione RAI, magari, che offre una programmazione di qualità e il cui abbonamento telefonico costa appena 2 euro l'anno. Oppure si potrebbe scommettere sul futuro, sullo scambio di musica tra viaggiatori in un ambiente musicalmente neutro, su centraline dotate di trasmettitori Bluetooth in grado di inviare ai telefoni cellulari e ai lettori MP3 dei passanti una delle playlist del giorno. Che includano anche Richard Strauss, specialmente a Roma: forse non sono stato il solo infatti a notare che l'impianto elettrico dei vecchi treni della metropolitana B, alla ripartenza dei convogli dopo lo spegnimento delle luci dei freni, sembrava emettere la celebre introduzione di Also sprach Zarathustra. Deve avere qualche significato. Forse, una volta liberati dalle canzonette invadenti e dagli iPod, l'elettricità e il metallo si rivelerebbero amanti dei poemi sinfonici.

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