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domenica 20 ottobre 2019

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Entrando nel Geirangerfjord: una guida acustica

Una personale colonna sonora per un'escursione norvegese

04.03.2008 - Daniele Giovannini



http://www.travelpod.com/users/twittg/rtw.1092410580.g-viewpt.jpgEra agosto, il mese delle vacanze canonico per chi, pur non andando spesso in vacanza, si permette con sprezzo del pericolo, dei cattivi incontri e della bancarotta di concedersene una. Era agosto e il clima era più che mite, com'è naturale che sia in agosto in qualunque angolo di questo pianeta che stiamo cuocendo a vapore. C'è un traghetto che parte dal porto commerciale della cittadina di Ålesund e che, dopo due fermate intermedie, si inoltra nel Geirangerfjord fino ad arrivare all'insediamento da cui il fiordo prende il nome, la piccola città turistica di Geiranger. Entrambi i luoghi, per il visitatore appiedato nella regione norvegese di Sunnmøre, meritano una breve permanenza. Ma ciò che eleva dal rinfrescante al catartico l'itinerario è la penetrazione nei trenta chilometri del lunghissimo braccio dello Storfjord. Come in tutti i percorsi che si conquistano l'appellativo di viaggio, Geiranger è solo una meta fittizia che offre la scusa per affrontare l'itinerario -- il punto da raggiungere pigramente dopo il trionfale ingresso nel fiordo di Geiranger.
Abbandonando il Sunnylvsfjorden e lasciandosi alle spalle Hellesylt, un villaggio di 700 anime, si scivolava tra le pareti del fiordo in direzione di Geiranger rimanendo più o meno stabilmente poco oltre i 62 gradi di latitudine. Nell'agosto del viaggio la temperatura oscillava tra i cinque e i dieci gradi, con poco vento, sotto un cielo uggioso ma straordinariamente pieno di riflessi e contrasto. Dopo Hellesylt sceglievo dall'iPod la selezione di brani che, in base ai suggerimenti della gentile ospite di Ålesund, avevo preparato in vista dell'escursione. Lo dico subito che si è dimostrata una selezione quasi inaspettatamente appropriata, in modo da riconoscerle già ora i dovuti meriti. Sul ponte ero in silenziosa compagnia di un altro ascoltatore solitario, anche lui con gli auricolari bianchi nelle orecchie, il bavero della giacca alzato e, a differenza di me, un biglietto di sola andata per Geiranger. Per quanto riguarda le mie orecchie, le prime note sono giunte discrete, pizzicate, dall'introduzione di Sun on 5 at 152 dei Matmos, da The West (1999). È un brano infido, che in due minuti chitarristici incuriosisce l'ascoltatore mentre la prima bellezza del fiordo scorreva intorno, attirandolo verso la trappola. Negli otto minuti successivi infatti le bave di elettronica appena percepibili in principio si schiudevano in una pioviggine di glitch, tremando in una suspense di campioni riverberati che sfociavano infine in un pastoso folk bastardo pieno di bassi e di grilli cibernetici. Gli scoscesi pendii boscosi e le prime cascate erano accolti da Overture 1, dei Füxa (Venoy, 1997). Riprendendo in chiave più sintetica gli ultimi echi del pezzo precedente, metteva via la curiosità e si schiudeva improvvisamente in viste estatiche di pastorale elettronica retrofuturistica, parzialmente generative, con colori sgranati, un'organicità rarefatta e scrosci di rumore verso la chiusura. Gli ultimi gorgoglii si ricongiungevano con i fremiti digitali che accompagnavano la mandibola nella posizione in cui sarebbe rimasta fino a Geiranger (vale a dire verso il basso, mentre la lingua si seccava al vento e gli occhi si inumidivano): 40 Years Back/Come dei Röyksopp, da quel capolavoro autoctono che è Melody A.M. (2001). Se il cielo si scurisce e ci si lascia pervadere dai suoni acquatici, entrando silenziosi nel fiordo, poggiati al parapetto della nave, si è a un passo dall'illuminazione.
Giungeva poi Casium di Marumari (da Hear You Soon: Part One, 2004, una compilation della Blue Bell Records), a pompare nello scenario maestà pulsante, ancestrale e allo stesso tempo piena di rigogliosa meraviglia infantile. Non che in quel punto colossale il fiordo ne avesse ancora bisogno, naturalmente. Arrivava quindi il breve interludio di Library Chat di Michael Andrews, autore della colonna sonora di Me and You and Everyone We Know (2005), che con scarna delicatezza introduceva quella parte medio-finale di fiordo che parlava da sé. Perché poi, eccola, spiazzante, l'assoluta assolutezza dei violini della prima delle Three Variations on the Canon in D Major by Johann Pachelbel, messe insieme da Brian Eno e Gavin Bryars in Discreet Music (1975). Al variare di toni e tempi corrispondevano variazioni nella vegetazione e nelle geometrie dei contrafforti rocciosi, nella forza del vento e nel colore dell'acqua. I distillati di drone e tensione classica di Fullness of Wind sono l'accompagnamento ideale a una lenta immersione in un profondissimo purgatorio verde e acquatico dalle proporzioni sovraumane di cui si è, dal ponte della nave, istante per istante, sotto un'unica striscia di cielo, il piccolo tiepido centro. Questi i miei consigli. Del mio silenzioso compagno di navigazione sceso a Geiranger, invece, non conoscerete mai (né conoscerò mai) nome, nazionalità e ascolti.

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