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domenica 22 settembre 2019

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L’Asino d’Oro, un Balletto in Tre Atti

Intervista a Giuliano Sorgini, un dialogo tra antico e post-mortem

27.05.2008 - Andrea Pergola



L’energia del nulla, di poter fare qualcosa che parte dal nulla, poi si concretizza, poi prende il suo valore poi rimane. Bè, non è male, eh? Non è male, assolutamente non è male

L’asino d’oro è un balletto in tre atti composto da Giuliano Sorgini. Nel 1996 il Nostro, dopo la carriera in RAI (interrotta per evitare di piegare la schiena finendo lottizzato) e centinaia tra brani composti e film musicati, decide di staccare da tutto.
“Ho fatto questa scelta perché mi sono reso conto, avendo precedentemente realizzato altre opere, che il mondo doveva ruotare attorno a me.
Il cinema, la canzone, i documentari andavano verso una china di demenzialità totale. L’arte incominciava ad essere buttata via in funzione del consumismo. Prendi le musiche da discoteca, io ne ho fatte tantissime: monocorde, monotona.. tun tun tun…. Una cosa allucinante. Il senso del gusto, dell’eleganza… niente di niente. “Un nuovo progetto? Bene. Quanti soldi si incassano?”.
Un po’ schifato da questo e un po’ perché avevo in mente quest’opera molto impegnativa, ho lasciato tutto. Per me era una meta da raggiungere.
Questo classico mi aveva talmente rapito che ho sentito l’esigenza di estraniarmi. Sono andato a vivere in campagna, vicino Sacrofano. Dalla finestra vedo i cavalli, le pecore.. una pace infinita, un silenzio utile alla concetrantrazione. Parte di questi testi li ho scritti sotto un albero di ciliegie…”

“L’asino d’oro” inizia a prendere corpo nel 1996. Ma viene completato solo nel 2006…
Disavventure fisiche e personali mi hanno sottratto al progetto per 10 anni. E finalmente nel 2006 l’ho ripreso in mano. Ho ricominciato a creare, prendendo anche un anno sabatico dall’Accademia nazionale di danza dove insegno: infatti quell’anno avrei dovuto accompagnare le Bambole animante di Tchaikovsky. Facevo lezione, poi tornavo a casa per portare avanti L’asino d’oro e avevo Tchaikovsky nella testa. Me le sognavo anche la notte le bambole animate!
Nel 2006 durante l’anno sabatico ho portato a compimento il secondo ed il terzo atto. Poi, finito questo tour de force, mi sto riposando il cervello. E non so se comporrò altre opere simili: a questo mondo non interessano proprio…”

Lucio Apuleio scrive questo testo, che assieme al Satyricon di Petronio costituisce l’unica testimonianza del romanzo antico in lingua latina, nel 125 d.c. In 11 libri è raccolta la storia del giovane Lucio, omonimo dell’autore, che spinto dalla curiosità finisce per incappare, da bravo proto-pinocchio, in una lunga serie di disavventure.
Dapprima ho fatto un riassunto del lungo testo, impegnando tre o quattro mesi per stesura della riduzione di ogni atto. Sai, Lucio è un autore grandissimo, ma non segue alcuna linearità nel suo testo. Io ho dovuto costruire un testo lineare, volendo per di più utilizzare solo le parole del libro, finanche le e, i ma o i forse. Una volta terminato questo mi sono seduto al piano a creare, creare e creare. Infine ho trasferito tutto sul computer, creando gli arrangiamenti per gli archi, il flauto, l’oboe, l’ottavino e la celesta. Per farla costare poco, certo. Ma soprattutto per l’esperimento che ho fatto: utilizzando formule del primo secolo dopo cristo proprie della cultura greca (dorico, frigio, lidio, ipodorico, ipofrigio, ipolidio, misolidio, ipermisolidio) ho creato delle tracce musicali in senso orizzontale (erano tutti strumenti monofonici). Per poi far venir fuori armonizzazioni in senso verticale.. E’ stato un lavoro certosino, in cerca di sfumature che attualmente non esistono quasi più, filtrando la mia natura di contemporaneo.

Ma perché un testo così lontano nel tempo? Da quali esigenze è stato spinto?
Sia perché mi interessava cimentarmi con l’antico, sia per una questione d’orgoglio. Sono stato spinto soprattutto dal desiderio di lasciare qualcosa. Certo, non ho lasciato poco, circa 1800 brani musicali.
Ma una cosa così preziosa… è l’orgoglio di dire: quando chiuderò gli occhi rimarrà per sempre ciò che nessuno aveva mai tentato di fare. Nei secoli passati nessuno, neanche i grandi, avevano mai preso in considerazione questo libro. L’unico son stato io.
Follia? Puo’ darsi. Però ora c’è e rimane. Unica. Mai realizzata da nessuno.
Con un organico orchestrale molto limitato e con tre voci (due soprani ed un contralto). Rasentando la modestia delle musiche greche (che ben poco avevano a disposizione in origine). In più ho pensato di nobilitare quel tipo di musica, dando un carattere cameratistico molto particolare, ma senza aggiungere troppa complessità.

Oltre alla complessità della riduzione del testo, quali altre difficoltà ha incontrato?
Direi… non tanto castrare la mia creatività, quanto ragionare sulla scelta dei fraseggi e delle note per rispettare l’epoca di Lucio. E’ un lavoro da leggere musicalmente in maniera orizzontale, come ho detto prima. Ogni singola voce ha i suoi tetracordi consequenziali che poi collimati in senso verticale divengono un’armonia. E’ stato un lavoro complesso, direi enigmistico. Per un opera a tratti dal sapore orientaleggiante ed arcaico.
Aggiungici che tra il primo ed il secondo atto son passati dieci anni. Per fare il terzo ho dovuto risentire cinque sei volte il primo, perché narrativamente parlando sono immediatamente collegati: dalla vecchia al ritorno al covo passando per il magnifico racconto di Amore e Psiche contenuto nel secondo atto. Ho dovuto riprendere il filo del discorso.
E tra un atto e l’altro, per liberarmi da quanto avevo fatto ed inseguire in libertà nuove idee, ho preso sempre due mesi di pausa.

Impossibile non notare una certa differenza tra i suoi vecchi lavori (Non profanare il sonno dei morti, Diabolicamente…Letizia, Un urlo nelle tenebre, La bestia in calore e Porno erotico western) e questo balletto.
Ma sai, nei primi anni della mia attività professionale c’era una richiesta verso la quale mi dirigevo. Era musica per campare, se così si puo’ dire. Poi ho vissuto di rendita, per dedicarmi alla musica classica. Ora non navigo nell’oro, ma posso andare avanti e continuare così: di avere il lusso non mi interessa come non mi interessano i salotti. Ben venga ogni tipo di riscontro. Ma basta col barattare la mia attività con i compensi. Queste cose non hanno prezzo. E se non hanno prezzo è meglio non fissarlo...

E la messa in scena?
Ahimè, per la messa in scena ci sono delle complicazioni. Serve un’orchestra (a questo proposito sarebbe quanto meno interessante sensibilizzare il conservatorio di santa cecilia). I ballerini non sono un problema: qui in accademia ce ne sono a volontà. Il nocciolo della problema è il coreografo. Qui dentro non ci sono molte teste adatte ad una cosa del genere. La prima cosa che ti chiedono è “quanto dura?”. Se dura dieci minuti bene… ma per un’opera da due ore come la mia. E dove trovarlo? All’estero forse? C’è molto campanilismo.
Serve qualcuno che ama queste cose.
Ho consegnato il mio lavoro ad Ugo Dall’Ara (coreografo de il Ballo Excelsior) e ne è rimasto entusiasta. Ma a novanta anni e col morbo di Parkinson.. “Se avessi dieci anni di meno…. Però è bellissima”. E dove si trova un’altra persona così? Non è facile.
Sai, sono un cattivo venditore di me stesso, incapace nelle public relation… non sono cose che fanno parte della mia natura… se ho fatto qualcosa che funziona spero vada avanti con le sue gambe.

Impossibile. Nessuno coreografo disponibile all’interno dell’Accademia nazionale di Danza?
Io ho speso quasi quattro anni della vita mia per questa opera. E qui i coreografi non hanno intenzione di occuparsi di due ore e dieci minuti di danza. Per una cosa così impegnativa non ho ancora trovato un cervello che ami l’arte e in nome dell’arte e della sua ambizione… bè, ciò che non hanno capito è che questa è un'opera unica. Legandoti a questo carro potresti rimanere nella storia. Perché tutti siamo di passaggio, nessuno è eterno e tra cento anni se mai fosse tirata fuori quest’opera, bè...
E’ una coccarda: avrà valore, non avrà valore.. chissà.
Ma Se uno ha il cervellino piccolo, o ce l’ha grosso, sono fatti suoi.
Io l’ho fatto per lasciare qualcosa. Così come molte altre mie opere, già mandate al papa, al presidente della repubblica, alla discoteca di stato. In tutte quelle strutture nelle quali vengono conservate. Tento di lasciarmi dietro un perscorso…
Un vecchio disse “Tu nella tua vita soffrirai tanto, ti renderai protagonista di cose effimere. Ma quando pianterai un albero, e lo vedrai cresciuto, quello è segno che hai lasciato qualcosa.”
Bè, questo mi ha dato molta energia. L’energia del nulla, di poter fare qualcosa che parte dal nulla, poi si concretizza, poi prende il suo valore poi rimane. Bè, non è male, eh? Non è male, assolutamente non è male.
Vedi: l’uomo genera l’uomo. Ma anche i figli se ne vanno. Alcuni uomini hanno lasciato cose eterne: Marconi, Pasteur, Leonardo Da Vinci, Manzoni, Verdi, Puccini. E tanti erano morti di fame! Qualcuno ha riscosso un po’ di successo, ma molti mangiavano le castagne. L’hanno fatto per amore di fare. Io non mangio solo castagne… Ho mangiato anche altre cose… però l’ho fatto con quello spirito: fare per lasciare. Provarci almeno.

Ho letto che Bach sarebbe per lei il più grande musicista di sempre…
Assolutamente sì. Le più grandi trovate in campo di armonizzazioni sono le sue. Geniale e cervellotico, ci ha lasciato pagine di musica da rimanere a bocca aperta. E grazie a Bach che oggi si fa Jazz, ad esempio.
E poi, se da musicista analizzi le fughe da lui create.. mamma mia!, ti metti le mani nei capelli! Come ha fatto a creare una cosa tanto perfetta? Sai cosa vuole dire perfetta?
La sua produzione è così sconfinata che i figli alla sua morte hanno campato per anni vendendo i suoi lavori. Ha lasciato intere casse di musica. E creava sul suo organetto a due tastierine, con un ragazzino che pompava il mantice… ed ogni riga è perfetta. Ogni riga.
Eppure è morto povero in canna, bruciando le sedie per riscaldarsi. Joahn Sebastian Bach. Per me il più grande che ci sia mai stato: tutti quelli che sono venuti dopo, Mozart come Beethoven, sono passati da lì, da Giovanni Sebastiano Bach.

L’hanno fatto per amore di fare. Io non mangio solo castagne… Ho mangiato anche altre cose… però l’ho fatto con quello spirito: fare per lasciare. Provarci almeno

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