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mercoledì 23 settembre 2020

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Radiohead - Ok Computer

Sogno, realta' o ideologia?

25.02.2009 - Edoardo Iervolino



Titolo: Ok Computer
Artista: Radiohead
Etichetta: Capitol
Anno d'uscita: 1997
Genere: Rock
Voto: 9/10

L’ideologia è per definizione una sorta di chiave di lettura per la realtà che ci circonda, grazie alla quale ognuno di noi si crea un ideal-tipo di mondo e lotta affinché questo, un giorno, possa essere realizzato.

I Radiohead hanno espresso in modo perfetto questo concetto alla base della vita di tutti noi: prima di arrivare alla languida brutalità dei sogni di “Kid A” e “Amnesiac”, prima di giungere ai lidi pessimistici di “Hail to the thief”, “Ok Computer” fonde il pensiero del mondo di Tom Yorke e l’archetipo rock ponderato da Jonny Greenwood.

Risultato? “OK Computer” è il più influente album rock degli anni novanta.

Gli spazi onirici non vengono dilatati all’infinito, la realtà, anche se a lunghi tratti virtuale, è quella che viviamo tutti i giorni, respiro dopo respiro. Ottimismo e noia. Pessimismo ed euforia. I suoni elettronici, uniti alla passione mai celata per gli strumenti acustici, formano un universo parallelo poetico, empatico. C’è un po’ di Tom Yorke in ognuno di noi: qualcuno sognerà come lui, qualcuno avrà la stessa visione del mondo, altri lo ameranno per la sua musica, altri lo detesteranno per la sua voce sofferta e lacerante. “Ok Computer” vi abbaglierà.

Il riff di “Airbag” ci accoglie nelle fantasticherie rock di Yorke e soci. Siamo già catturati. La realtà di sempre è già cambiata. Siamo spinti ad andare oltre le porte della razionalità.

“Paranoid Android” è il passo seguente: come in un film di David Lynch, i Radiohead ci offrono un collage emozionale, racchiuso in pochi minuti di composizione. Lacrime, paesaggi sterminati, relax, disperazione, pioggia battente, vomito, angeli, elicotteri, pesciolini rossi nelle birre di qualche politico crapulone (il video era eccezionale!!), distorsioni. Ma, come spesso accadrà, sarà un sorrisetto beffardo a vincere sulle altre espressioni del vostro viso: Yorke ci dice che fa tutto schifo ma Dio ci ama (Yeah!).

In “Subterranean Homesick Alien” è la città moderna ad essere messa alla gogna: non ci sono odori, non ci sono colori, si guida di notte, siamo in estate, vogliamo evadere dal nostro mondo. Una nave alla deriva ci porta verso lidi bellissimi.

“Show me the weird world

as i'd love to see it

i'd tell all my friends

but they'd never belive me”.

Con “Exit Music (for a film)” la poesia vince su tutto: un sogno, un desiderio di libertà, la speranza di un mondo migliore. La rabbia. Ci sono poche parole per descrivere tutte le sensazioni che questa canzone suscita: è “oltremusica”. La quarta parete tanto odiata da Pirandello è stata finalmente abbattuta anche nella musica. Quando Yorke ci invita a respirare a pieni polmoni, ci accorgiamo che lo stavamo già facendo. Come non l’avevamo fatto mai.

“Let Down”. Tradotto suona più o meno “Delusione”. Le brutte sensazioni ci risucchiano di nuovo. Il laccio si stringe. Speriamo che ci spuntino delle ali per fuggire via.

“Karma Police”: la summa dell’arte dei Radiohead. L’uomo che, nel video, corre inseguito dall’auto con gli interni rosso-pelle, si è salvato. Un fiammifero ha vinto contro la tecnologia automobilistica. L’umile e mascalzone ha vinto contro il tiranno oppressore. Hitler ci fa incazzare ancora. Anche solo la sua capigliatura. “Non fate i furbi altrimenti sono guai” ci grida Yorke con voce sommessa, poco prima di perdersi definitivamente nel suo mondo sonoro, privo di sensi. E noi con lui.

“Fitter Happier” non ci fa sentire affatto meglio. “Electioneering” sì: un po’ di sano rock all’antica non fa mai male.

Basta il rullante un po’ lento e opaco di “Climbing Up the Wall” per immergerci nuovamente nel languido paesaggio sperimentale dei Radiohead. Ci rendiamo conto che “il rock all’antica” non ci manca più. Affatto. L’apertura elettronica del finale ci rafforza. Siamo l’universo. La nostra privacy sembra violata: possibile che Yorke ci abbia letto nel cervello?
Lui come noi non vuole imprevisti: “No surprises”.

“A heart that's full up like a landfill

a job that slowly kills you

bruises that won't heal.

You were so tired, unhappy,

bring down the government,

they don't,

they don't speak for her.”

L’amore. La poesia. “Lucky”: siamo fortunati; siamo sull’orlo del baratro più nero. Non vediamo il fondo. Cadiamo giù ma non siamo soli. Con noi c’è il nostro amore. Il mondo diventa improvvisamente coloratissimo: niente tinte brillanti, solo tante sfumature di grigio.

“The Tourist”. Il viaggio è concluso: siamo solo di passaggio in questo mondo, in questa vita. I turisti di solito girano il globo, si divertono, sono attenti ai più piccoli dettagli; vivono la vita con calma, attimo per attimo. Perché non fare la stessa cosa noi, ogni giorno?

“At a thousand feet per second

Hey man slowdown!

Idiot slowdown.”

Va tutto storto. Casa nostra non è sicura. Il mal di pancia ci divora. Gli alieni ci stanno attaccando. Non vogliamo sorprese. Respiriamo profondamente. Siamo controllati. Dio ci ama. Siamo tesi e nervosi. Viviamo in pace.
Yeah!

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