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E' solo un po' di rosso, non preoccupatevi

Bobby vs Nashville

26.02.2007 - Valentina Vivona



Nashville, Bobby. Il confronto sembrava inevitabile, così, ho recuperato il film di Robert Altman e l’ho visto una settimana dopo il suo, inconsapevole o meno, proselite del duemilasette. La storia scritta, diretta ed interpretata da Emilio Estevez raccoglie, a paga sindacale, una ventina di luccicanti nomi hollywoodiani. Suo padre, Martin Sheen, è un ricco uomo sposato ad una donna, Helen Hunt, ossessivamente distratta dai propri accessori; la sua ex Demi Moore recita il ruolo della cantante alcolizzata e depressa mentre l’estetista dell’Hotel Ambassador, nel quale è ambientata l’intera pellicola, è Sharon Stone. Qualcuno potrebbe impazzire nel vedere quest’ultima, sinceramente irriconoscibile, ordinare i capelli della sempre bellissima Demi Moore. Qualcun’altra saprebbe svenire all’apparizione, nei piccoli panni di uno spacciatore drogato hippy, del suo compagno Ashton Kutcher. E’ il 1968, sono le primarie per la Casa Bianca e Bobby Kennedy promette l’uscita dal pantano vietnamita e l’avvento di una società migliore, egualitaria, non più razzista.

Sette anni dopo, 1975. Robert Kennedy è stato ucciso, il Watergate è appena passato; in un’immaginifica campagna elettorale, il capo del “Partito Sostituto”, Walker, s’intromette nei meccanismi bipolari statunitensi prendendo come base Nashville, città natale del più grande festival country-folk del continente. Walker e Kennedy, candidati di cui entrambi i registi scelgono di far sentire solo le arringhe, sono invisibili interpreti di vite che, confuse, si combinano, rappresentando o volendo rappresentare la società americana.
Ecco dove emergono le differenze.
Estevez nega, ma il suo film è qualcosa più di un omaggio storico: la guerra rimanda immediatamente all’Iraq, l’eloquenza di Kennedy contrasta tristemente la goffa parlata di George Junior Bush. Materialismo, tradimenti, discriminazione contro i messicani (problematica particolarmente sentita dal regista, il cui cognome latino differisce da quello del padre perché questi fu costretto ad americanizzarlo per trovare lavoro) tratteggiano storie piene di un significato evidente. Il film di Robert Altman, al contrario, si aggira leggero, tagliente come vetro. I personaggi di Bobby sono pedine da gioco, quelli di Nashville sono spontanei, sottintesi e, per questo, più potenti. Dal film di Estevez si esce probabilmente incoraggiati verso una natura umana difettosa ma affine, amareggiati e consapevoli di un implacabile ricorso storico che elimina chi è saggio e giusto. C’è sangue anche sul palco di Nashville. Eppure, i titoli di coda scorrono senza commozione, oscurando una platea che, testimone dell’omicidio di un’innocente, si lascia velocemente calmare, cantando in coro le parole: “Potete dire che non sono libero, ma non m’interessa”. E’ solo un po’ di cinismo, a voi la scelta di cosa sia più vero.

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