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venerdì 17 gennaio 2020

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Recensione film: Rendition - Detenzione Illegale

Non chiamatelo thriller

01.03.2008 - Valentina Vivona



In una imprecisata città del Nord Africa un attentato suicida unisce e annienta le storie degli otto personaggi del nuovo film del sudafricano Gavin Hood, già premio Oscar nel 2006 per Totsi. Al centro del racconto è la definizione del titolo: la consegna straordinaria, traduzione letterale di extraordinary rendition, è la procedura d’emergenza introdotta dall’amministrazione statunitense sotto Bill Clinton che permette di trattenere qualsiasi persona sospettata di terrorismo. Una pratica di cui gli agenti della Cia hanno abusato dopo l’11 settembre, sottoponendo i sequestrati a tortura senza osare sporcarsi le mani: il decreto stabilisce infatti che i detenuti siano interrogati e, in caso, seviziati nelle prigioni straniere dai funzionari del luogo. Anwar El-Ibrahimi (Omar Metwally), cittadino egiziano cresciuto negli Stati Uniti, commette l’errore di rientrare da un convegno di lavoro nel giorno sbagliato, con il cognome sbagliato.
A Hollywood sembra ormai impossibile riuscire a scrivere una storia senza pensare ai nomi da mettere in cartellone. La maggior parte delle produzioni cerca l’appoggio dei mostri sacri o le belle facce delle nuove stelle del cinema per la realizzazione di pellicole che mettono in luce i lati oscuri della impeccabile democrazia americana. La ricetta di Rendition è la stessa utilizzata per Babel l’anno scorso o Crash tre anni fa: prendete una manciata di grandi o perlomeno telegenici attori, rendeteli ognuno protagonista di un corto, montate i vari spezzoni ed ecco che potrete parlare di razzismo o violazione dei diritti umani senza rischiare la censura. Sponsor di Rendition sono Meryl Streep, che interpreta il ruolo di capo della Cia, l’enigmatico Jake Gyllenhall (Donnie Darko, Brokeback Mountain) e Amnesty International. Ma il tentativo di denuncia di Gavin Hood rimane incastrato nelle sue buone intenzioni, diventando didascalico e poco emozionante. La verità viene svelata come in un giallo televisivo, particolare dopo particolare, dallo stesso assassino. E’ un peccato che il compito di approfondire un tema tanto importante sia stato affidato a uno sceneggiatore alle prime armi come Kelley Sane, che ha dichiarato di essere approdato nella sceneggiatura dopo essere stato campione di tennis e aver lavorato come fotografo “per combattere la noia”. Collegatevi al sito di Amnesty International e cercate le parole “extraordinary rendition”. Di sicuro gli effetti speciali saranno più sorprendenti.

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