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Crisi di rappresentatività?

Consigli per gli acquisti

08.01.2007 - Valentina Vivona



Tutto iniziò in Germania nell’Ottobre del 2005 o, forse, negli Stati Uniti, in un lontano 2000 senza guerra al terrore, o forse anche prima. Facciamo finta, però, che tutto inizi quando Angela Merkel e Gerhard Schroder decidono di coagulare le rispettive forze in una “grande coalizione”, rispettosa delle indicazioni di una popolazione che fra i due non aveva saputo scegliere.
50 e 50, congiuntura che allora sembrava accidentale ma che nell’ultimo periodo pare essersi sostituita ai risultati inequivocabili che danno luogo all’alternanza: tutti possono governare subito, invece d’aspettare la fine del mandato; massima rappresentatività, massima democrazia. Questa, perlomeno, è la presunzione degli estimatori.

Ad Agosto, per garantire la stabilità interna, il presidente dell’Ucraina Yuschenko ha dovuto nominare come primo ministro il capo dell’opposizione; lo stesso a cui, nelle presidenziali di due anni prima, aveva lanciato accuse che andavano dalla corruzione al tentato omicidio e contro di cui era stato capace di smobilitare piazze, opinione pubblica e comunità internazionale, ottenendo l’invalidazione delle elezioni che lo avevano visto sconfitto e, in seguito, l’incarico.
Stessa estate, storia analoga, esiti diversi: i messicani devono eleggere il nuovo capo di stato e per pochissime schede sembra spuntarla l’erede designato dall’ex presidente. Il suo avversario, Obrador, denuncia brogli elettorali, i voti sono ricontati ma, all’incirca un mese dopo, la vittoria è confermata. Se per i giornali la vicenda si conclude qui, non è così per i seguaci di Obrador: alcune città sono tuttora blindate ed il 20 Novembre questi ha giurato come presidente davanti a loro. Di fatto, esistono due governi paralleli.

L’elenco potrebbe continuare includendo Bielorussia, Italia, Brasile, Repubblica Democratica del Congo ma le caratteristiche comuni rimarrebbero l’ambiguità e la delegittimazione reciproca. Un palco in cui le parti s’affannano a rappresentare la campagna elettorale come una lotta fra il Bene e il Male, fra libertà e dittatura. Estremizzazioni sintomo di una passione più rumorosa che reale; riprendendo una citazione di Amartya Sen (La democrazia degli altri, 2004): “La radice del comportamento corretto è nel misurato controllo delle parole. Se una persona loda la propria fazione e disprezza le altre solo per il suo attaccamento ad essa, insulta profondamente la propria fazione”.
Un tale comportamento insulta profondamente anche l’elettorato: l’economista osserva infatti come le libere elezioni siano oggi considerate il requisito minimo per ottenere la qualifica democratica. La rapidità con cui si è voluto che gli irakeni andassero alle urne e che l’apparente maggioranza salisse al potere ne è una prova, come gli eventi successivi e attuali nel paese rivelano la debolezza di un assunto del genere. E’ la partecipazione politica a sancire la democraticità di uno stato, non il diritto di voto; la formazione delle coscienze deve precedere quella del governo che, altrimenti, risulterà instabile, privo di autorità.

Al contrario, sempre più paesi investono in assenza di discussione pubblica. Nel Terzo Mondo, le minoranze al comando esasperano le divergenze interne per assicurarsi, quasi dogmaticamente, la fedeltà dei propri membri. In società che si proclamano avanzate, sono i mass media gli strumenti più ambiti; la competizione politica si trasforma in una gara alla battuta migliore, dove non si confrontano modelli alternativi di rappresentanza ma caratteristi in palese e acceso contrasto, sempre meno distinguibili l’uno dall’altro. Questo può spiegare, almeno dal punto di vista legale, perché i pareggi elettorali si stiano diffondendo al di là delle differenze geopolitiche.
Dal punto di vista illegale, le ragioni diventano meno psicologiche e più tecniche, si potrebbe dire, informatiche, per riprendere le accuse, finora non dimostrate, che alcuni giornalisti hanno lanciato sia nel caso delle elezioni italiane che di quelle americane.

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