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domenica 22 settembre 2019

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Ryan Adams - Heartbreaker

16.10.2007 - Lorenzo Urbinati



Titolo: Heartbreaker
Artista: Ryan Adams
Etichetta: Bloodshot Records
Anno d'uscita: 2000
Genere: Country/ Folk/ Rock
Voto:

8,5/10

Sono pochi gli artisti che all’esordio riescono a produrre un lavoro così intenso e al tempo stesso maturo come “Heartbreaker”.
Ryan Adams ci riesce partendo dal passato, nelle sue vene scorrono le melodie country di Neil Young e le poesie di Bob Dylan, mentre nel suo cuore si agitano fantasmi di un passato tormentato e di un presente che, forse, lo è ancora di più.

Adams è comunicativo come poche volte lo sarà nella sua carriera; ce lo immaginiamo seduto al bancone di uno squallido bar della periferia americana, chitarra sulle ginocchia e armonica in bocca, con i capelli a coprire occhi e occhiaie, ed una a puzza di alcool difficile da mascherare. Dagli accordi della sua chitarra nascono canzoni tristi, perché nella sua vita nulla è andato come doveva, soldi buttati qua e là, amori che per un motivo o per l’altro sono andati a finire male, il tentare di ritrovare se stessi per poi realizzare di non sapere chi si è realmente. Si potrebbe scadere nel patetico, ma il giovane seduto al bancone è lì per convincerti non c’è niente di male nell’essere triste, anzi, cullati dalla sue canzoni , potresti addirittura arrivare a pensare che possa essere piacevole.
La voce del cantante si fa via via più struggente e dove non arrivano le parole è l’armonica ad irrompere, dolorosa come un pugno allo stomaco in “Call Me on Your Way Back Home” e “Why do they leave”, liberatoria nella rassegnata “Come Pick Me Up”, colonna sonora del film Elizabethtown, ed uno dei più grandi successi di Adams.

“Sweet Carolina”, nella quale duetta con la leggenda country Emmylou Harris, rimanda alle atmosfere on the road di Keruoac, e così tra polvere, malinconia e smarrimento ci troviamo di fronte ad una canzone senza tempo ,che non stupirebbe se fosse stata scritta 40 anni fa, tanto il tempo non è riuscito a scalfirne la bellezza, e anche uno come Elton John sembra essersene accorto...
Le melodie scarne lasciano talvolta spazio ad incursioni sperimentali, come nel caso di “Amy”, o al blues-rock vecchia maniera di “To be young” e “ Shakedown on 9th Street”, dove il ragazzo è talmente a suo agio che viene da chiedersi se abbia veramente poco più di 20 anni.
Il talent del ventenne della North-Carolina emerge anche nella scrittura dei testi; “To be The One” è una perla degna del miglior Bob Dylan, l’immagine auto-lesionista di un partner infelice viene evocata con i pochi versi del ritornello , “And I don't know which is worse/ To wake up and see the sun/ Or to be the one / Be the one that's gone..” canta con la voce roca e impastata.

“In My Time of Need” è un altro brano chiave, le paure del giovane autore vengono a galla e, attraverso il profilo di un uomo prossimo alla vecchiaia, si interroga su un domani che si fa sempre più incerto e minaccioso, “Will you say to me a little rains gonna come/ When the sky cant offer none to me /Cause I will come for you/ When my days are through/ And Ill let your smile just off and carry me”.

Intristirsi non è mai stato così piacevole.

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