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lunedì 10 agosto 2020

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Siamo tutti figli di Mary

Roma, 13 gennaio 2007. Il problema degli alloggi tra gli immigrati sfocia in un incendio doloso: per sfuggire alle fiamme, sono morti gettandosi dalla finestra la bengalese Mary Begun e il figlio di 10 anni. Sono seguite manifestazioni di solidari

18.10.2007 - Maya Koshi



Sono cresciuta pensando al volontariato come componente strutturale di una qualunque società. In casa se ne parlava poco, ma è bastato assimilare il concetto come vero, per poterlo sviluppare interiormente. A ciò si aggiunga il fatto di non avere una radicata identità territoriale, che presuppone libertà di movimento, anche mentale: certi confini, che siano burocratici o semplicemente affettivi, si trasformano in spunti per comunicare e per migliorarsi.
Per alcuni, invece, questa condizione d’essere – quella di far parte della seconda generazione – si ripercuote come elemento destabilizzante ed imbarazzante. Le contraddizioni insite nel comportamento di un G2 derivano dall’inconscia necessità ed urgenza di delinearsi un profilo per raggiungere il giusto equilibrio tra le varie opportunità e culture che gli si presentano. Indotto a chiedersi mille perché esistenziali da una società organizzata in categorie ed appartenenze, il G2 in questione è “costretto” a mettere su di una bilancia i pro e i contro delle sue origini, delle sue tradizioni, dei suoi comportamenti. “Costretto”, perché sono gli altri a considerarti straniero in un paese dove ti senti a casa…
In questo ambito, il G2 che sceglie la via del volontariato sceglie di sostenere la potenzialità dell’io che si mette in rapporto con un altro io, cosa che per un G2 dovrebbe essere naturale, abituato com’è a districarsi tra più culture. Non solo: il volontariato ha valore prima di tutto in quanto lavoro umano. Il fatto che sia gratuito è un valore aggiunto e, in quanto tale, è stato e continua ad essere sottovalutato ed abusato sia dalle classi dirigenti che dalle nuove generazioni. Non a torto, Vilma Mazzocco, portavoce del Forum del Terzo Settore, parla di isomorfismo, di “modelli culturali ed organizzativi del terzo settore (…) derivanti da una maldestra copiatura di altri modelli”.
In uno scenario simile, il G2 potrebbe rappresentare, di contro, la fonte di cooperazioni alternative, basate su di un rinnovamento culturale, che non implica lo schierarsi da una parte o dall’altra, ma una dimensione collettiva e dinamica, frutto delle origini multietniche di ciascun G2 e delle esperienza di ognuno di questi.
Non è mia intenzione parlare in senso assoluto delle potenzialità insite nel fenomeno dei G2: è risaputo quanto siano complessi la natura umana e la società in cui viviamo. Per le stesse ragioni, insisto sul punto di forza del volontariato, che risiede nella sua stessa identità, nella libera e volontaria attivazione in funzione di un bene condiviso. Sottostando alla logica del Mercato, o a quello della tendenziale autoreferenzialità – in cui lo scambio è sempre a scopo di lucro o è fine a se stesso – si rende sterile il fenomeno proprio dal punto di vista relazionale. Storie di intolleranza e di esasperazione come quella di Mary e del suo bambino, possono essere spiegate proprio da questo punto di vista, come conseguenza di una relazionalità dovuta, piuttosto che spontanea, in una società dove si scontrano la centralità del ruolo del volontariato nel creare e prolungare il rapporto tra due soggetti, e l’affanno, del Mercato specialmente, di riappropriarsi e di riassorbire, entro la propria sfera e la propria logica il “legame sociale”, la relazionalità.
Contro un modo di fare volontariato che guarda solo all’esterno, che pensa all’integrazione senza domandarsi quali possano essere le esigenze effettive, che considera il terzo settore il limbo dei neo-laureati, creando confusione tra i due concetti di “precariato” e “volontariato”, bisogna intervenire con un volontariato di tipo orizzontale, più pragmatico e di lungo termine e, perché no, anche più informale, perché informale è la reciprocità.

Mi sono avvicinata al volontariato a 16 anni, l’ho riscoperto negli ultimi anni dell’università e ho maturato una certa visione di insieme solo tre anni fa, mettendomi finalmente in gioco. La COOPI-Cooperazione Internazionale cercava allora dei volontari per una campagna di sensibilizzazione in Italia. Unici requisiti, entusiasmo e motivazione, che non dovrebbero mancare mai ad un neo-laureato. Andavo sul sicuro. Eppure, lavorando fianco a fianco con altri volontari, scopro come sia molto lontana, in Italia, una coscienza ed una cultura del terzo settore. Vivo in una nazione dove si parla troppo spesso di disgregazione dei valori e non della loro attuale complessità, dove il “fare del bene” è vissuto soprattutto in chiave cattolica e meno nei fatti.
Da allora sono passati due anni, durante i quali ho continuato ad affiancare i miei impegni lavorativi con il volontariato sia per una questione di interesse personale, sia per non dovermi più sentire a disagio nei confronti di una cooperazione decentrata poco radicata e motivata anche tra le nuove generazioni. Mi sono sentita chiamare in causa: forse anche io stavo rischiando di sottovalutare il mio potenziale umano, solo perché non retribuito.
L’esperienza con la COOPI è stata un incentivo per riflettere, facendo scaturire una serie di meccanismi che, non solo mi hanno fatto apprezzare maggiormente il ruolo di ONG e ONLUS in generale, ma che mi hanno fatto rivalutare anche il ruolo di advocacy e di educazione allo sviluppo che, se trasmessi correttamente, possono rivelarsi decisivi anche per la concretizzazione di progetti di sviluppo e di emergenza nei paesi del Sud del mondo.
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