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domenica 26 gennaio 2020

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Barcelona postat guapa

20.11.2007 - Marta Salvadori



Stella ha 18 anni e la Sardegna non le è mai piaciuta. Sarà perché non succede mai niente, sarà perché è tutto fermo a ieri. Ieri sono i pastori e le loro dannate pecore; ieri è sua nonna che non parla una parola d’italiano, ostentando quel suo dialetto duro; ieri è sua madre che non lavora; ieri è suo padre che lo fa solo quando è necessario e ieri è Luca e il suo affetto non la consola. Allora decide di andarsene. Se ne va dove nessuno la conosce, dove non esistono autobus che partono quando l’autista si è stancato di riposarsi e dormire e perché non sa che farsene della sua terra, delle dannate pecore, di sua nonna, sua madre, Luca. Di ieri.

Hana si è trasferita da un anno. Pensa che insegnare tedesco sia temporaneo. Che la vita, in una città così progressista sia temporanea. Hana e lo spagnolo che non riesce a parlare. Non sa ancora che passerà per lo meno i prossimi undici anni qui, dove adesso tutto le pare complicato, qui dove tutto le corre intorno, via, insieme, altrove. Probabilmente non se lo aspetta ora che sente nostalgia della sua Tiefurt, dei suoi fratelli, della sua dimensione appurata e certa e continua ad ingrassare.
Sebastian viene da Buenos Aires. Suo padre, desaparachido. Sua madre è morta due anni fa. Lui ha deciso di trasferirsi esattamente in quel momento. Adesso combatte ogni giorno con la confusione del Raval. Tra Pakistani, indiani, marocchini, grida, sporco e puttane. La sua stanza sembra un loculo, ogni giorno diventa più stretta. Ha in tasca una borsa di studio di circa 600 euro al mese: il resto è tutta esigenza. Studia, vuole diventare qualcuno e restituire un po’ di prestigio alla sua famiglia, alla sua dolce zia che si è venduta gli argenti di famiglia per dargli questa occasione. Le persone con cui condivide la casa non gli piacciono affatto. Uno di loro gli ricorda Angèl, un tossico che bazzicava per il suo quartiere in Argentina.
L’aereo, deve andarlo a prendere “in continente”, ha spiegato ai suoi genitori e per gli amici questa è già tutta un’avventura. Stella è giovane, ma i suoi 18 anni non li sente; dentro non sa neanche quanto tempo sia passato dall’ultima volta che si è sentita troppo giovane per qualcosa. È inevitabile tornare con il pensiero a Luca mentre annunciano il suo volo, a Roma. Tiene sù i suoi occhiali da sole, si è tagliata i capelli cortissimi prima di partire per non sembrare in niente un clichè. Lei, lafemmina, mai più. Sogna, per quel po’ di candore che ancora l’anagrafe la costringe ad avere, di cantare jazz e la sua voce è l’unica cosa che ha. Poi c’era Luca ma è già sparito nel momento in cui si trova lassù sopra le nuvole con il cuore in gola: non piangere, pensa, neanche adesso che decide di gettare la scheda del telefonino. Sua nonna morirà; lei lo saprà un giorno per caso, chiamando casa e in fondo l’avrebbe voluta sentirle gridare un’ultima volta a sua madre mentre serve la cena a paza sola si ammasettat su caddu. Ma Stella non piange mai. Ha trovato una farfalla di carta in terra all’aeroporto se l’è appuntata alla borsa, l’ha salvata quasi a riscoprire il valore di un segno. Adesso è libera di perdere anche la giusta strada. Meglio farlo vivendo.

Hana mangia. È meravigliosamente colorato il suo appartamento e ordinato. Lei è ordinata. Lo è in tutto quello che fa e pensa. A sentire Cristiane anche in amore era troppo ordinata. Non sa ancora che presto l’ordine si evolverà con lei stessa. Si era innamorata a Berlino, dove ha studiato. Sono due mesi che non sente Cristiane. Sono quasi otto mesi che non la vede. Hana mangia per non dover soffrire troppo. Si riempie la pancia per non sentire mai più il vuoto che ha provato nel capire che lei amava un’altra persona. Probabilmente lei è stata uno di quegli episodi troppo dotati di bellezza per poter capitare “di solito”.
Venti anni aveva atteso e forse le sarebbero occorsi venti inverni ancora, venti fiati su candeline, venti volte Natale, per parlare di lei come di un semplice, dannato flashback. Venti pagnotte che lievitano al caldo del forno, venti canali di programmi che riempono i silenzi, venti volte lei sia dannata per averla innamorata in quel modo violento. Amore, Ricordi e Addii. Era stato come portare un lutto e sentirlo mangiarsi ogni giorno parti diverse di sé. Basta far trascorrere il tempo, si dice Hana, i  mesi che occorrono per guarire. 
A volte mentre sale e scende dalla Metro sente la mancanza della sua piccola amica che ha lasciato a Buenos Aires. Gli mancano le loro serate a rhum per poi finire sbronzi a parlare di Bette Davis e joan Croaford in Eva contro Eva. Lo assale la voglia di farla ridere nei momenti più inaspettati, mentre fuma alla finestra di camera sua, mentre la Metro lo culla con il suo andamento monotono che spesso lo addormenta, mentre carica la musica sul suo mp3 che la strada per arrivare all’università è lunga. Mentre si lava la faccia ed è tardi, la doccia si è di nuovo intasata.

Sono quattro giorni che vive in un teatro occupato nella periferia di Barcelona, la vita scorre dolce e Stella ama i cani che le scondinzolano intorno, ama il ponte bianco e guarda da lì i treni passare sotto. Non ci sono pecore qui. Non ci sono domeniche depresse, uomini intenti a far niente vestiti da sempre nella stessa maniera. Canottiere e bastoni. E lei gira per la città, adora starsene in giro e vive tutto attraverso i suoi punti emozionali. Non ci sono Carrer dai nomi comunali, non hanno denominazioni le piazze, non i quartieri. Non ci sono barriere. Stella salta. Salta i paletti della Metro per non pagare, salta i muretti perché ha scoperto scorciatoie imprevedibili. Salta i cancelli del Parco Guell la notte quando è chiuso ed aspetta l’alba per cantare là dove il verde si confonde con il cielo e i colori di Gaudì la immergono in un mondo assurdo. È tutto suo il pianetaterra adesso lo è spazio condiviso con un milione di altre facce ed ognuna di queste ha la sua storia. E tra queste, quella di Xamil, che la porta sui tetti delle Oficine occupate, parlano poco ma si capiscono e in chi sa quale punto dell’universo-tutto, le loro voci, la loro pelle, i loro destini quasi coincidono.
Hana non conosce quasi nessuno. A lavoro non lega molto con i colleghi che hanno di lei l’idea di persona fredda e rigida. Non sanno di quando ballava sui tavoli, di quando saliva sulle impalcature del suo appartamento a Pankow a fumare marijuana, e da lì la vista era cittadina e spietata. Non sanno che lei ha amato tanto una donna dai piedi rotondetti e l’occhio destro stanco che la faceva sembrare sempre assonnata. Forse non capiscono che sta cercando soltanto se stessa nei ricordi. Non vedono, non vedono gli strati offesi della sua carne. Perché Cristiane si è data tregua ad un certo punto e si è spiegata la vita volendosi madre e moglie, decidendo che qualsiasi cosa fosse accaduta, sarebbe scivolata via, prima o poi. Ha la spalla tonda, così si dice. Quella di Hana è decisamente quadrata, e gli avvenimenti vanno a sbattere sugli spigoli. Un livido non da poco, Cristie, non servono i cerotti il chetodol e tutto il resto. Un gran brutto ematoma, qui proprio sulla spalla. Chissà chi potrà mai dirle tante cose in un attimo, parlava in fretta Cristiane, e quanto dura un attimo? Quanto? Att….ed è gia finito. Avere qualcuno da chiamare amoremio le è apparsa una fortuna proprio quando non c’era più. Si perde, Hana, tra le cose che fa: guardare il telegiornale, comprare il pane, salire sul 74 direzione Zona Alta che deve prendere quello delle 8.10 che se no arriva tardi.

L’amore soffocato per suo padre senza un volto preciso nella memoria, quello per la madre malata di tentativi per renderlo felice con i suoi denti ingialliti dalle sigarette, i suoi sorrisi profondi, il suo corpo magro teso nell’attesa che un cancro le spazzasse le ginocchia lo costringono sempre a perseguire sempre più la sua meta. Sebastian la ritrova nel dover smontare il sellino della bici per metterlo nello zaino che a Barcelona rubano, nell’essere sempre il primo ad arrivare che gli spagnoli hanno un’indole ritardataria, nelle tapas a pranzo con i compagni, nelle passeggiate sul lungomare della Barceloneta, nel giorno della Mercé lungo la Laietana, con i draghi e i fuochi: emozioni. Momenti dove abbandonarsi alla pelle d’oca che lo assale improvvisa nel pensare quanto sarebbe piaciuta questa città a sua madre. Gli manca, così profondamente. Eppure lei è sempre lì con lui: nelle mattonelle unte della cucina, nelle lavatrici sbagliate e tutti i boxer rosa, nei contorni delle macchie sul divano, nell’arancione accecante della tenda del bagno. Tutta lei gli è intorno, così reale e viva, si finisce per consolarsi, è la natura umana. Sebastian lo sa bene. È l’incanto di avere sempre una riserva speciale. L’istinto di sopravvivenza che spinge verso l’alto con forza meccanica, teoria di Archimede, l’ha studiata Sebastian. Non annega, resta a galla. Respira bene: l’apnea chissà quanto dura questa volta.
Stella stringe forte la mano di Xamil, sente la pace che ancora non definisce con un nome preciso, ma sa che lei non è straniera per lui né lui lo è per lei. Sono figli dello stesso tempo. Entrambi Clandestini, entrambi cittadini. Entrambi in cerca di qualcosa e storie da raccontare poi un giorno. E chissà se ricorderanno il teatro occupato, i mille occasionali posti per dormire quando lui cercherà un posto libero sulla Renfe per fare sedere Stella che è al settimo mese e loro figlio è carne che grida già forte. Sangue misto che congeda ogni diversità con un solo necessario appellativo: nucleo.
Hana mangia tanto e dimentica che la bilancia segna 70 kg ed è troppo per il suo metro e 55 di altezza. Pensa a come avrà risolto Cristiane la storia dei suoi riccioli, come li porterà adesso che ha quasi 40 anni e non può più metterci le mollette a forma di fragola. Adesso che la vita la costringe alla piega e i suoi anni invocano scelte appropriate. Era carina con tutti quei ricci, ereditati da sua madre etiope, nessuno poteva negarlo. Quante volte Hana sente la mancanza di quello che era la sua Cristie: sincera ad ogni costo fino a permettersi di essere offensiva per questo senza alcun rimorso. Hana in fondo le deve molto; grazie a lei si è redenta dal suo romanticismo pietoso. È guarita nel momento in cui ha alzato la gonna di Adriana, nel cesso di un locale, nel momento in cui le sue mani sono finite tra le gambe di lei fino a farla venire, stringendola forte e con i gomiti saldi a tenere la porta per non far entrare nessuno. Eppure Hana sentiva che anche Cristiane era là dentro a guardare lei e Adriana scopare in un cesso. Hana riscopre l’estasi. Sente la primavera in pieno inverno, ci sono venticinque gradi dolcissimi adesso mentre fuori piove e sciarpa guanti e cappotto non bastano a non far penetrare il freddo. Si sente piena di vita, è amore momentaneo, coito ingiusto, passione umana e al tempo stesso ferina, è libera da Cristiane. Libera. La troverebbe invecchiata, e Cristiane adesso sarebbe diversa. Però Hana non ha nessuna curiosità di stare davanti a quello che sono diventate. Farà la sua vita, lontana, non è comunque necessario a nessuna delle due sapere cosa l’altra è, o sarà con il tempo. La sua casa non potrà più appartenerle, non il suo ordine sciocco, non i soldi che le bastano, non quelli che mancano. Non c’è più si dice. Certo che allora era stato incantevole credere alla possibilità di diventare eterne come lo è la Sagrada Familia che domina il panorama dalla sua terrazza. Eppure disumano. Ha letto molti libri, Hana, forse troppi per crederci ancora. È sicura di sé e di quel che intende per futuro. Cristiane la rendeva così debole con i suoi sogni per loro due, e con il dovere di esserne all’altezza. Doveva essere cosa? Una santa, una ragazzina, una donna colta, fare-dire. Hana è libera, e non c’è posto migliore per esserlo. Qui scopre il piacere di non essere perfetta, può anche concedersi il lusso di essere oggetto, paralume, poco di buono, vuoto a perdere. Le serviva una lezione: era troppo ingenua e pura, la vita non le aveva dato nessuna sana delusione. Hana sente che le serviva il patire, per poter iniziare a conoscersi e crescere e farsi le ossa per il resto dei suoi giorni. In quel dannato cesso al Pouble Sec Cristiane non ci avrebbe mai fatto l’amore, era troppo educata. Era seria. Era cosa? In quel cesso lei ha perso la partita e vinto le prossime. Hana adesso sa che è sola, e come lo sono tutti in fondo con i suoi limiti schifosi in mezzo a quel che resta da vivere ad ognuno di quel tutti che sono “gli altri”.  Si è confrontata con la struttura che cede, cede perché è fragile come la natura umana e c’è troppo mondo là fuori dal suo portone per non essere curiosa. Non vuole più essere numeretto, desidera tutto, sperimentare, provare, cadere e rialzarsi anche se ha un gran culone pesante.

Sebastian ha scoperto che oltre ai difetti esistono le consuetudini e queste camuffano tutto in particolari naif. A casa, nel suo loculo, adesso ci vive da cinque anni, e all’università lavora con successo. Sebastian è sempre stato ambizioso, fino a diventare duro a volte. Ma viene dalla povertà ed è disposto a giocarsi tutto per non doverla più sostenere. Non vuole sentire più fame, pensa agli argenti, della zia, Sebastian, e alla vergogna che deve aver provato a portarli ad impegnare che nella zona la conoscono tutti. Adesso la mattina si sveglia sereno. Ed è riuscito a far uscire la sua natura scherzosa a casa. Fa ridere tutti con le sue improvvisate, i suoi modi di dire, i suoi calzini bucati. È questo che chiama famiglia ora. E sua madre a volte cena con lui, o fuma mentre lui prepara la tesi di dottorato, o gli canta una nenia mentre sta cercando di prendere sonno, e fuori Barcelona vive ancora. Non è più solo a cena, come lo è stato per tanti anni a Buenos Aires, non è più solo qui ha trovato Casa. Anche se il Raval non accenna a migliorare, anche se prende sempre la scossa quando attacca una spina. Ha mandato giù tanto di quel silenzio che adesso anche quel continuo vocio per la carrer pare musica. Adesso il telefono squilla, adesso ci sono messaggi per lui scritti di corsa sul giornale del giorno prima anche se gridano che c’è da pagare l’affitto. Ci sono le feste, i ritrovi in plaza del Sol, ci sono le stagioni. Quelle del duro lavoro, quelle delle scelte, quelle in cui ha dovuto racimolare soldi per pagare la caparra che qui affittare è un affare non da poco. E stagioni di  amicizie nuove, quelle dell’ennesima bici rubata e quelle incredibili quando la sua piccola amica viene a trovarlo portando con sé l’aria di Buenos Aires. Sebastian è un emigrato, a volte questa parola gli fa ancora un po’ paura a volte se ne compiace perché occorre coraggio per farlo, ed occorrono i coglioni per vivere, e lui ha l’uno e gli altri.
Si può restare fermi ad ammirare per ore la Torre Agbar, che ricorda un’erezione plateale al centro di strade dal sapore latino; domina il cielo con il suo glande a punta e i suoi colori, per alcuni è solo un monito francese per altri è solo che Barcelona vive, respira. Non è una torre mozza come i nuraghe diroccati, questa città ha deciso di farsi bella. E lo è bella, quando nelle giornate di autunno i surfisti aspettano l’onda in spiaggia  mentre al tempo stesso a pochi chilometri sei già in montagna e il vento asciuga i panni stesi e in mezzo orde di turisti hanno facce divertite sugli autobus colorati che li portano in giro con gite organizzate dalle soste strategiche nei negozi per le compere.

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