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18.12.2007 - Valentina Vivona



“Un altro modo di fare cooperazione”, così aveva presentato lo spettacolo la viceministra agli esteri, Patrizia Sentinelli, al termine della sessione pomeridiana del forum sulla cooperazione internazionale, tenutosi il 3 novembre all’Auditorium Parco della Musica di Roma.

Alle 20, nella stessa sala, una donna africana scalza e tre musicisti sono saliti sul palco, seguiti da Ascanio Celestini. Davanti ad un leggio, a luci basse e scenografia inesistente, l’attore romano ha iniziato a leggere le sue “Lettere sul Rwanda”, scritte per l’evento. La storia del paese africano, stuprato dalla pulizia etnica nel 1994, è raccontata a partire dalla leggenda ed attraversata durante l’intero conflitto, mettendo in rilievo la cecità crudele della comunità internazionale. Un testo che forse risente dell’essere stato composto sotto commissione, ricalcando le cifre stilistiche dell’autore senza novità. Questo significa uno sforzo artistico minimo, ma, fortunatamente, un ottimo lavoro.
Ascanio Celestini ripercorre le vicende più macabre con una delicatezza che priva sangue e violenza del loro sapore. Il monologo è smussato dal canto felice, la danza, il tintinnio dei vestiti, i tamburi e gli altri suoni scanditi dagli artisti che lo accompagnano. L’attore narra, forse è questa la differenza, fondendo favola e fatti, senza tradire la verità. Si pone al fianco delle etnie in guerra, tracciando una trama ingenua e precisa che svela, tema costante dei suoi testi (“Scemo di guerra”, “La pecora nera”, “Radio clandestina”), l’impotenza dell’uomo di fronte a strategie ed interessi che, in questo caso, lo obbligano a scegliere: vittima o carnefice.

Il risultato è una lezione di storia. Non se la Sentinelli ha visto lo spettacolo in anteprima, ma ha usato le parole esatte: un altro modo di fare cooperazione. Celestini non cerca la commozione, ma l’intelligenza del pubblico. Avvicina lo spettatore ad una storia lontana e lo rende consapevole. Funzione che, si dice, dovrebbe svolgere un elettrodomestico: la televisione. Non oso immaginare, invece, quali notizie riportasse durante il genocidio in Rwanda. Tutto il sapore di sangue e violenza, forse, servito durante i pasti. “Cambia canale, per favore” ed il paese tornava, distante ed incomprensibile, lì dove deve rimanere.
Nessuna oscenità, nessuna invenzione. Chissà se ogni conflitto fosse raccontato come ha fatto Celestini.

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