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giovedì 06 agosto 2020

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PRIMA PARTE

Non è ancora finito il 1980 quando esce il secondo album, “Organisation” (DinDisc): immediato l'ingresso al numero 6 della classifica britannica, con “Enola Gay” destinata a invadere le radio di mezza Europa (nel luglio del 1981 sarà numero 1 anche in Italia).
Il brano torna sulla dualità fobia/fascino della minaccia nucleare, prendendo titolo dall’aereo che sganciò la bomba su Hiroshima. La drum machine che lo introduce è curata e densa di piccoli suoni percussivi, i riff di sintetizzatore (uno per la strofa e uno per il ritornello) sono uno più contagioso dell'altro, il basso e la melodia vocale formano un torrente in piena: il brano può fronteggiare per fruibilità e complessità le armonie più audaci architettate da Brian Wilson.
“Organisation” si apre con una sequenza di canzoni avvolgenti e simpatiche, per poi raffreddarsi e sfociare in un lato B spietato. Nella prima parte troviamo “2nd Thought” (suadente ballata dove McCluskey recita gigione con tono da Bryan Ferry), “VCL XI” (pop sbilenco in cui la voce, quasi afona, sembra anticipare Robert Smith dei Cure in singoli come “Close To Me”) e “Motion Heart” (robo-swing con passo in stile Henry Mancini). La ballad “Statues” fa intuire il cambio di registro, con oscure tastiere al ralenti e un sinistro drone in sottofondo.
L'incubo parte da “The Misunderstanding”, che dopo un'intro di rombi e cacofonie metalliche, si innalza fra violenti colpi di batteria, synth intenti in scale da film dell’orrore e un McCluskey nuovamente paragonabile a Robert Smith, ma questa volta quello disperato e impenetrabile di “Pornography”.
A cantare “Promise” è Humpreys, la cui voce è sì più debole di quella del partner, ma capace di notevoli suggestioni. Il brano – gemma di stratificazione del suono – sfoggia uno dei ritornelli più storti e gotici dell’album.
In chiusura un pezzo miracoloso, un concentrato di innovazione e luce abbagliante, da empireo del pop: “Stanlow”. Humpreys stende tappeti di tastiere dal suono angelico e ovattati rumori meccanici che si protraggono per oltre due minuti, prima che un synth inizi a dare una pur soave scansione ritmica. Questo lentissimo pop-ambient giocato sulle sfumature dell’arrangiamento e sul dosaggio dell’enfasi, è per l’epoca qualcosa di inaudito, nessuno aveva mai osato tanto in questo frangente. Forse i Kraftwerk di “Franz Schubert” ci si erano avvicinati, ma non ebbero il coraggio di andare in fondo e di strutturare una canzone così complessa (probabilmente a causa della mancanza di un vocalist caparbio come McCluskey).

A questo punto è tutto pronto per il trionfo, che arriva puntuale nel novembre del 1981, quando esce “Architecture And Morality” (DinDisc), numero 3 in GB, sei mesi di permanenza in classifica e tre singoli in top-5. Copertina disegnata da Peter Saville e titolo capace di riassumere un immaginario, il disco conferma il batterista Malcolm Holmes (già in “Organisation”) e si avvale del tastierista Mike Douglas, sostituito però da Martin Cooper all’inizio del tour promozionale. Cooper aveva peraltro partecipato alla registrazione del singolo di lancio, “Souvenir”, pop-song barocca cantata da Humpreys con tono più che mai Sixties. L’album non merita necessariamente la nomina di capolavoro incontrastato della band, che lo circonda sin dagli anni Ottanta, tuttavia contiene brani da antologia: “The New Stone Age” (marcia gotica che ai tempi avrà sconvolto non pochi fan, fra urla di synth, chitarra centrifugata e McCluskey nuovamente a sfidare i Cure più depressi), la title-track (collage strumentale di synth, mellotron, battiti industrial e formicolii cibernetici), e soprattutto “Maid Of Orleans”, ballata propulsa da sferzanti tamburi, con crescendo emotivo da svenimento, strati su strati di tastiere a dettare ambizioni orchestrali, e quel senso di castità e luminescenza che solo questi anni Ottanta sanno emanare.

L’epopea creativa degli O.M.D. è quasi al termine: “Dazzle Ships” (Telegraph, 1983) sarà l’ultimo album del periodo classico, dopodiché la Virgin convincerà la band a virare verso il mercato americano, con notevoli riscontri monetari, ma risultati artistici sempre più aridi. A ogni modo, si chiude in bellezza, con quello che rimane a tutt’oggi il disco più ostico e coraggioso del duo (ormai diventato quartetto con l’inserimento stabile di Holmes e Cooper).  La scaletta alterna melodie Wilson-oriented a brani astratti costruiti da manipolazioni, messaggi radio e collage di musica concreta (elementi che troviamo comunque anche nelle canzoni vere e proprie, per quanto messi al servizio della struttura portante). Sono proprio questi i momenti più esaltanti: "Genetic Engineering" crea il ritmo intrecciando tastiere e macchina da scrivere, "Telegraph" – melodia a dir poco superba – sembra un misto fra "Radio-activity" dei Kraftwerk e i Beach Boys, "Radio Waves" si apre con suoni gocciolanti ancora nel segno dei Kraftwerk (questa volta "Hall Of Mirrors") per poi dilagare in un ritmo forsennato. I tratti più sperimentali, come la title-track, sembrano venir fuori da un disco dei Throbbing Gristle, mentre in chiusura il tenue tema pianistico di "Of All The Things We've Made" segna il momento più malinconico di un'intera carriera. Le vendite discrete (numero 5 in GB) vanno probabilmente accreditate all’onda d’urto di "Architecture And Morality", visto che nessuno fra i singoli di questo album riuscì a centrare le classifiche. Proprio questo parziale fallimento spinse la band su binari più ortodossi, fino a sfociare nella banalità (valga per tutti il loro maggior successo sul mercato statunitense, “If You Leave”, numero 4 fra i singoli nel maggio 1986). Soltanto quando nel 1990 McCluskey si ritroverà da solo al comando, con gli altri membri dimissionari, riuscirà a tirar fuori qualche brano finalmente brillante, come l’inno pop-house “Sailing On The Seven Seas” (dall’album “Sugar Trax”, 1991) o la ballata chill-out “Dream Of Me” (da “Liberator”, 1993), ma senza raggiungere la compattezza e la portata concettuale dei vecchi fasti.  Nell’estate del 2007 McCluskey, Humpreys, Holmes e Cooper si sono riuniti e hanno portato in tour per mezza Europa quasi esclusivamente i capolavori del periodo ‘80-‘83. Come testimoniano i video rintracciabili su Youtube, dal vivo sembrano ancora in formissima.

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