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Recensione Musica: Jim White - Transnormal Skiperoo

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Jim White - Transnormal Skiperoo
Jim White - Transnormal Skiperoo
Titolo: Transnormal Skiperoo
Artista: Jim White
Etichetta: Luaka Bop
Anno d'uscita: 2007
Genere: Alt Country
Voto: 6,5/10

Il suo Wrong-Eyed Jesus (Mysterious Tale of How I Shouted) del 1997 l’ho letteralmente consumato. Ne ho amato ogni nota dal primo ascolto e capisco perché il buon David Byrne ne sia rimasto folgorato al punto da volerlo ad ogni costo per la sua Luaka Bop. Il suo country-folk sbilenco e rumoristico, desert rock senza paranoie, bagnato di whiskey come un Mark Lanegan meno pieno di sé, ti catturava ed era difficile staccarsene. Ammetto però di non aver seguito l’evoluzione della carriera di Jim White al punto che non ho mai ascoltato i successivi due album (No Such Place del 2001 e Drill a Hole in That Substrate and Tell Me What You See del 2004). E’ per questo quindi che al primo ascolto di Transnormal Skiperoo (neologismo che non vuol dire nulla: lui dice di aver inventato il termine per esprimere un’inedita sensazione positiva che sta sperimentando dopo anni passati a sentirsi un reietto) per prima cosa ho pensato di aver sbagliato Jim White. Dopotutto si tratta di un nome piuttosto comune. Insomma: dov’è finito quel senso di spaesamento, di vertigine melodica che sprigionava Wrong-Eyed Jesus?
A Town Called Amen, per il quale ha reclutato il quintetto newyorkese degli Ollabelle, è un bello ma innocuo country folk senza infamia né lode che non darebbe scandalo se passato da una radio FM dalle parti di Nashville. Sulla stessa lunghezza d’onda, stessi coretti angelici e pedal steel d’ordinanza, la successiva Blindly We Go. La ballatona sentimentale Jailbird poi tocca il fondo. Per fortuna arriva Crash into the Sun, a dare un po’ di respiro e a permetterci di spegnere l’accendino. Niente di che, intendiamoci, ma l’armonica leggermente distorta ci porta dalle parti dei The The di Dusk, anche se non ne eguaglia nemmeno lontanamente la profondità. Molto meglio la successiva Fruit of the Vine, che ha gli stessi riferimenti (ancora più The The nell’atmosfera e nella voce molto Matt Johnsoniana) e in cui rumorismi vari di sottofondo incrinano finalmente quel velo di perfezione sonora che aveva caratterizzato i pezzi precedenti e in cui i cori sanno finalmente più di gospel di provincia che di country western. Anche Take Me Away non è niente male, con il banjo in sottofondo e la slide blueseggiante. La voce stessa di White cambia, diventa più nasale, a rievocare spettri appalachiani.
Il disco continua così tra alti (le atmosfere perse di Counting Numbers in the Air, la dust bowl ballad Long Long Day, la sofferta Pieces of Heaven) e bassi, anche se pur sempre dignitosi (la noiosetta Plywood Superman), ma migliora sicuramente nel “lato B”.
Transnormal Skiperoo non è un brutto disco, tutt’altro. E’ un disco normale, talmente normale da non lasciare il segno. Jim White è (era?) capace di ben altro.

A Town Called Amen

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