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venerdì 25 settembre 2020

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Recensione Musica: Johnny Cash - At Folsom Prison

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Titolo: At Folsom Prison
Artista: Johnny Cash
Etichetta: Columbia
Anno d'uscita: 1968
Genere: Country
Voto: 8/10
E’ il 13 gennaio del 1968. Al penitenziario di massima sicurezza di Folsom (California) sono tutti un po’ euforici, non è una giornata come un’altra. A pranzo in mensa parlottano e sorridono un po’ tutti: bianchi, neri, latini… Per un giorno diventa tutto un po’ più familiare, anche se è difficile paragonare quel buco dimenticato da dio a casa propria. Anche i secondini, solitamente con la loro aria di chi ha in mano il potere ma poi è più in gabbia di un detenuto, stanno più distesi, tranquilli. Si aspetta la sera. Si aspetta l’arrivo di un amico, di un fratello.
Arriva il buio e stanno tutti nel salone principale. Sono li tutti per lui: Johnny Cash. Quello che è cresciuto nei campi di cotone come un nero, ma che fa country come un bianco e dice di avere nelle vene sangue indiano. Quello che parla di storie dannate e dell’America di tutti i giorni: quella dei poveri cristi.
Johnny entra e con un po’ del suo sarcasmo si presenta: “Hello, I’m Johnny Cash”. Il salone esplode e subito inizia la loro canzone, scritta per loro e dedicata a loro: “At Folsom prison”.
Qualcuno in quel buco timorato da dio non avrà regalo più bello in tutta la vita: una canzone tutta per lui, un disco tutto per lui, che parla di lui e della sua vita infima.
Cash, insieme ai Tennessee Three, spolvera tutto il suo repertorio e nel penitenziario di Folsom è un tripudio: accaniti assassini, ladruncoli da quattro soldi, apparenti innocenti che piangono, ridono pensano, ascoltano…vivono per una sera. I secondini all’inizio sempre attenti capiscono che probabilmente quella sera nessuno tenterà di evadere e allora si fumano una sigaretta pure loro.
Cash durante tutto lo show sembra sentirsi totalmente a proprio agio insieme a quella che dovrebbe essere la feccia della società, ma che per lui sono solo uomini.
La canzone di chiusura (Greystone Chapel) l’ha scritta per lui uno dei detenuti di Folsom, il suo amico Glen Sherley. Johnny è un po’ emozionato: non ha mai cantato o provato quel pezzo fino alla sera prima del concerto. Il nastro con il demo di Sherley glielo aveva fatto avere il giorno prima il prete del carcere e lui decise di inserirla assolutamente.
Quando lo show finisce e tutti tornano nelle celle c’è sicuramente il rimpianto di non poterne vedere un altro in futuro, ma in fondo, sotto le coperte delle brande, c’è anche la soddisfazione di avere un disco tutto per se in quelle quattro mura che non riuniscono i neri, i biachi, gli indiani e i latini, ma solo i poveri cristi di un’America che si sta interrogando sul proprio futuro.

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