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giovedì 24 settembre 2020

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Jex Thoth: L'Olimpo Ebbro

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http://a390.ac-images.myspacecdn.com/images01/49/l_b108cc7e5b16b847d92fa5854a3a0c45.jpgL’anno scorso i componenti dei Totem, gruppo psichedelico californiano, hanno deciso di rinominarsi Jex Thoth e continuare a seguire la loro strada acid rock. La tradizione iniziata da altri gruppi, per lo più conterranei, come i Grateful Dead e adottivi, come Janis Joplin, è portata avanti da sempre maggiori band che mischiano le classiche influenze ad uno space e kraut rock da spellarsi le mani. E così l’anno scorso abbiamo assistito alla palingenesi dei Doors grazie al magnifico album d’esordio degli Wooden Shijps, a quella dei Pink Floyd, nella fattispecie per merito dei White Hills, degli Ash Ra Tempel via Mammatus e ai meravigliosi lavori di Warlocks (“Heavy Deavy Skull Lover”) e degli Zodiacs (“Gone”) che hanno prodotto due degli album più sorprendenti del 2007. Quest’anno la saga continua con gli inglesi Pilgrim Fathers, i Black Mountain (che hanno attitudine più spiccata verso orizzonti prog), il ritorno dei Black Angels dopo il capolavoro “Passover” del 2006 e questo bizzarro gruppo, i Jex Thoth, con il loro lavoro omonimo. Questi ultimi ci hanno davvero impressionato per la giusta commistione di “vecchia” psichedelia e di sfumature blues e space rock da brividi. Il tutto congiunto con una delle più suggestive voci femminili che il sottoscritto abbia mai ascoltato. Cerchiamo quindi di capirci qualcosa in più.

Sofferenza, vendetta, ira, preveggenza. Ma allo stesso tempo bellezza, amore per la natura e per il naturale scorrere delle cose. I Jex Thoth sono Medea e Glauce allo stesso tempo. Sono un furoreggiare di suoni psichedelici, lenti, imperiosi e hard rock. Sono i Jefferson Airplane. Hanno uno strano retrogusto, apocalittico, di stampo naturalista. Sono gli Amon Duul II. Il Deus Ex Machina non sarà più l’intervento del carro di dio Sole, saranno, se così vuole il fato, quieti fruscii ambientali di una foresta maledetta, infestata da immonde creature benedette dal volere di Era. I Jex Thoth sono tutto e niente, sono uno strano miraggio di tempi andati che si innalza tra le nebbie dei vecchi riff di chitarra e un accompagnamento rituale di hammond. Sono vittima e carnefice nello stesso istante.

La California è distante parecchio dalle terre di Apollo e Giasone, ma Jessica, cantante della band, è un oracolo post moderno che con la sua voce farebbe impallidire tutte le genti di Delfi, tutti gli aruspici, forse le divinità stesse che, a bocca aperta, la guarderebbero invidiose dal monte Olimpo. Sinuosamente domina le basi strumentali create da Silas Paine (chitarre), Grim Jim (basso e chitarre), Zodiac (hammond) e Johnny Dee (percussioni) con una grazie ancestrale, legata indissolubilmente al concettualità della morte, del silenzio e del fato. Abbiamo un rigurgito di miti fantasy contemporanei misti a reminiscenze letterarie dell’antica cultura greca. Folletti, orchi, maghi vestiti di bianco, piccoli uomini dai piedi pelosi. I lacedemoni gloriosi, Elena dalle bianche braccia, i “tagliatori d’ombelico” di Archiloco, Eschilo e i fantasmi dei persiani, i Lotofagi e il multiforme uomo. Poi subito dopo le figure mitologiche di Odino e delle divinità del grande e freddo nord. Schizzi di memoria, immagini e sensazioni si confondono nel seguire la voce di questa nuova musa acida, cantante di una poesia senza metrica.

Ci immaginiamo lei, Jessica, con il suo sguardo magnetico, dinanzi ad un fuoco nel brullo deserto californiano a cantare il peana per combattenti caduti valorosamente millenni fa, a cui fa seguito l’inquietudine portata della drammatica scelta di Medea di uccidere i propri figli nella certezza di distruggere l’uomo che l’ha abbandonata.

Sentiamo ritualità catartiche, spirito tribale, nostalgia per uno stato di natura che le nostre città spengono nel nostro cuore. I piedi convulsi iniziano a danzare intorno ad un fuoco. La polvere, passo dopo passo, si alza fino al cielo. Non è altro che un ritorno a quello che di bello ci fu e oggi non esiste più: la vita nell’accezione più irrazionale che si possa pensare. Ritrovare il respiro vitale della madre terra in ogni folata di vento. Ritrovare un senso, qualsiasi esso sia.

 

Leggi anche la Recensione di Alessandra Paolicelli

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