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Recensione Musica: Sun Kil Moon - April

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Titolo: April
Artista: Sun Kil Moon
Etichetta: Caldo Verde Records
Anno d'uscita: 2008
Genere: Folk Rock - Songwriter
Voto: 8,5

Se mai mi fosse capitato di essere ragionevolmente oggettivo e imparziale nel giudicare un disco, di sicuro non è questo il caso. Alla scrittura, la voce, le atmosfere di Mark Kozelek sono visceralmente legato fin dai tempi di quel capolavoro che risponde al nome di “Down Colorful Hill” dei mai dimenticati Red House Painters, tra i capostipiti dello Slowcore che vede tra gli altri esponenti Low e Codeine e che più che un genere musicale si potrebbe definire uno stato dell’anima. Sono passati ormai 16 anni da quel disco di debutto, ma già dalle prime note di Lost Verses Kozelek, outsider per scelta e deus ex machina dei Sun Kil Moon (non è un errore, si scrive con una L), conferma le coordinate che da sempre contraddistinguono il suo percorso artistico: suoni “root”, atmosfere sobrie e dolci, moderatamente malinconiche ma mai patetiche, accoglienti e allo stesso tempo isolate/isolanti come possono esserlo alcune piccole città del Midwest degli Stati Uniti sperdute tra campi di grano che si estendono a perdita d’occhio. A cinque anni dal bellissimo Ghosts of the Great Highway (di mezzo c’è quello strano esperimento di Tiny Cities, album interamente composto da cover dei Modest Mouse) Kozelek sforna un’opera intensa come un fiume che scorre lento, sempre diverso e sempre uguale a se stesso, profondamente marchiata dai tratti caratteristici dell’uomo, ma allo stesso tempo diversa e unica. April è un disco di pace e solitudine, lungo come un viaggio che rapisce e non stanca, sognante, quasi impalpabile, che vede indubbiamente tra i propri numi tutelari il Neil Young più tradizionalista, più uno spirito affine che un modello da ricalcare (ascoltare The Light, in bilico tra un’atmosfera urticante e una melodia delicata, e la estesa elegia elettrificata Tonight the Sky per credere). Sa scegliersi i compagni di viaggio Kozelek: Unlit Hallway e Like The River vedono la presenza di Will Oldham/Bonnie “Prince” Billy, altra anima in pena legata al Nostro da comune sentire (l’aria che si respira in April può ricordare a tratti quella di I See A Darkness).
Per tutto il corso dei suoi 80 minuti April ci porta negli angoli oscuri della memoria, in polverose strade del Midwest, cieli notturni e piccoli villaggi dove dell’amore di un tempo resta solo una foto in bianco e nero macchiata di whisky. La ipnotica "Moorestown" recita: "My thoughts will pause, my throat will swell/ When her name is spoken/ And looking past the cold, long sea/ I cannot bear to wonder now/ If the cascading soft lights are glowing for us in Moorestown". Il potere evocativo delle canzoni di Kozelek fa sì che tutti i nostri amori passati e le varie Moorestown che abbiamo attraversato nella nostra vita riaffiorino alla memoria. Non è dolore quello che traspare da queste tracce però. È nostalgia sussurrata, è senso di comunione nella solitudine.
Non ho pudore ad affermare che April si pone allo stesso livello delle migliori cose dei Red House Painters (e già non è poco) e se la gioca alla pari con i lavori dei più grandi songwriter senza timori reverenziali. In un mondo perfetto Mark Kozelek sarebbe famoso come Neil Young o almeno Mark Lanegan. Di fatto Kozelek resta un’incorruttibile icona indie ed è entrato da tempo nel pantheon dei grandi songwriter ignorati dalla Storia con la S maiuscola, accanto a Will Oldham e Mark Eitzel.

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