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martedì 18 febbraio 2020

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Recensione Musica: Colour Haze - All

Questa è la meraviglia del rock: creare un paesaggio sonoro e poi demolirlo a colpi di overdrive, slappate e rullate

08.07.2008 - Edoardo Iervolino



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Titolo: All
Artista: Colour Haze
Etichetta: Elektrohasch Records
Anno d'uscita: 2008
Genere: Stoner/Psichedelia
Voto: 7,5

Armonia. Pochi la sanno maneggiare con la giusta cura. La musica è come una farfalla: più cerchi di acchiapparla più lei si allontana. Se invece ti fermi e aspetti è facile che lei si posi sul tuo palmo. Musicisti si diventa, artisti si nasce. Notoriamente la Germania è la patria del Krautrock e della psichedelia spaziale europea: se negli anni 70 e ultimissimi 60, band come gli Amon Duul II, i Can, i Popl Vuh, gli Embryo, i Faust, i Cluster hanno prodotto album di qualità superiore, oggi sono i Colour Haze con il loro psych-stoner a tenere alta la bandiera dei suoni germanici.
Band di Monaco di Baviera, ruota intorno al genio chitarristico di Stefan Koglek, unica figura sopravvissuta ai cambi di organico che hanno portato la nuova formazione nata nel 1999 a sopravvivere fino ad oggi producendo ben 7 album. L’ultimo, “All”, è forse il più completo della loro intera carriera: se infatti il precedente “Tempel” aveva suoni che evocavano un passato troppo remoto, questo lavoro non presenta difetti macroscopici e si fa sentire tutto d’un fiato. Le atmosfere create sono un giusto mix tra acido e basico, merito del variabile timbro del basso di Phillip differente in tutte le canzoni.
I Colour Haze in due parole sono il trio psichedelico che tanto andava di moda negli ultimi ’60, a cui il tempo ha donato generi compositi come lo stoner rock e i migliori esempi di southern rock a cui loro hanno attinto con grande classe. E infatti il loro sound, che a volte tocca anche l’acustico-orientale (come nella splendida “Stars”), è figlio dei già citati Amon Duul come dei QOTSA, dei Beatles quanto dei Lynyrd Skynyrd e dei Black Keys.
Riff mai autoreferenziali, giri di basso ritmati, batteria (suonata da Manfred Merwald) che ripercorre il solco tracciato dai “drummer-panzer” dei gruppi hard rock degli anni 70.
Abbiamo quindi un po’ di tutto: dalla semi suite di 15 minuti che da il titolo all’album, meditabonda e rilassata, alle scariche di Uzi della trascinante “If”. Da incorniciare poi il terzetto di canzoni iniziali (Silent-Moon-Turns): dopo una classica apertura di basso sentiamo subito le enormi potenzialità che hanno i Colour Haze, facendoci divertire con musica vintage. L’entrata della chitarra ricorda in duo Pappalardi-West nei Mountain, il suono sfuocato del charleston riprende da vicino il modo di stare dietro le pelli degli anni sessanta. Ad ogni giro aumenta l’overdrive, la componente noise entra in gioco e la psichedelia, che intravedevamo all’orizzonte, assume la faccia di Josh Homme e dei suoi QOTSA. Questa è la meraviglia del rock: creare un paesaggio sonoro e poi demolirlo a colpi di overdrive, slappate e rullate. Tutto questo con il sorriso sulle labbra e una goccia di sudore che scende lungo la schiena. “Moon” con il suo incedere sincopato e crescente si adatta meravigliosamente alla voce di Stefan Koglek, acuta ma blueseggiante nello spirito, che anticipa il ritornello strumentale molto ben costruito. Poi, come sempre, è il turno dell’overdrive che, a colpi di powerchords e loop, fomenta lo spirito hard rock che vive nelle nostre orecchie. La conclusiva della triade delle meraviglie è la canzone più Hendrixiana che abbia sentito dalla morte del buon Steve Ray Vaughan: “Turns” ha gli elementi del più sentimentale degli Hendrix (“Little Wing”, “Have You Ever Been”, “Gypsy Eyes”) miscelati con la solita polvere di stelle tipicamente psichedelica. Lacrimuccia dietro l’angolo.
Da sottolineare anche la conclusiva “Remains”, evocatrice delle migliori tradizioni “silenti” e ponderose di Peter Green (magari quello di “The End of the Game”) e dei King Crimson più acidi (“Moonchild” per esempio).
“All” e i Colour Haze: una produzione e una band di certo non ai livelli dei padri ispiratori ma che è in grado lo stesso di creare atmosfere divertenti e coinvolgenti. Magari per qualche nostalgico (come il sottoscritto) potrebbe anche diventare uno degli album dell’anno. Evocativo.



Moon

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