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venerdì 25 settembre 2020

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Recensione Musica: The Austerity Program - Black Madonna

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Titolo: Black Madonna
Artista: The Austerity Program
Etichetta: Hydrahead Records
Anno d'uscita: 2007
Genere: Post-Hardcore / Math Rock
Voto: 7
Un Basso e una chitarra. Una Drum Machine convulsa. Sudore, rabbia e rancore. Le attitudini math rock e post hardcore sono di quelle sporche, grezze, non rifinite. Gli Austerity Program sono un duo conosciuto da pochissimi e apprezzato da ancor meno gente. Sì la loro, non è musica per tutti. Come quella dei Big Black di Steve Albini, vero ispiratore del gruppo, e come oggi quella degli Shit & Shine, il cui sound ricorda una sorta di esplosione atomica riprodotta con strumenti elettronici.
Black Madonna è un album epilettico, che ruota intorno ad una Drum Machine martellante e a una gran quantità di giri di basso secchi e spigolosi. E’ musica ritmata, e per questo spesso monotona e monocorde, che ci colpisce come una ginocchiata in mezzo alla schiena. Stesse sensazioni che facevano provare i Lightning Bolt. Un mix tra le musiche più “efferate” e dolorose, un connubio tra la farsa musicale (Song 19), è la più brutale esecuzione della sofferenza dai tempi di “Jordan, Minnesota” (Song 18): una voce che appare e scompare tra i flutti di basso e i boati apocalittici di chitarra.
Thad Calabrese (basso, ma sembra uno schiacciasassi) e Justin Foley (chitarra, voce e drum machine) con questo Black Madonna hanno dato il segnale che gli Isis hanno fatto proseliti, che Steve Albini ha aperto strade ancora non del tutto chiuse (Song 17A sembra uscita da “Atomizer”) e che la musica può continuare ad essere sinonimo di ossessività, di violenza e di brutalità, ma sempre di natura “umana”. Esattamente come non lo sono più le derivazioni estreme del metal che ormai giocano sul loro ruolo di maledetti e si ghettizzano ogni giorno di più. Gli Austerity Program sono una spaccatura, una cesura di grande interesse in un panorama di nicchia che attende solo di essere esportato al grande pubblico. Lo stesso che non ha aperto gli occhi dinanzi la grandezza dei Suicide nel tramonto degli anni 70, che non ha dato sfogo alla propria rabbia con i Killing Joke nei ‘80s e che non ha seguito a dovere i Nine Inch Nails negli anni 90 e che non ascolta Isis e Converge oggi. Inutile scalmanarsi con band black-brutal-noise-core-post-punk-death-merd che sotto sotto non sono nulla se non rumore allo stato brado. Una cosa è il chiasso, un’altra la violenza: gli Austerity Program (come i già citati gruppi) hanno capito la differenza. E producono dissonanze e accelerazioni nel nome della vera indole umana, quella autodistruttiva. Un lavoro non di certo innovativo ma che ci fa respirare atmosfere desolate e solitarie. La copertina floreale e apparentemente innocente, durante l’ascolto, si squarcia, si dilania dinanzi i nostri occhi offrendoci una tremebonda visione: il rosso del nostro sangue.






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