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martedì 18 febbraio 2020

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Intervista con i Vanessa Van Basten: l’oscurità nella musica può essere romantica

Musica, cinema, "robbosi" e "veline"

15.07.2008 - Edoardo Iervolino



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http://b8.ac-images.myspacecdn.com/01078/82/18/1078218128_l.jpgGenovesi, musicisti, amanti del cinema: i Vanessa Van Basten sono un signor gruppo. Uniscono sapientemente influssi artistici da vari campi e ne traggono una sintesi sonora. Probabilmente uno dei migliori album usciti nel 2006 porta il loro marchio. E forse è il loro prossimo disco che il sottoscritto sta aspettando maggiormente in questo poco saporito 2008. Impaziente di vederli live, gli porgiamo qualche domanda a cui loro, gentilmente, rispondono in modo esaustiv

Vanessa Van Basten è uno dei progetti più interessanti della scena italiana: nel 2006 esce, dopo l’ottimo EP omonimo del 2005, “La stanza di Swedenborg”, un lavoro complesso, evocativo e traumatico che contiene elementi di discontinuità con la musica italiana, andando a percorrere sentieri poco battuti nella storia della nostra musica. Ci raccontate brevemente le sensazioni che provavate durante il periodo di lavorazione di questo album?

Ne è passato di tempo. Quello che oggi riesco ad associare a quel periodo di quasi 2 anni fa è una sensazione di caldo-umido-sporco, come l’estate di una Genova non proprio solare e balneare, passata al computer registrando quei brani (e in altre attività non certo positive). Eravamo comunque molto motivati a pubblicare il debutto, vista l’ottima accoglienza dimostrata dalla critica nei confronti dell’Ep. Per il resto, considero la gamma emozionale del nostro progetto (anche in quella circostanza) come un pendolo che oscilla tra angoscia e sollievo, passando per un ‘centro’ di mistero. Il fatto che secondo te i nostri territori siano stati battuti molto poco in Italia è vero, ma spero appunto sia riferito ad un discorso di emotività più che a questioni stilistiche. (ovvio, ndr)

Le influenze musicali sono abbastanza chiare e ben elencate nel vostro MySpace (tra gli altri The God Machine, Godflesh, Jesu, Swans, Klaus Schulze, Angelo Badalamenti, Killing Joke, Katatonia, Low). Ma quale gruppo/artista vi ha fatto capire che la musica può essere una ragione di vita?

Nessuno in particolare, la musica è di fatto una delle ragioni della mia vita, e la amo nella sua totalità di generi e sfaccettature. Ho iniziato a 13 anni con il grunge (che ancora adesso non manca nel mio stereo). Purtroppo, più vado avanti più sono esigente sia negli ascolti che nella composizione. Dovendo darti un nome, credo che proprio i God Machine (rip) abbiano avuto molto in comune con noi, col nostro modo di sentire non solo la musica, ma proprio questa realtà. Quando li ascolto penso: questa è vita, la vita vera, come la sento anch’io, come la vorrei descrivere. Ed è drammatica.

Musica e Cinema, Jesu e Lars von Trier. Ne “La stanza di Swedenborg” sentiamo la voce della signora Drusse (protagonista di “The Kingdom” di von Trier) e percepiamo l’atmosfera depressa e cupa di quella splendida serie. In che modo vi siete fatti ispirare da “The Kingdom”?

Semplicemente mi piaceva quella scena del film, le parole che vengono pronunciate in essa, da subito l’ho associata a un qualcosa di cinico e ironico allo stesso tempo. Avevo le musiche de ‘La stanza’ nel cassetto, musiche che giustamente trovi depresse e cupe, e ho provato per gioco a unire gli ingredienti in uno strano mix.
In un certo senso mi ricollego al discorso di prima: l’oscurità nella musica può essere romantica, come nella scena gotica, una via superficiale a mio avviso, oppure drammatica e concreta. The Kingdom è un opera del secondo tipo, con un pizzico di ironia che non guasta.

Come componete le vostre canzoni? Abbiamo sentito di artisti che scrivono in automobile, altri in bagno, altri ancora camminando lungo i bordi di un fiume. Voi dove traete ispirazione?

In certi casi scriviamo improvvisando a 4 mani, in altri (di recente) a 6. Nella maggior parte dei casi però sono io a prendere l’iniziativa nel descrivere un attimo, una sensazione precisa. Se ci riesco, sviluppo qualche minuto di musica cercando di declinarla, di creare un percorso ideale nel tempo. A volte però mi piacerebbe registrare solo dei loops da 5-6 secondi, e lasciarli per qualche minuto senza variazioni o strutture. La cosa che mi soddisfa di più è trovare la sintesi, l’equilibrio nello spazio di due battute. Inutile dire che essere lucidi spesso non aiuta, e cerchiamo di evitarlo.

In che modo la vostra musica, intensa e d’atmosfera, si incrocia con le nuove tecnologie musicali?

Diciamo che, tecnicamente parlando, dalla fine degli anni ’70 era già disponibile tutta la tecnologia necessaria a gran parte dei musicisti rock. Per inciso, non intendo dire che siamo interessati a cose come il ‘suono vintage’, ‘sintetizzatori analogici’ e via dicendo. Anelo invece alla comodità. Registrare ‘homemade’ significa per me la possibilità di effettuare modifiche di ora in ora. Non possiamo\vogliamo permetterci il noleggio di uno studio. E non abbiamo mai materiale pronto da registrare al volo. La crisi del mercato impone a molte band emergenti di sostenere le spese di registrazione, orientando le stesse verso una soluzione simile alla nostra. Non potrei comunque vivere senza un enorme riverbero digitale (quello base di Fruity Loops è spartano ma eccezionale) e senza il ‘taglia e cuci’ tipico dei software odierni tipo Cubase, ideali per la creazione di texture confuse e pastose.

http://a237.ac-images.myspacecdn.com/images01/123/l_55d59f1ec5a6d6a9dda811c74da41d64.jpgRumore e armonia: come riuscite a far convivere le due nature dell’arte musicale con così tanta naturalezza?

Io il rumore lo prendo alla lettera, è ‘assenza di informazioni’. Ad esempio se metti un ‘buco’ di rumore, una frazione di caos dopo un’emozione positiva crei una sottrazione, crei paura. Paura di perdere qualcosa. Il rumore all’inizio di un brano può significare attesa, ansia, perché è indeterminante. Chiaramente il processo non è così cerebrale… La semplice verità è che sono cresciuto con le chitarre dei Sonic Youth! E poi l’eccessiva pulizia è noiosa… credo lo sia per chiunque faccia rock ‘duro’.

Quanto è importante per voi la componente live nella vostra carriera di band indipendente? A quando un, meritatissimo, nuovo tour per le maggiori città italiane?

L’aspetto live è più divertente che altro, direi. Non siamo mai stati una live band come si deve, anche se qualche volta abbiamo creato un buon feeling col pubblico e siamo indubbiamente cresciuti come resa ultimamente. Certo che quando inizi a fare tanti concerti non riesci a tornare indietro… si crea una sorta di dipendenza da palco. Ora siamo fermi (anche per scelta, oltre che per un evidente calo di interesse dei locali per mancanza di nuove uscite), e la cosa mi manca molto. Ho sempre sognato di potermi sfogare in questo modo, tirare fuori tutto il mio rancore esistenziale, vendicarmi con il mondo davanti a tutti. Insomma, suonare dal vivo è bellissimo, anche se comporre e registrare ha intrinsecamente un qualcosa di più profondo per me.

Ritorniamo al cinema: quanto David Lynch c’è nei Vanessa Van Basten?

Spero ce ne sia almeno un po’. E’ il mio regista e pittore preferito. Inland empire è il miglior film della storia del cinema! Una canzone lunghissima e terribile.

“A soundtrack for the blind...”… modo curioso di descrivere la vostra musica.

E’ il titolo di un album degli Swans che amo molto. Una frase ad effetto.

Parliamo un po’ della situazione musicale italiana: si può vivere di musica? C’è ancora lo strapotere delle case discografiche?

Non te lo so dire con certezza, noi di certo dobbiamo lavorare. Mi sembra opportuno rilevare che ci sono più orchestre ‘da balera’ professioniste che gruppi rock che funzionano. Penso però che con un impegno, un talento e una capacità ben sopra la media si possa vivere anche facendo buona musica. Chi ci riesce è bravissimo e meriterebbe più rispetto, mentre spesso è accusato di essersi venduto. Penso a gruppi esteri come Coldplay, Sigur Ròs.
Le grandi case discografiche non fanno musica, fanno business. Ogni tanto nel loro business c’è anche un po’ di musica, ma si tratta solo di una contingenza.

La scena italiana è in crisi artistica? Molti vostri colleghi ci hanno risposto e sempre in modo differente: per qualcuno non è mai esistita, per altri è roba di nicchia, per altri ancora è sempre vivissima. Noi, per la cronaca, siamo ottimisti. Voi che ne pensate? La distanza con gli altri paesi europei è davvero insanabile?

Beh, parlare di scena italiana è pericoloso. Forse siamo solo una variante esotica della scena americana o inglese… Però se consideriamo i paesi europei (a parte il Regno Unito) in termini qualitativi direi che non siamo secondi a nessuno. Inoltre ricorda che in Italia abbiamo anche teste di serie tipo Lacuna Coil e Rhapsody… non mi piacciono queste band ma è innegabile che siano i leader nel loro genere! Roba da milioni di copie. Io vedo in giro ottime band. Three Second Kiss, Morkobot, Lento, Verdena sono i miei preferiti attualmente, sia dal vivo che su disco.

http://a268.ac-images.myspacecdn.com/images01/12/l_b8d0d7540357144fc2eec68083906f13.jpgChe ne pensate dell’Istruzione italiana e, più in generale, della nostra crisi intellettuale? Le Università formano davvero menti libere e critiche?

Posso parlarti della mia esperienza. Sono stato per breve tempo maestro elementare e ho fatto anche qualche anno di università sia a Trieste che a Genova. Mi sa che le cose stanno effettivamente peggiorando, specialmente ne ‘La Superba’. A filosofia ricordo che il voto medio per tutti era 30, compresi ‘robbosi’ che suonavano i bonghi in aula magna e ‘veline’ di turno che passavano da ‘Cosmopolitan’ a Kant con disarmante facilità… Ho lasciato gli studi a metà perché i programmi (determinati anche dal livello e dalla reale motivazione degli studenti) a mio avviso non corrispondevano all’interesse di chi cerca i princìpi ultimi delle cose. Ci vorrebbe una maggiore possibilità di personalizzazione del proprio percorso di studi. Scusa se sono entrato così nello specifico, ma se non sbaglio questa intervista verrà letta da molti studenti. Ecco, vorrei dire a costoro: fate fatica a studiare? Smettetela di studiare per i vostri genitori, fate pace con voi stessi e andate a lavorare. Farete del bene a voi stessi e al nostro paese.

Torniamo a noi o, meglio ancora, a voi: sappiamo che avete in cantiere un nuovo lavoro. Parlatecene un po’…

Abbiamo registrato, con l’aiuto del nostro amico Berna (Cut of Mica, Meganoidi) due nuovi pezzi lunghi, abbondantemente rodati dal vivo. Saranno pubblicati sotto forma di Ep prossimamente. Cerchiamo una piccola Label estera, con buoni agganci nel nostro genere. Qualcuno si è già fatto avanti. Il materiale è un po’ meno atmosferico che in passato,  perché è stato composto in sala prove con il batterista e non al computer, sommersi di plugins. Ma è molto buono, soprattutto a livello di struttura ritmica. E’ decisamente un passo avanti, anche se per il disco vero e proprio torneremo al vecchio sistema, in modo da offrire ancora una volta un’esperienza di viaggio ‘completa’.

Descriveteci un po’ la vostra città, Genova: in che modo vi influenza nel processo creativo?

Mah… personalmente sto pensando di andarmene da qui al più presto. La grande ‘influenza’ che mi sta dando Genova è solo degrado e diffidenza.

Ultima domanda di rito: consigliateci un disco, un libro e, data la vostra competenza, un film che proprio non possiamo perderci.

Ok. Disco, a gran voce da tutta la band: Bohren & der Club of Gore - ‘Black earth’.
Libro: Charles BukovskiDonne’. Film: ora e sempre INLAND EMPIRE.
 

Ragazzi, massimo rispetto a ciò che siete. Una grande band.

Grazie a voi, ciao!

 

PS: le immagini sono tratte dal loro MySpace


La Stanza di Swedenborg

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