Strict Standards: Only variables should be passed by reference in /web/htdocs/www.mpnews.it/home/archivio/config/routing.php on line 4
MP News | Archivio
collabora redazione chi siamo


martedì 18 febbraio 2020

  • MP News
  • Musica

Live Report: Jarrett - Peacock - De Johnette @ Auditorium Parco Della Musica

"Sequestrati" da Keith Jarrett, nel bene  e nel male.

22.07.2008 - Giulio Pisano



RECENSIONE - La via del basso di Franco Di Donato

Bassista tra i più virtuosi e apprezzati nel panorama italiano ed europeo, pubblica ora un doppio singolo e un...
Leggi l'articolo

SPETTACOLI - La Roma S...Canzonata di Sandro Scapicchio

Venerdì 15 maggio 2015 allo storico Teatro cabaret "Il Puff" di Trastevere lo spettacolo-recital del cantautore...
Leggi l'articolo

APPUNTAMENTI - Enrico Dindo e i Solisti di Pavia

Giovedì 23 aprile, alle 21, presso il Collegio Borromeo di Pavia, una serata all'insegna di Schubert
Leggi l'articolo

http://quietfm.com/Blog/Images/Jarrett03.jpgDevo fare un'ammissione ed una premessa, anzi due: Keith Jarrett non è il mio pianista preferito, ma adoro gli standards ed i dischi dell'ormai storico trio di Jarrett con Gary Peacock al basso e Jack De Johnette alla batteria, ergo, nutrivo molte aspettative per questo concerto.
Seconda premessa: sarò abbastanza critico, quindi coloro che ritengono Keith Jarrett un intoccabile mostro sacro del pianoforte probabilmente non ameranno il resto di questo resoconto.  

Era la prima volta che avevo l'occasione di ascoltare il pianista americano dal vivo e mi prefiguravo una classica esibizione del trio:  ossia standards, standards, standards, reinterpretati all'incredibile livello di improvvisazione (tendente ad infinito) di cui Jarrett è capace.
E Invece no.
L'atmosfera nella sala Santa Cecilia è quella delle grandi occasioni. Lo speaker ripete più volte che, su espressa richiesta dei musicisti (chissà quale dei tre..), durante tutta la serata, anche durante gli inchini, è proibito scattare foto o fare riprese per la "buona riuscita del concerto".   Garantisco che nella mia seppure breve vita non ho mai assistito in alcun tipo di spettacolo dal vivo a tanta cura da parte del pubblico nello spegnere i propri telefoni cellulari e nell'auto-zittirsi. Evidentemente tutti assecondiamo le manie di Jarrett in cambio di un po' della sua buona musica. Teoricamente, uno scambio più che equo.
In un silenzio piuttosto surreale, dunque, e con insoliti 5 minuti di ritardo, i tre si presentano sul palco e attaccano con quella che spero sia soltanto un' intro a metà tra il free jazz e la classica da cui nasca, come per magia, una nota melodia tratta dal vasto songbook americano. Uno standard, insomma.
Il tempo passa e quest'intro assume contorni piuttosto ampi. Chissà, forse Jarrett ha voglia di suonare parecchio stasera...mi dico.
Dopo diversi minuti diventa chiaro a tutti che l'intro non è più ufficialmente un'intro, ma il concerto vero e proprio. Una suite di due brani della letale durata di circa 1 ora.  
Non so da quando Keith Jarrett abbia iniziato a suonare free jazz col suo bel trio, ma vi posso assicurare che per buoni 50 minuti questi 3 fantastici musicisti (e il loro leader più di tutti) hanno ammorbato, sì, scusate, ma devo essere onesto, ammorbato il pubblico presente in sala con della musica che, sono convinto,  avrebbe dato fastidio persino alle orecchie di un Eric Dolphy narcotizzato.  
Ritengo di poter sopportare del free jazz molto più di quanto sia richiesto normalmente all'uomo medio e, nonostante tutto, mi sono trovato abbastanza in difficoltà nel cercare di sforzarmi a percepire qualcosa di buono in quanto stavo ascoltando.  Tra l'altro il free, senza almeno un fiato, può dare facilmente sonnolenza.
L'uditorio intorno a me difatti inizia a spazientirsi un poco. Dopo mezz'ora di questa "roba" una coppia sulla sessantina nella fila di fronte alla mia abbandona la sala... per quanto dalla faccia quasi indignata della signora deduco che non sia cresciuta a dischi di Ornette Coleman e Albert Ayler, è un segnale di come il tutto sia quantomeno inatteso.  
Vai per il trio e ti becchi uno che "suona come se un tizio gli stesse pestando il piede" (parole tenere come al solito di Miles Davis sul free jazz ed in particolare sul modo di suonare di Eric Dolphy...).  In buona sostanza, nella prima parte del concerto, Keith Jarrett si è limitato a  "spolverare" la tastiera con fraseggi di sottofondo incompleti ed irritanti quanto un maglione di lana merinos all'inferno:  il momento più basso credo sia stato raggiunto quando, nel bel mezzo dell'improvvisazione, Jarrett ha chiuso il piano per iniziare a percuoterlo ritmicamente. In quell'istante, con le mani tra i capelli, ho deciso di concentrarmi sulla batteria dell'ottimo De Johnette, sperando che tutto finisse il più presto possibile.
Seguono comunque generosi scrosci di applausi dalla schiera di "irriducibili di Keith Jarrett" e si va all'intervallo.  Facce perplesse e commenti da borghesia alleniana dell' Upper East Side animano la sala.  
Mi pare di capire che tutto ciò che il pubblico pagante voglia è una melodia, un tema. Una sola dannata melodia. Ed è ciò che desidera anche il sottoscritto.
Nel secondo set non posso dire che si cambia aria, perchè questo non avviene del tutto, ma sicuramente finirà in maniera diversa dal primo.  
Si riprende con un brano improvvisato, nessuna melodia,  ma almeno un po' di swing. Il secondo è una composizione "stile Colonia"  con la mano sinistra che martella costantemente le note più gravi lasciando libera la destra di improvvisare. Nulla di eccezionale in confronto al "masterpiece" ovviamente, ma rispetto al Jarrett  pre-intervallo sembra un altro pianista.  Gli applausi iniziano a crescere.
E finalmente ecco uno standard, seguito da una versione uptempo di "All the things you are"... la sala si riempe di accordi fino ad allora negati, è tutta altra musica... ci siamo.  L'interplay tra i tre è quello tanto celebrato...totale.  La risposta del pubblico è quella che tutti si aspettavano una volta esaudita la tacita richiesta: calorosa.
Jarrett ci concede anche un blues...ma è un piacere che dura poco. Finito il blues Jarrett si alza per gli inchini ed esce seguito da Peacock e De Johnette.
Da questo momento in poi si apre un altro concerto a parte. A seguito dei numerosi applausi imploranti un bis i tre riescono fuori e si accomodano ai rispettivi strumenti, ma è una sorta di punizione, perchè per bis c'è un altro po' di free jazz. I presenti sono sconsolati e si posso udire frasi del tipo: " Se lo sapevamo non te lo chiedevamo il bis!!" provenienti da qualche poltroncina non troppo lontana dalla mia. Non hanno tutti i torti.  Al termine dell'esecuzione, un po' per frustrazione, un po' perchè convinta che il concerto sia finito per davvero, molta gente si alza per lasciare l'Auditorium. Gli applausi però continuano. Io stesso mi avvio verso l'uscita ma nel mentre Keith Jarrett riesce e si risiede al piano per un secondo bis.  E' una ballad che non riconosco ma vabene lo stesso...sembra tornare l'armonia. Rinvigorito, il pubblico ne vuole ancora e dopo numerosi inchini il trio esce per un terzo bis, ma a questo punto un terzo è già fuori a commentare quanto appena sentito.  
Si perdono un omaggio del pianista a Thelonious Monk ed alla sua "Straight, no chaser", eseguita a velocità quasi doppia rispetto alle originali esecuzioni monkiane. E' davvero finita.   

Nonostante quest'ultimo piacevole particolare (Monk), non posso dimenticare la prima parte del concerto. Ne esco quindi un po' deluso e animato da sentimenti contrastanti. Comprendo che un artista, dello spessore di Keith Jarrett poi, non debba suonare sempre ciò che il pubblico gli richiede o si aspetta da lui se questo non gli consente di portare avanti la propria ricerca musicale. John Coltrane non sarebbe mai arrivato ad album come Impressions o A Love Supreme se si fosse fermato all'hard bop di Giant Steps che in Europa continuavano a voler sentire da lui negli anni '60, ma il free jazz è roba vecchia di 40 anni !  Suonare free oggi ed in questo modo poi, cioè non con l'Arkestra di Sun Ra, ma in trio, non è ricerca sperimentale, è solo un'ingiustificata noia mortale che come "libero ascoltatore" non intendo digerire soltanto perchè proveniente dalle dita di Keith Jarrett.
Inoltre se si ha presente la "fatta" del pianista che siamo andati a sentire, e che tale si è mostrato stasera solo per qualche minuto, si tratta, in definitiva, di uno spreco totale.

ALL THE THINGS YOU ARE

BlinkListDiggFacebookFurlGoogleLinkedInLiveMySpaceNetscapeNetvibesNewsVineOk NotiziePliggPliggaloPostanotiziePrintRankaloSegnaloStumbleUponTechnoratiTechnotizieTwitterYahooBuzzdel.icio.usemailfainformazione.it

Commenti

Per poter lasciare un commento devi prima effettuare il login o registrarti al sito.