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lunedì 24 febbraio 2020

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Live Report: Sigur Ros @ Cavea dell'Auditorium parco della Musica

Un vuoto empatico, una bolla emozionale

22.07.2008 - Edoardo Iervolino



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Brividi. L’emozione è palpabile in una Cavea dell’Auditorium piena in ogni ordine di posto: si aspettano gli Sigur Ròs, il gruppo che ha riscritto le coordinate della musica dei primi anni del nuovo millennio, la band più espressiva al mondo. Il cielo colorato da un sole non ancora tramontato è lo sfondo di un palco scarno di scenografia ma pieno di preziosi strumenti musicali. Solo alcune enormi e bianche sfere campeggiano sul nero telo che protegge lo show dal resto del mondo. Escono: il pubblico accoglie i loro islandesi preferiti. Strana gente: uno è in canottiera (dai colori imbarazzanti) e indossa una coroncina sgargiante, un altro ha dei capelli tagliati da Edward Mani di Forbice e una divisa da superiori giapponesi. Ci sono anche due che sembrano fuoriusciti dai Baustelle: sembrano eleganti impiegati della Bruxelles degli anni ottanta che escono dal lavoro vogliosi di pinte al doppio malto.  I miei occhi mentono. Mi rendo subito conto, con le orecchie, che quello che ho davanti è uno dei migliori gruppi al mondo: l’attacco di “Svefn-g-englar” è uno dei momenti più emozionanti della mia vita passata dinanzi un palco. Fa caldo ma ho i brividi. E come sulla copertina di Ágætis byrjun sembra di stare nell’utero materno: l’atmosfera, delicata come i ghiacciai perenni e le vallate innevate d’Islanda, plasmata a colpi d’archetto su una chitarra elettrica, ci conduce in una realtà diversa, sfuggente ma estremamente nota. E la pace riscalda i cuori dei presenti. Vedo intorno a me, un neofita della band, fan con il viso rigato dalle lacrime. Continuo a sentire brividi sulle braccia. Ho la pelle d’oca. La voce di Jónsi è qualche cosa che trascende la comune sensibilità musicale: un canto simile a quello delle muse spinge il mio cervello in desolate lande ghiacciate mai viste prima d’ora. D’un tratto canta nei pickups della sua chitarra: una finezza che fa godere la parte più sofisticata della platea. Sento “Glósóli” e rimango impietrito. Sono catturato. E mi aggiungo al coro degli applausi con i lucciconi agli occhi.
In pochi minuti l’Auditorium è già ammutolito e guarda avido il palco in attesa di nuova linfa vitale. Durante la maestosa “Ný batterí” inizio a credere che gli Sigur Ros non siano altro che lo spirito vitale della nostra madre terra: inizio a percepire sulla pelle una brezza che non esiste, vedo negli occhi di chi mi circonda affetto e stima in loro stessi. La voce di Jònsi è il miglior psichiatra che abbia mai sentito. Loro come i Radiohead creano il vuoto intorno a loro. Un vuoto empatico, una bolla emozionale.
Loro si muovo, si agitano, suonano e producono ottima musica; la platea immobile a guardare il tutto, a rubare emozioni fino alle lacrime. Le sfere alle spalle dei musicisti si illuminano come l’universo di Aristotele di una immobilità scultorea, riposante. La canzone va avanti, la batteria di un eccellente Dýrason entra con tutta la sua violenza, fino ad allora repressa, toccando a fondo il nostro animo: ed è catarsi. Le sfere di quella luminosa perfezione divengono un misto tra le idee platoniche nell’iperuranio e le frequenza monistiche idealizzate da Spinoza. La musica prende nuovamente forma durante tutte le canzoni, sempre con abiti differenti: quelli sarcastici dell’entrata degli ottoni vestiti da simil-drughi di Burgess, quelli da bambola delle Amiina, quelli meditabondi di uno Jònsi usciti da Final Fantasy VIII.
Il concerto prosegue, vola via. Siamo già alla conclusiva “Gobbledigook”, tratta dal nuovo album Með suð í eyrum við spilum endalaust, che segue le maestose esecuzioni di classici come “Hoppípolla” e alcune delle meravigliose “Takk…”: l’ultimo singolo ci rimette al mondo, ci fa rinascere dopo le tribolazioni sensoriali del loro concerto, ci rimette a nuovo e ci dona nuovi stimoli per uscire dall’arena ormai completamente catturata da questi 13 musicisti (Sigur Ròs, Amiina e ottoni) fenomenali. Il ritmo si impossessa di noi, il bianco delle lande desolate islandesi lascia spazio ad una eterna primavera odorosa di fiori del mediterraneo. Lo spettacolo è stato dinamico con alternarsi dei musicisti ai vari strumenti, in un paio di brani raccolti, l’uno a fianco all’altro, in un paio di metri quadrati.
Il boato della folla spinge gli Sigur Ròs a concedere un bis (“Popplagid”, ultima di “( )”, una esecuzione da capogiro) e ad uscire più volte per inchinarsi dinanzi ad un pubblico straordinario. Jònsi, visibilmente emozionato, applaude davanti ad una di quelle platee che ogni musicista vorrebbe trovarsi ai propri concerti: educata, competente, emozionale.
Il respiro vitale emanato durante tutto il concerto svanisce così come era entrato, sulle gambe di quattro islandesi schivi e maledettamente fuori dal tempo. E noi ci inchiniamo contemplando la loro grandezza.

 

Le foto in questa pagina sono di Raffaele Saggio (a sinistra) e Daniele Ferrini.

 

Popplagid

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