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lunedì 28 settembre 2020

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Recensione Musica: Numero6 - Quando arriva la gente si sente meglio

28.07.2008 - Andrea Pergola



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Titolo: Quando arriva la gente si sente meglio
Artista: Numero 6
Etichetta: Green Fog Records
Anno d'uscita: 2008
Genere: alt-pop-rock
Voto: 6,5

Leggi l'intervista.

Breve recensione del disco
E’ un disco suggestivo. O quanto meno è un disco che mi ha fortemente suggestionato.
Non ho capito bene dove, ma dentro deve esserci molto mare e molto vento. Sarà che Michele Bitossi, leader del gruppo, è genovese e che io credevo fosse Triestino. Ma immagino sia anche l’onestà e l’ineluttabilità con la quale la vita viene raccontata a contribuire a questa sensazione.
Devono esserci anche delle lacrime, tra una strofa e l’altra. Anzi no: niente lacrime. Perché se tutto è ineluttabile dopo un po’ non soffri più. Ti rassegni. Ecco, quindi c’è rassegnazione tra una strofa e l’altra. Anzi no… vabè, io questo disco non l’ho capito. E’ troppo complicato. Vi posso giurare solo che vale la pena ascoltarlo. Che è un prisma che succhia raggi da tanti lati e sputa tanti colori diversi, e vi stordisce. Ma poco. Vi ci perderete dentro, perché è obiettivamente un dedalo pastosamente complesso. Studiato e arrangiato bene, coinvolgente e incredibilmente profondo (ammetto: potrebbe essere superficiale, molto superficiale. Ma devo riuscire prima a capirlo tutto. E visto che non lo capisco io, spero sia molto, troppo profondo, così da non accusare troppo dolore per il ridimensionamento del mio ego intellettuale).
Testi così curati e originali e affascinanti e complessi non li ascoltavo da molto. Con una voce dotata di un carisma ed una personalità nient’affatto esigue.
Da Piccolissimi Pezzi, cantata da un surreale ed efficace Bonnie “Prince” Billy, è. (“è punto”, non ho scordato aggettivi)
Navi Stanche di Burrasca, scritta da Enrico Brizzi, è un gioiello esistenzialista:

volevo mitridatizzarmi da
una serie di ovvi errori che ripeto già da mezza vita oramai
senza nessuna vervee”


Aspetto: vi sfido ad ascoltarla mentre il vostro Amore è lontano da voi per 40 giorni. Dai su vi sfido:

Aspetto lo sento che sbaglio
ma la forza è nel callo insisto nel telefonarti paranoie il mio
sballo aspetta un tremendo finale. D'aspetto sempre
peggiore aspetto di toccarti ancora.


Quel giorno cosa avevo è una canzone strepitosa, e non solo perché mi permette di suonare il tamburello per tutta la camera.
Un Segnale debole: il comunicato stampa dice che è intimista, e che è il secondo inedito dell’EP (il primo è Quel giorno cosa avevo. Le altre sono tutte Reprise. Yo.)

Post recensione senza legami con la realtà musicale
…da piccolissimi pezzi nasce qualcosa, suppongo…
Vagando per le strade di piccoli pezzi ne accumuli. Eppure i piccolissimi pezzi non si incastrano mai, non si trasformano mai in un unico gigantesco pezzo. Non so bene cosa possa significare, ma che qualcosa significhi lo so per certo.
Da piccolissimi pezzi nasce qualcosa, e non sempre sono cose piccole. Sembrano noccioline, all'inizio. Le vedi da lontano e ti avvicini per frantumarle, tirar via un po' di coccia, e poi divorarle come prezioso ritrovamento.
Piccolissimi pezzi… di cosa? Pezzi piccolissimi di vita (che occupano anni di esistenza)?
La valigia ideale è quella che non ho ancora preparato, ed è di certo quella che tutti i giorni ho voglia di preparare. Perché voglio andar via. Voglio passeggiare per Trieste come un apolide disperso, combattente col freddo vento di settembre. E lì imbattermi in personaggi scontati.
Quelli non banali si nascondo nelle pieghe delle strade solitarie. Sono piccolissimi pezzi che spuntano fuori come noccioline, e come burro di arachidi si spalmano lungo la mia esistenza. Ma solo quando sono fortunato.
Altre volte mi sveglio tardi e perdo il senso della giornata tra le lenzuola, e non lo ritrovo mai, e sudo, e mi infurio, ma mi faccio piccolo piccolo, inconsistente e allora non posso che piangere e piangere, attaccarmi ai piccolissimi pezzi già trovati, tutti custoditi gelosamente dentro una sacca color senape, come quelle del bottino dei pirati.
Quando i piccolissimi pezzi si arrabbiano con me mi sento solo, e  per quanto tra le lenzuola ero veramente molto piccolo, in proporzione alla minuscolosità attuale ero un gigante.
Così tento di chiudermi senza espormi troppo. Per non passare da egocentrico. La situazione mi sfugge di mano. Rischio forte e perdo sempre.
“Tagliate male poi certe parole fanno solo guai ma troppo pure uccidono lo sai la geometria che c'è tra noi.”
E tra le mani soltanto cocce. E uno specchio per sputarmi senza sporcarmi troppo il volto.

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