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lunedì 24 febbraio 2020

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Rufus Wainwright all’Auditorium Parco della Musica

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Affacciata sulla cavea dell’Auditorium Parco della Musica, il 18 luglio scorso, una luna piena dai raggi color blu sembrava in attesa di qualcosa: a Roma, unica tappa italiana, giungeva Rufus Wainwright, l’ultimo dei cantautori romantici.
Nato nel 1973 a New York ma cresciuto in Canada, figlio di musicisti, icona gay, Wainwright si è presentato vestito da moderno Oscar Wilde: basette, giacca estrosa, sciarpa di seta fermata da una spilla tempestata di strass e ai piedi dei comodi sandali di cuoio.
Appena salito sul palco ha fatto notare al pubblico che l’Auditorium disegnato da Renzo Piano “sembra il sedere di un ippopotamo: mi piace!” e subito si è messo al piano intonando “The Maker Makes”, canzone presente nella colonna sonora del film di Ang Lee “Brokeback Mountain”.
Il suo modo di suonare è personalissimo: indugia sui tasti del pianoforte e accompagna la melodia con colpi di testa degni di una diva del muto anni ’20.
Rufus è stato un ragazzo precoce: a sei anni ha imparato a suonare il piano e a 12 una sua canzone, “I’m running”, scritta per il film “Tommy Tricker and the Stamp Traveller”, ha ottenuto una nomination ai Genie Awards e ai Juno Awards. Durante l’adolescenza ha fatto parte del gruppo "McGarrigle Sisters and Family", in cui cantavano anche sua sorella Martha, sua madre Kate e sua zia Anna. Nel 1998 ha pubblicato il suo primo disco “Rufus Wainwright” e si è fatto conoscere in America aprendo i concerti di Tori Amos e Sting.
Nel frattempo ha collaborato alle colonne sonore di numerosi film come “Moulin Rouge!”, “Shrek”, “The Aviator” (in cui compare), “Brokeback Mountain”. La sua musica prende ispirazione principalmente dall’opera lirica e da Judy Garland e per questo è stata definita “Popera”.
Il suo amore per l’opera si è manifestato anche durante il concerto romano: il cantante ha raccontato di essersi recato quella mattina a Castel Sant’Angelo e di aver fatto una foto nel punto in cui Tosca – nell’opera di Puccini - si getta nel vuoto. Ha inoltre aggiunto che l’ultima cosa che Tosca deve aver visto dev’essere stata il Vaticano e ha commentato dicendo: “Forse è per questo che si è buttata!”. Ultimamente infatti il cantante ha preso posizioni politiche decise contro la Chiesa e l’ intolleranza contro i diritti dei gay – per cui ha scritto la canzone “Gay Messiha” - e contro il governo di Bush, di cui ha detto: “Adesso non sono più tanto stanco dell’America: sono un po’ più felice perché Bush se ne sta per andare!”.
Oltre alle battaglie politiche e al gusto estroso nel vestire, Rufus Wainwright ha un’altra caratteristica che si fa notare: una voce bellissima. Anche chi non ha mai sentito il suo nome non può non aver apprezzato la canzone “Hallelujah”: la voce morbida e vellutata che accompagna il piano è la sua, ed è davvero incantevole. Nel silenzio dell’Auditorium la sua voce ha infatti commosso i fedeli fan e i curiosi accorsi a sentirlo: due ore di pura magia e romanticismo. La voce coinvolgente accompagnata solamente dal piano o dalla chitarra – Wainwright suona entrambi – ha creato un’atmosfera intima e malinconica dal gusto affascinante e retrò.
Il concerto ha previsto pezzi celebri di Wainwright come “California”, “Little sister” e nuovi come “Zebulon” e si è concluso con la deliziosa “Cigarettes and chocolate milk”.
Alla fine il pubblico si è fatto sentire e Wainwright ha concesso ben due bis: il primo concluso dalla magnifica “Hallelujah” e il secondo da “Complainte de la butte”, composta in francese.
Dopo il secondo bis è arrivato veramente il momento di andarsene e a illuminare il pianoforte è rimasta solo la luna “trop pale”.

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