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sabato 30 maggio 2020

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Grunge & Sub Pop Records: 1988-2008, la storia della musica di Seattle

I suoni ruvidi, mal confezionati, sporchi e la voce roca di un certo Kurt Cobain furono il primo passo per far diventare un genere un’icona

16.09.2008 - Edoardo Iervolino



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Ebbene sì, sono venti anni ormai che la Sub Pop ci accompagna nella vita musicale di tutti i giorni. Venti anni di note, di rivoluzioni pentagrammate fatte in casa, di overdrive, di sudore e di nuove scoperte. Seattle, una della città meno accoglienti degli States è il suo sfondo, il suo baluardo e il suo protagonista. “Grunge” è il termine da cercare su Google, “Bleach” (disco di platino) l’album da ascoltare ad ogni costo.

Facciamo un po’ di ordine: Bruce Pavitt fonda nel 1979 una fanzine chiamata Subterrean Music (poi Sub Pop) ad Olympia, Washington. La brevissima storia di questo giornale, 9 numeri in totale, è caratterizzata dalle 3 brevi musicassette allegate alla rivista, compilation di ciò che di meglio girava nei circoli underground della zona. Il successo non arriva e Pavitt si trasferisce a Seattle. E’ lì nel 1987 che incontra Jonathan Poneman, appassionato di musica ed esperto conoscitore della scena della sua città, ben presto suo socio in affari e nella ricerca dei talenti. Venne così creata la Sub Pop Singles Club, servizio a pagamento di distribuzione postale di musicassette registrate dai gruppi della scena indipendente di Seattle. Ogni abbonato al servizio riceveva ogni mese un nuovo nastro, breve, che conteneva dalle 2 alle 4 canzoni.

La prima spedizione che fecero ai loro sottoscrittori fu il singolo “Love Buzz/Big Cheese” dei Nirvana, nel mese di novembre del 1988. La storia (e il successo) inizia qui, con una musicassetta sganghera, un pacco postale e tanta voglia di far conoscere la musica ai giovani del luogo, come nelle migliori favole rock & roll. La celebrità del genere chiamato grunge è da attribuire, oltre alle meravigliose band della scena, al  Melody Maker che sdoganò il prodotto e lo fece arrivare in tutte le case americane, porta a porta. Iniziarono ad arrivare i primi soldi importanti e i primi problemi di “affari”. Affari che, a causa della convulsa circolazione degli artisti, iniziarono ad andare male a metà degli anni novanta, quando la Sub Pop fu costretta per evitare la bancarotta ad affiliarsi alla Warner Music, perdendo così la sua identità e i suoi valori.

Ed è proprio da questo punto in poi che il mito “indipendente” finisce: le majors, certe dei loro affari radiofonici e delle loro band “catchy” vincono contro il fenomeno spontaneo del grunge. E la Sub Pop, gloriosa emanazione del termine “passione musicale”, si è inchinata negli anni dinanzi canzonette per teenager teledipendenti e davanti allo strapotere dell’immagine commerciale simbolo del periodo delle boy band e del girl power.

In realtà nemmeno Pavitt e Poneman sono stati esenti da critiche: molti li accusano di aver “commercializzato” e banalizzato ciò che il grunge ha rappresentato, facendo la fortuna di marchi come Converse e Magnum, usando la sofferta arte di Seattle sono per arricchirsi, tralasciando volutamente di sottolineare cosa il grunge è stato per davvero. Quello che era un genere di “bassa elite” americana è diventato uno scrigno pieno di monete d’oro alla portata della piccola Sub Pop. Ma i soldi, quelli veri, li riescono a gestire e far fruttare solo le grandi case discografiche o le grandi menti commerciali: la bomba è esplosa nelle mani dei due soci inesperti e li ha ridotti a dover scendere a compromessi con uno squalo musicale.
Ma perchè il grunge diventò ben presto movimento globale? Stilisticamente è stato un genere “furbo” quanto viscerale: la giusta amalgama di hard rock e frenesia post punk, ha toccato i palati dei giovani del periodo, in cerca del giusto scossone musicale che cancellasse il glitter del mainstream anni ottanta, con tutti i suoi eccessi visivi e i ciuffi cotonati tipici dell’odiato hair metal. La spallata più robusta a questa visione, molto superficiale, degli ‘80s è stato “Bleach” dei Nirvana, manifesto irrinunciabile del grunge: i suoni ruvidi, mal confezionati, sporchi e la voce roca di un certo Kurt Cobain furono il primo passo per far diventare un genere un’icona. I giovani avevano eletto come loro nuovo mito Cobain (anima maledetta quanto affascinante), trovato il loro abbigliamento (camice di flanella, jeans sporchi e Converse logore), scoperto una galassia musicale trascinante, dura e che parlava finalmente di loro, “Generazione X” dimenticata dal resto del mondo. La loro fragilità, le loro ansie e il loro disgusto per la società trovarono sfogo negli overdrive di chitarra, nei testi drogati e nelle rullate convulse di batteria.
I gruppi a cui questa scena si è ispirata sono vecchie glorie dell’underground USA (dai Melvins ai Gun Club, dai Sonic Youth ai Pixies), rimaste, chi più e chi meno, all’ombra dei loro discepoli.
Nirvana, Pearl Jam, Sundgarden, Alice in Chains (anche se non sono mai stati sotto contratto Sub Pop e sono rimasti fedeli alla Columbia Records) e Mudhoney (autori della canzone grunge per eccellenza “Touch me I’m Sick”) sono i gruppi più famosi del movimento di Seattle. Ognuno di loro ha prodotto almeno un capolavoro, immortalando così le ansie e le frustrazioni di una generazione allo sbando tra eroina, pessimismi e senso di inadeguatezza davanti al mondo.
Cobain, Staley, Vadder, Cornell: voci del malessere degli anni novanta. I primi due sono morti, gli altri due fanno finta di essere ancora vivi.
Sub Pop è la casa in cui questi talenti sono cresciuti e ci hanno donato il loro estro. Senza Pavitt e Poneman queste note non sarebbero mai passate nei nostri stereo prima in musicasette, poi in CD e ora in MP3.
Il grunge ha agonizzato lungamente a causa del polverone alzato dai media parlando delle torbide abitudini dei musicisti, corrotti da una vita malsana, da sesso facile (neanche fossero i Guns n’ Roses) e sconvolti da alcool ed eroina. Il “grunge” era diventato tale, “sporco”. Il rapporto sentimentale tra Cobain e la Love l’incarnazione della malattia sentimentale e del vuoto di valori che la stampa accreditava a tutta la scena e a tutta la generazione figlia di quest’ultimo. E le case discografiche non proteggevano i loro artisti, non erano più in grado di condurli verso una vita più normale; oppure, più semplicemente, non volevano farlo per paura che l’ingranaggio del giocattolo si rompesse e con questo svanissero i progetti per nuovi soldi. La morte celebrale è stata causata da quel colpo di fucile che ha bruciato definitivamente la cometa di Cobain il 5 aprile del 1994. La spina è stata staccata dal medico quando è scomparso anche l’anfetaminico Layne Staley stroncato nel 2002 da un’overdose di speedball, dimenticato e rinvenuto morto già in avanzato stato di decomposizione. Il post grunge di band come i Nickelback sono solo profanazioni immorali alla ricerca di un successo facile basato sui ricordi sbiaditi di una generazione ormai cresciuta.
Oggi, alla soglia del ventennale, la Sub Pop produce gruppi con attitudini molto diverse, soprattutto folk e pop: Iron & Wine, Death Cab for Cutie, Shins, Postal Service, Foals, i nostrani Jennifer Gentle e l’ultimo fenomeno Fleet Foxes. Sono arrivati al grande pubblico tramite loro anche gruppi come Kinski, Comets on Fire e, soprattutto, White Stripes.
Sub Pop: la miglior etichetta discografica dei nostri tempi, nonostante tutto. In barba a tutte le majors.

Gruppi cardine del movimento: Nirvana, Pearl Jam, Soundgarden, Alice in Chains (mai sotto Sub Pop) e Mudhoney.

Gruppi del primo periodo grunge
: Stone Temple Pilots, Malfunkshun, L7, Mother Love Bone, Jane’s Addiction

Altri gruppi grunge
: Temple of the Dog, Mad Season, Afghan Whigs, Babes in Toyland, Screaming Trees

Altre produzioni Sub Pop dell’epoca grunge: Codeine, Godflesh, Low, Sonic Youth, Jesus & Mary Chain, Fugazi, Dinosaur Jr, Green River.

Elenco completo Sub Pop

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