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martedì 18 febbraio 2020

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Scott Henderson - Concerto al Big Mama

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foto: www.musicclub.it

Tornare al Big Mama è come ripercorrere, passo passo, la mia passione per la musica. Quando avevo la splendida (e problematica) età di 15 anni, sentivo tutto il giorno “Electric Ladyland”, andavo controvoglia a scuola e detestavo la matematica. Ero un ragazzo come tanti. Ricordo distintamente che passavo le ore a studiare i movimenti, gli accordi, le posizioni e le espressioni sonore del concerto di Woodstock di Jimi Hendrix. Mi rimbambivo con “Machine Gun” tratto da “Band of Gypsys” e la mia droga era “Voodoo Chile” con il giovanissimo Winwood alle tastiere.

Poi ho conosciuto Peter Green, John Mayall, Albert King, Buddy Guy, Eric Clapton, BB King, i Cream, i Mountain, Big Bill Broonzy, i fratelli Allman, il trio Collins-Cray-Copeland, Willy Dixon, i Blind Faith, i Creedence, Robert Johnson, Robben Ford, gli Spirit, i Ten Years After, gli ZZ Top, Muddy Waters, Steve Ray Vaughan e tutti gli altri che rallegrano la mia giornata.

Il blues era, ed è tuttora, lo specchio dei miei moti interiori, dei miei pensieri più intimi. Ascoltare non basta per capire questo genere, bisogna saperlo sentire: sono “solo” 12 sporche battute, una voce viscerale per un testo sofferto, un moto continuo e trascinante, una spinta verso le radici della cultura umana. Bastano pochi strumenti, basta poca tecnica per creare una melodia. Il blues è cuore, è passione, è puro spirito in cerca di orecchie disposte a cogliere l’energia che emana. E’ il mio, il nostro, rito tribale d’espiazione.

Martedì 13 Marzo mi sono trovato, come spesso capita, dinnanzi alle strette scalette d’accesso del Big Mama, locale nel cuore di Trastevere. La gente che frequenta questo circolo/locale è di tutte le età e di tutte le etnie ma è accomunata dalla grande passione per la musica del diavolo. E’ una famiglia in continua espansione. Prova di questo dato era la folla che, parecchio prima dell’apertura, si trovava già con il biglietto in mano ed in fremente attesa davanti ad un cancello ancora chiuso. Non era una serata qualunque, il grande Scott si esibiva di nuovo.

foto: www.musicclub.it

Se Hendrix catturava il Mana dalla terra, peculiarità del blues nero, Scott Henderson lo trova nella tipica esecuzione del blues bianco, in cui ogni nota è controllata, dove nulla è lasciato al caso, dove la distorsione lacera l’anima, dove, nel bel mezzo di un solo di chitarra, è la ricercatezza sonora e la pulizia d’esecuzione ad esaltare la folla. Henderson è specchio dell’avanguardia perfezionistica del blues bianco: i suoi timbri cupi, ombrosi e deviati, sono il suo biglietto da visita.

Stavolta Scott si presenta senza Kirk Covington, granitico e storico batterista della Blues Band di Henderson, e lo sostituisce con Alan Hertz, giovane roccioso e dai boccoli dorati. Il basso è stato manipolato, come sempre, da John Humphrey, codino composto e ritmiche metronomiche. Dato che Covington è anche voce del trio ci siamo trovati davanti ad uno show interamente strumentale. Essendo tre musicisti di primissimo ordine la mancanza vocale non è stata troppo sentita dal pubblico: i brani, dilatati e ampliati, si sono susseguiti a volte gentili, a volte impetuosi e sconvolgenti, ma senza mai farsi mancare il tipico “crescendo” hendersiano. Scott si è esibito in esperimenti elettronici incredibili: qualche effetto e la chitarra si trasforma in un mellotron; “Nairobe Express” è un rito metropolitano.

All’improvviso, premuto il pedale giusto, è hard blues: “Meter Maid” ricorda quelle lente ma potenti digressioni degli anni 60.

Il continuo seguirsi e rincorrersi fra gli strumenti è stato appassionante: una tagliente e robusta “Devil Boy” ha folgorato il pubblico, attento ad ogni nota. Henderson suda, si dimena, scuote i suoi riccetti a ritmo, si emoziona nei soli, si esalta nella scelta dei suoni e degli effetti: si diverte sul palco per la gioia del pubblico. Humphrey, con il suo sguardo guascone, si è dimostrato bassista di rara espressione: preciso e pulito, nel funky da tutto e anche di più. Hertz è stato grande: giochi d’anticipo, continue rullate, crash colpiti da sassate, bacchette stritolate, tanta energia e velocità aliena.

È mancata la solita cover Hendrixiana di “Fire” fra i bis; peccato.

Mi arrampico di nuovo sulla stretta scaletta del locale per uscire. Saluto. Guardo la mia “famiglia allargata” e torno verso la macchina, ringraziando Dio di avermi fatto un animo nero. Gran serata, gran concerto.

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