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sabato 26 settembre 2020

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Breve viaggio nella realtà liberale: i Riformatori Liberali (parte II)

Abbiamo incontrato Jinzo, iscritto ai Riformatori Liberali, per discutere di questa nuova realtà politica.

02.04.2007 - Andrea Pergola



RECENSIONE - La via del basso di Franco Di Donato

Bassista tra i più virtuosi e apprezzati nel panorama italiano ed europeo, pubblica ora un doppio singolo e un...
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SPETTACOLI - La Roma S...Canzonata di Sandro Scapicchio

Venerdì 15 maggio 2015 allo storico Teatro cabaret "Il Puff" di Trastevere lo spettacolo-recital del cantautore...
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APPUNTAMENTI - Enrico Dindo e i Solisti di Pavia

Giovedì 23 aprile, alle 21, presso il Collegio Borromeo di Pavia, una serata all'insegna di Schubert
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Nell’ultimo incontro abbiamo approfondito le posizioni etiche dei RL, le differenze che li distinguono dai radicali e che hanno fatto preferire il centro-destra alla coalizione di Prodi. Ed ora…

E con la guerra? Siete vicini alle posizioni di Pannella?

I radicali sono un movimento che fa della nonviolenza una bandiera, noi al contrario non siamo ostili a priori all'uso della forza allo scopo di risolvere questioni internazionali, rovesciare dittature o, nel piccolo, difendere la proprietà privata.

Perché dovremmo preferire una vera economia di mercato ad uno stato sociale mastodontico? (Che poi tradotto fa: perché l'imprenditore deve avere più facilità a licenziarmi? Io cosa ci guadagno?)

Glom! Questa domanda potrebbe essere riassunta in: perchè è meglio il liberalismo del socialismo? Praticamente dovrei riportare tutto "Liberalismo" di Mises per rispondere a tale quesito. Provo a fare uno sforzo di ultra-sintesi.
Lo stato sociale nasce dall'esigenza di concretizzare la teoria della giustizia sociale, in base alla quale è necessario che i ricchi, cioè coloro che sono economicamente più elevati, debbano donare forzatamente parte dei loro averi ai meno abbienti, allo scopo di garantire loro le libertà positive. Ciò si traduce nell'esproprio violento dei beni prodotti con il lavoro di alcuni cittadini allo scopo di redistribuire tali beni a chi non ha la possibilità o la volontà di produrli. Di per sè, il concetto di giustizia sociale nasconde al suo interno una mostruosa ingiustizia: il furto.

A quel punto il socialista potrebbe obiettare che il povero non ha le possibilità economiche per realizzare le proprie opportunità, ma di fatto la realizzazione delle opportunità non è un diritto, specialmente se esse sono portate a termine violando il diritto altrui. L'unico diritto che una società liberale deve avere è la libertà negativa basata sul principio di non aggressione.

"Ma allora i poveri sono fregati?" - diranno i socialisti. Niente affatto, i poveri hanno la sopravvivenza assicurata grazie al mercato, il quale permette loro di accedere a prezzi che consentono la realizzazione di ogni opportunità, senza però gravare sui ceti produttivi. Di conseguenza il feedback parassitario creato dal concetto di giustizia sociale, in base al quale al cittadino meno abbiente conviene non lavorare e attendere i soldi dei fondi pubblici di disoccupazione, viene spazzato via introducendo il povero nell'ingranaggio del mercato. Affinchè infatti egli possa accedere alle merci Low cost, garantite dalla libera concorrenza, necessariamente dovrà produrre quanto basta per acquistarle. I poveri diventano dunque protagonisti nell'economia di mercato, invece che gravare sulle spalle del ceto medio.

A quel punto il grande interrogativo riguarda il mercato del lavoro. Se infatti il capitalista può licenziare il povero come vuole, difficilmente quest'ultimo potrebbe inserirsi agevolmente nell'economia di mercato.
Questo discorso viene sempre utilizzato dai socialisti allo scopo di attaccare il liberalismo. Essi pensano follemente di ridurre la disoccupazione generando mere associazioni corporative che chiamano sindacati. I sindacati, mediante l'appoggio dello stato, hanno la capacità di compiere ritorsioni legalizzate sui capitalisti e allo stesso modo di escludere forzatamente dal mercato del lavoro i lavoratori non sindacalizzati. Di fatto agiscono come gruppi di pressione che strozzano da una parte i lavoratori, dall'altra i padroni.
Se la soluzione alla disoccupazione proposta dai socialisti consiste nell'appesantire le imprese con legislazioni rigide sulle assunzioni, favorendo in tal modo l'incremento del lavoro nero, se non portando al collasso economico la stessa impresa, devastata dall'assenza di mercato del lavoro e quindi rischiando di mettere sul lastrico tutti i lavoratori, si spiega per quale motivo Bastiat avesse già a suo tempo immaginato un dialogo tra un Socialista ed un Economista. Entrare nel mercato del lavoro come precari conviene, se le alternative sono il lavoro nero o la disoccupazione.

Di certo, favorendo un'economia liberale, possiamo sperare di essere assunti in pianta stabile da una delle tante ditte esistenti sul libero mercato, che di certo non ha interesse nel licenziare chi vale; semmai, ha interesse nel sottrarre costui alle aziende rivali. Ma questo richiede, ovviamente, meno Stato, meno Confindustria, meno sindacato, meno politica.
Se invece speriamo di essere protetti da un welfare corporativo, che ci sostiene con le tasse altrui, saremmo condannati a vivere l'intera esistenza con il nostro miserevole stipendio di base, totalmente disinteressati dei progressi dell'azienda, a sua volta ignara della nostra sorte, attendendo che alla fine del mese qualcuno paghi. Quando non c'è competizione per la sopravvivenza, perchè darsi da fare per lavorare?
Basta stenderci su una roccia e attendere che passi lo Stato a mantenere noi e l'impresa che ci ospita. Se questa ristagnante assenza di meritocrazia è ciò che vogliono i socialisti, essi ci condanneranno presto a marcire nella mediocrità.

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