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venerdì 25 settembre 2020

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Recensione Musica: Dungen - 4

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Titolo: 4
Artista: Dungen
Etichetta: Kemado/Subliminal Sound
Anno d'uscita: 2008
Genere: Rock Psichedelico, Pop, Jazz
Voto: 8

Armonie, cesure, cambi di ritmo: il tutto diluito in un mare di psichedelica con (più di) qualche accenno jazzato. Loro sono i Dungen, quartetto svedese capitanato da Gustav Ejstes, in attività dal 2001 e alla loro quinta (nonostante il titolo dell’album) prova discografica. “4” è sicuramente il loro album più coinvolgente, quello in cui le “fonti” da cui hanno preso spunto sono un po’ più celate, velate da quel suono ormai prettamente “Dungen”: non è una questione timbrica, ma bensì d’atmosfere. Stiamo parlando degli Sigur Ros con batteria jazzata, di improvvisi squarci chitarristici in un rincorrersi di note cariche di nasalità wah wah e imperiosità distorsive, dei Grateful Dead uniti a Mike Oldfield. Il tutto, ovviamente, ambientato sotto il regno del Re Cremisi: spesso sentiamo la stessa medioevalità distillata con l’elettricità del lavoro d’esordio dei King Crimson.

“4”, dopo le prime tre tracce languide e jazzate, si squarcia con una coltellata di acidità psichedelica durante la strumentale “Samtidigt 1”, in cui le tonalità della chitarra di Peter Green si scontrano con quelle della scena neo psych dei Wildildlife e dei Dzjenghis Khan. Le atmosfere della splendida e iniziale “Satt att se” si ritrovano nella languida “Ingenting Äär sig likt”, con il suo pianoforte dominante e gli arpeggi delicati. Capolavoro indiscusso dell’album (e forse dell’intera carriera) è “Fredag”: atmosfere da pop-trip, un crescendo di acidità appassionante, improvvisi ritorni alla calma e nuove cavalcate musicali inaspettate, con una chitarra onirica nei suoi bending e nella sua qualità sonora. Forse la strumentale migliore dell’anno. Quattro minuti e venti che si concludono lasciando spazio alla beatelsiana “Finns det någon möjlighet”, marziale divertissement musicale in un mix tra il pop da giornata estivo/spensierata e l’orchestralità tipica degli archi e dei fiati qui dominanti. Grandioso il finale in crescendo condotto da boati di overdrive. Sembra un madrigale arabeggiante del 1500 l’incredibile “Mina damer och fasaner”, commistione di generi tra loro alquanto dissimili, tenuti a bada da un annuente ritmo in “palm mute” di chitarra. Rimembranze dei Colosseum di “Valentyne Suite”. Le ultime due tracce sono la meditativa seconda parte di “Samtidigt”, con un sound davvero molto simile ai Grateful Dead e alla loro “Dark Star”, e la moderata e sognante “Bandhagen”, con ritmiche di prima categoria.
Gustav Ejstese soci sono tornati e noi ci siamo resi conto di essere diventati loro convinti estimatori. Che album!

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