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giovedì 02 aprile 2020

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Recensione Musica: Portishead - Third

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Titolo: Third
Artista: Portishead
Etichetta: Island Records
Anno d'uscita: 2008
Genere: Trip Hop
Voto: 8,5

Ci sono cose la cui Bellezza non può esser cancellata da nulla, tantomeno dal tempo. Ne esistono altre che necessitano proprio di questo per essere incanalate e modellate al meglio, nella loro forma più consona. E sono solo degli attimi, momenti che passano sempre, quelli che sembrano divorare con le loro fiamme lo splendore del passato. Per poi scoprire, in un'alba qualunque, che niente è stato intaccato e che forse si può tornare a ciò per cui siamo nati. L'Arte della Musica, in questo caso.
Incipit utile -forse- alla comprensione di questo capolavoro, frutto la cui polpa ancora non ha raggiunto il sapore più "alto", ma lì pronta a sbocciare nella bontà assoluta.
Son trascorsi undici anni dall'omonimo album del diamante più fulgente di Bristol, e quattordici da "Dummy"; comunemente (e saggiamente) designato come lavoro definitivo, cuspide dell'intera scena appartenente alla cittadina britannica, oramai divenuta parte di quei generi tanto cari a un'intera generazione.
Il nostro sguardo è ciò che, probabilmente, descrive al meglio "Third": inevitabili le aspettative enormi alla notizia del ritorno che girava già da un pò, ci siamo apprestati un pò tutti ad ascoltarlo in anteprima -mesi orsono- in un silenzio quasi religioso, pregno di timori ed emozione, di ansia e nostalgia.
Son trascorse stagioni da quando la nuova gemma dei Portishead ha iniziato ad accompagnarci, acquistando perfezione in qualsiasi veste: durante il giorno così diligente nel cullarci in strambe melodie, mostrandoci quella dolcezza velata di tristezza, sempre pesante ma mai scontata nè opprimente; nel mezzo della notte, invece, ha assunto il volto del delirio: scuro come la pece, coi suoi bagliori color indaco, è il ritmo cittadino e metropolitano. Alienante in tutta la sua profondità.
Fra i pregi dell'album non c'è solo ciò che si rivela col tempo, quasi fosse un pezzetto di cioccolato fondente da addentare con placida attenzione in attesa di una qualche rivelazione organolettica, ma soprattutto il suo essere genuino. E' stato detto e ridetto una miriade di volte, ma non è mai abbastanza: i Portishead son tornati, non è un sogno, e l'hanno fatto nella maniera che non ci saremmo mai aspettati. Non crogiolandosi più in pensieri deleteri ("Sarà un successo o no?"), si son presi il loro tempo. Ed è sempre la miglior mossa, quando i fantasmi giungono ad attanagliare ed annebbiare la mente. E ci hanno regalato un vero e proprio gioiello dalle strane sfumature, così diverso da "Dummy" nel suo essere meno-noir ma non per questo meno intenso.
Una sorta di dialogo interiore in tutta libertà, in cui la splendida meravigliosa Beth Gibbons da' ancora una volta il meglio di sè. La sua voce, spietata e consolatoria al contempo, ci conduce pian piano nelle viscere della città mostrandoci non più quegli scenari fumosi e sensualmente bagnati d'alcool, ma un cuore pulsante in una stanza buia chiusa a chiave. Il battito appartiene al gruppo inglese, ovviamente, ma lo sentiamo nostro sin dall'inizio, nonostante le prime reazioni fra il basito e l'impaurito al contempo (chi non ha storto il naso la prima volta che ha ascoltato la chiusura-non chiusura di "Silence" alzi la mano, immediatamente).
Meccanica in musica, muscoli morsi da glaciali note in chiave industrial, sangue brillante come l'ispirazione che muove certi sentori progressive (emblematica "Small"), denti bianchissimi come un lenzuolo spiegazzato su un volto non più cianotico, dischiusi in un sorriso consapevole più che mai. Sì, conscio del tempo le cui lancette possono divenire lame, ed eloquente nell'essere perfettamente fedele a sè stesso.
Questo sono ora e sempre i Portishead: la mano ben oliata che muove le corde di una Musica che non è soltanto l'assoluta immagine di una generazione, di un'epoca alienata e completamente rinchiusa in un guscio freddo come l'acciaio. Ma un qualcosa che si eleva al di sopra delle parole, delle convenzioni, di descrizioni e tentativi di comunicare, fino a toccare il cielo e ciò che c'è oltre, ammesso ci sia qualcosa Oltre.
Basta ascoltare "The Rip", il canto nebuloso per eccellenza, col suo incedere delicato e la sua improvvisa esplosione in diecimila farfalle di bronzo che sbattono le ali contro il vetro di questa stanza in cui ci hanno intrappolato. Arriverà "Plastic", col suo suono-boomerang, ad infrangerlo e a farci credere che potremmo respirare per un istante, ma non accade neppure con l'ebbra "Deep Water". La discesa nella lucida incoscienza è sempre più vicina: "We Carry On" e "Machine Gun" sopraggiungono, e spazzano via tutte le speranze, definitivi ritratti di "Third".
Abbiamo atteso parecchio, persino nella scoperta delle più piccole sfaccettature che possiede quest'album. E la felicità ci batte nel cuore perchè i Portishead son di nuovo fra noi, e sorridiamo pensando a quando hanno detto loro che non sarebbe stato un successo. Per noi lo è, lo dimostrano pure le date nostrane del tour. Speriamo soltanto duri il più a lungo possibile perchè son questi i ritorni che meritano applausi, lacrime ed elogi.


The Rip

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