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sabato 19 settembre 2020

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Frank Gambale – Live at Big Mama

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26 Marzo del 2007. Altra serata al Big Mama, altro concerto bellissimo: gli appassionati di jazz, accorsi numerosi e calorosi, hanno potuto gustare le dolci note ritmate di uno dei chitarristi più bravi nella scena internazionale, Frank Gambale. Australiano di nascita, ma di evidente origine italiana, Frank ha da poco dato alla luce il suo nuovo album “Natural High”, accompagnato da due musicisti di primissimo livello come il bassista canadese Alain Caron e il virtuoso pianista venezuelano Otmaro Ruiz. Gambale ha grande fama negli ambienti specializzati nostrani e ha un gruppetto di fan incalliti che lo segue ogni volta che è “on the road” in Italia.

La sua carriera inizia negli anni ottanta quando, dopo essersi diplomato al “Guitar Institute of Technology” di Los Angeles, ottiene presso lo stesso ente una cattedra d’insegnamento quadriennale. Da li a breve prima un’apparizione con Jean-Luc Ponty e poi il grande Chick Corea lo chiama per entrare nella sua “ensamble” come prima chitarra, prendendo il posto di un uscente Scott Henderson.

Le sonorità di Gambale, anche nella dimensione trio, sono pulite, non effettate, cristalline, semplici: il mix che ne deriva tra la timbrica “standard jazz”, e le ritmiche spesso “free jazz”, creano un’atmosfera inconfondibile. Il modo di rapportarsi all’armonia di Gambale è l’arma in più: inventore della famigerata “sweep picking”, tecnica di battuta col plettro che definire “di velocità supersonica” sarebbe riduttivo, Frank gioca spesso, e molto volentieri, con i passaggi d’armonia da quelle lente e rarefatte, a quelle veloci e sincopate.

Gambale si presenta sul palco simpatico, anche visivamente (un incrocio tra Bisio e “La cosa” dei “Fantastici Quattro”), con un’indole tipicamente italiana (dopo poco inizia a parlare di cibo), sorridente e rilassato. Nel jazz quello che conta è il sorriso e il relax: questo trio, la lezione, l’ha appresa fino in fondo.

La mano sinistra di Gambale inizia a volteggiare iperbolica sulle note della bellissima “You Are All the Things”, sorretto da un Caron in gran spolvero e da un funambolico Ruiz.

Ripercorrendo la storia della foto che ha scelto per la copertina di “Natural High”, scattata da lui stesso sulle sponde del Lago di Lochness, Gambale introduce “Scottish Highlands”, eseguita in modo sbalorditivo: la ritmica, veramente molto complessa da eseguire, è stata effettuata senza batter ciglio. L’interpretazione, come sempre, è stata da standing ovation: la passione che viene trasmessa da questi musicisti è incredibile . Regola fissa: in ogni canzone c’è spazio per un assolo di tutti gli strumenti; on stage, quando si può dilatare la trama sonora, la regola diventa legge.

Tra le altre canzoni della serata segnaliamo la struggente “Principesa”, dedicata da Gambale alla madre recentemente scomparsa, il fantastico pianoforte di Ruiz in “We’ll Remember December”, l’allegra “Have You Met Tom Jones?” e una versione straordinaria della difficilissima “Another Cahallenger”, traccia migliore del nuovo album, dove anche il solo mantenimento del ritmo risulta a gente normale impossibile, in cui Ruiz per creare un effetto percussivo, muta le corde del piano che sta suonando (ascoltare per credere!).

Gambale è l’ultimo baluardo del suono pulito: sarà che la sua tecnica sovrumana glielo consente, sarà che ha buon gusto musicale, sarà che a noi il jazz piace così, ma questo ci è sembrato un concerto da 10 e lode.
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