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sabato 28 marzo 2020

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Live Report: Fratelli Calafuria @ Circolo degli Artisti

Due diversi punti di vista di una serata

22.11.2008 - Redazione



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http://sf.s26.dotnetsql.com/portali/Portals/9/_DSC0901.jpgCi vuole stile per suonare in tre

di Leonardo Rumori

"Considerando le costanti batteria-basso-chitarra, tre corpi posti su un palco inferiranno una spinta verso il pubblico la cui violenza è inversamente proporzionale alla lunghezza del muso delle persone che ne fanno parte". Credo che il secondo teorema del rock applicato alla meccanica dei power trio dovrebbe recitare così. Tutti abbiamo sempre creduto nel trio, fin da quando abbiamo sentito parlare di tali Nirvana, Green Day, Muse e compagnia bella. Risparmiandoci la retorica perchè "tre...bla bla...numero perfetto... bla bla", c'è da dire che di solito un gruppo che si mette in testa di essere un trio, difficilmente avrà seguiti negativi ed i Fratelli Calafuria non costituiscono alcuna eccezione. Un power trio milanese crudo, che a giudicare dai troppi "Fratelli Cala che?!?" è ancora vittima di una disarmente disinformazione sulle ultime novità veramente valide di gruppi che non siano i soliti disco-friendly dal taglio a scodella facile. Questo almeno dalle nostre parti.
Tuttavia la sala del Circolo degli Artisti, seppur timidamente, è riuscita a riempirsi in buona parte di gente che non avendo mai avuto a che fare con l'ottima band milanese sbarcata a Roma per la prima volta, ha saputo ricevere un'iniziazione più che adeguata a delle liriche trashissime unite ad un suno potente e graffiante mal supportato dagli ottimi fonici del locale, che a quanto pare stavolta hanno avuto qualche problema tecnico. Passando per "Amico di Plastica", "La Nobile Arte" e la tremenda - in senso entusiastico - "Uachi (la merendina)", i Fratelli Calafuria hanno dato una bella botta di vita ad un pubblico che sempre più spesso vuole scopripre il già sentito per la paura di essere deluso (leggi: per aver scoperto di aver buttato dieci euro di ingresso). Niente chiacchiere inutili tra una canzone e l'altra, niente captatio benevolentiae con frasi ad effetto. Solo brevi introduzioni composte, quasi educate a pezzi che sono delle vere e proprie bombe post-rock e che a quanto pare non hanno smosso più di tanto il pubblico dietro le prime file. Come dicono i protagonisti dello show in uno dei loro pezzi "perchè la gente ha paura delle cose a colori?". Perchè non si riesce ad uscire da certe attitudini di ascolto che guardano con favore alla ripresa di ciò che è stato (e sul quale magari si è anche sputato), invece di guardare a cosa c'è veramente di nuovo da gustare in tema di musica?
Andrà a finire come con il Teatro degli Orrori? All'esordio quattro gatti e alle date successive pienone e delirio dopo il passaparola?
Ancora abbiamo bisogno di cavie per sentire della buona, nuova, musica?

A volte quando le aspettative sono alte è facile rimanere delusi

di Olga malletta

Era da settimane ormai che nei miei timpani rimbalzavano i ritmi sincopati, le chitarre distorte minimal condite da armonizzazioni noise rock,  stoner, indie e funky, i vocalizzi richiamanti Prince e Mike Patton, intersecati tra falsetti da orgasmo progressivo, cori da stadio, ritornelli ossessivi e deliranti. I Fratelli Calafuria per l’esattezza. E poi il singolo, “La nobile arte”, esempio di come in Italia si possano ancora scrivere canzoni che fanno saltare per aria, con la semplicità dell’immediatezza di testi improbabili e (auto)ironici, che proprio nella loro apparente inconsistenza di significato nascondono la chiave della riuscita del pezzo. “La nobile arte di non fare un… da mattina a sera” ma poi “bisogna farsi attraversare dalle cose, yeah”. Sa come fare centro questo power trio milanese, emerso dal fervido guazzabuglio dell’underground lombardo, dopo anni di gavetta a suon di pane, live ed Ep. E lo sanno bene anche i due produttori della Massive Arts records : l’album,“Senza Titolo- Del fregarsene di Tutto e Del Non Fregarsene Di Niente” (è nella contraddizione che risiede l’alternativa adesso), non pecca di una virgola, è cerebrolesemente devastante e di forte impatto sonoro: il basso è il motore di un aliscafo, arrivano riff-mitraglia che si incastrano alla perfezione a momenti di respiro in cui il groove diventa lacca per capelli ed è la voce a farla da padrona. Per poi tornare all’imprevedibile schizofrenia di sperimentazioni, feedback,
giochi di chitarra e un po’ di disco-funky che ricorda gli Electric Six.
È questo il bello dei dischi registrati alla perfezione. Che poi non vedi l’ora di vedere la band dal vivo e scopri quanto lavoro c’è dietro. E quanto ti mangi le mani perché non era come te l’aspettavi, forse complice l’acustica non proprio gratificante ieri sera, non so perché,  forse perché c’è stato un imprevisto, direbbero i Fratelli. Mi guardo attorno e vedo il pubblico sconcertato, con un punto interrogativo in faccia…come a dire “ questi so venuti da Milano a prenderci in giro?”, alcuni vanno via, mentre intorno il ciarlare cresce a dismisura tanto che non riesco più a sentire il concerto. Come nelle feste liceali con il gruppo che nessuno si fila perché sono tutti impegni a rimorchiarsi a vicenda. E non c’è carisma del cantante che tenga. Né la rivisitazione in chiave rock di “No Vasco” di Jovanotti. Il frastuono si mischia a certe pecche ritmiche assolutamente evitabili, soprattutto da un gruppo dalle alte aspirazioni. Per suonare al Circolo degli Artisti ce ne vuole,ma quando una serata non va come previsto non ce la si può prendere con nessuno, se non con tutti. È una reazione a catena.
Un po’ di sana amarezza ogni tanto fa la differenza, speriamo che qualcuno prima o poi si renda conto di quante realtà valide ma purtroppo sconosciute ci sono nel sottosuolo musicale italiano. Prima che un’ignoranza auto-ghettizzante fagociti tutto.

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