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venerdì 17 gennaio 2020

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Live Report: Beach House + Jana Hunter @ Circolo degli Artisti

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Una musica ben educata, che scuote pur sfiorando appena, in una cornice che per una volta sembra diversa. Non migliore, non peggiore: ma il Circolo degli Artisti aveva un'aria differente, più riflessiva, più invernale. E il suono sembrava viaggiare anch'esso su un elemento diverso. La presenza tutt'altro che massiccia ha concesso addirittura qualche tavolino dentro la sala principale e a pochi metri dal palco, che vestiva la location in modo inconsueto. Il pubblico sembrava completamente assorto, ognuno nei propri pensieri, come se chiunque fosse entrato nella sala principale per ascoltare i Beach House quella sera avesse raggiunto con perfetta sincronia uno strano plateau, destinato a finire simultaneamente alla fine del concerto. Strana serata, invernale ma calda, splendida atmosfera.
Lodevole il tentativo di Jana Hunter di scaldare ulteriormente l'ambiente prima degli headliner, ma di nessun successo. Aggressiva cantante folk con qualche storia da raccontare, propone brani dai suoi due album, accolti tiepidamente sia dal pubblico che dalla critica. La texana è un artista acerba, e una promessa smentita smaccatamente. La sua ultima fatica a bassa fedeltà 'There is no Home' è  un album di scarso spessore. Anche dal vivo suona ballate sottotono e canzonette da sedia a dondolo, piene di muffa e malinconia, che risultano poco gradevoli, banali, quasi cacofoniche. Accolta in modo indifferente, si congeda in modo altrettanto mesto e cede il palco ai ben più attesi Beach House, fortunato progetto di Alex Scally, chitarra e tastiere, e Victoria Legrand, lead singer dalla voce versatile e dal timbro particolarissimo. Suonano tra pop e blues, ma  il paragone con gli Air non è affatto una licenza. La loro esibizione risulta di grande impatto, raffinata ma viscerale. E piace a pelle: i minuti sembrano di velluto, ma persistono come il vino rosso. Spiccano i brani tratti da Devotion, senza dubbio il loro miglior album, suonati con naturalezza sfrontata e con orgoglio comprensibile: il duo ha trovato e metabolizzato quanto di meglio si possa prendere ora da almeno tre diverse decadi musicali pur infondendovi molta personalità. Talento e la stessa invidiabile naturalezza sfrontata di chi sa di aver fatto un piccolo capolavoro ma riesce a proporlo con grazia e umiltà. Non sorprende in effetti vederli, madidi di sudore e birre in mano, mischiarsi a parlare con il pubblico elargendo titanici sorrisi pochi minuti dopo il concerto, affatto provati, come se fossero stati loro sotto il palco a godersi un live di rara bellezza. Mai stato vero come di fronte a questa immagine: ars est celare artem.

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