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Recensione Musica: Guns n' Roses - Chinese Democracy

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Titolo: Chinese Democracy
Artista: Guns n' Roses
Etichetta: Geffen
Anno di uscita: 2008
Genere: Rock, Hard Rock
Voto: 4,5

 

E’ uscito, signori e signore, il nuovo album dei Guns n’ Roses: “Chinese Demcracy”. Il D-Day è stato il 21 Novembre e, finalmente, dopo circa cinquemila giorni di lavorazione e tredici milioni di dollari spesi per la sola produzione (quindi senza contare i costi per le pubblicità e per il marketing), le nostre orecchie hanno messo i timpani sul nuovo progetto di Axl Rose. E se le vostre orecchie funzionano in modo simile alle nostre, questo album non è proprio nulla di che, anzi, non è nemmeno lontanamente paragonabile  ai loro precedenti album, i due “Use Your Illusion” e “Appetite For Destruction” (“The Spaghetti Incident?” è una collezione di cover di matrice punk e quindi lo escludiamo dalla competizione).
Il quesito principale da porsi è prima di ogni altro questo: “loro” chi? Chi sono oggi i Gn’R? Tutti sanno che di Slash, ex chitarrista della band ora con i deludenti Velvet Revolver, non c’è nulla, tranne la sua ombra che aleggia. Ma chi si nasconde dunque, con Rose, dietro al marchio delle “pistole e rose”, ora che del complesso originario è rimasto solo il tastierista Dizzy Reed?

Ecco l’elenco completo degli ufficiali all’uscita dell’album e per ognuno di loro si potrebbe parlare a lungo: Robin Finck, ex Nine Inch Nails, è alle chitarre e tastiere; Ron "Bumblefoot" Thal, ex solita discretamente conosciuto negli States e produttore discografico, anche lui alle sei corde; terzo chitarrista ufficiale è Richard Fortus, turnista di gente del livello di Enrique Iglesias, Ozzy Osbourne, DMX, Crystal Method, Gravity Kills, Billy Idol, Nena e Cindy Lauper. E questi sono solo i chitarristi. Al basso troviamo Tommy Stinson, ex Replacements; alle tastiere, mellotron (sì...mellotron!) e sintetizzatori Chris Pitman, fondatore degli Zaum con Danny Carey ora splendido batterista dei Tool; Frank Ferrer è il batterista, ex dei Psychedelic Furs. Chiudono il cerchio lo straripante (come da foto), e sempre più giovanile, Axl Rose e Dizzy Reed. In più vi si aggiunga all’elenco due collaboratori accreditati (ma non ufficiali) come Buckethead, virtuoso chitarrista terribilmente tecnico, e Bryan "Brain" Mantia, ex batterista di gruppi come PrimusGodflesh.
   
Dopo tredici anni di lavorazione (qualcuno dice addirittura quindici) il pubblico fedele ad Axl si aspettava un lavoro perfetto, la summa artistica di quello che ha rappresentato la musica nel XX secolo e nel primo decennio del XXI. Dispiace dire che coloro che credevano in questa ipotesi, assurda già in partenza, sono rimasti davvero con un palmo di naso. Ad essere onesti la quasi perfezione è stata raggiunta nella ricerca del suono, nella qualità del missaggio, gonfio ma pulito, ma questo lo si dava per scontato sia per la lunghezza dei lavori di registrazione, sia per i soldi spesi. Ci mancava solo che facessero errori anche in questo.

L’album di per sé, non è male. Ma non è nemmeno bene. Semplicemente non è, e non avrebbe dovuto essere: Axl Rose ha finalmente composto l’album con i chitarroni industriali (e qui è merito, forse, dell’innesto di Finck) che tanto voleva produrre alla fine degli anni novanta, quando, con ritardo di qualche anno, si voleva agganciare al successo di gruppi come i Nine Inch Nails, padrini delle dinamiche del genere “industrial rock” che, all’epoca, faceva fuoco e fiamme. La differenza è questa: ci ricordiamo di “The Downward Spiral” con piacere e affetto, perché uscì a momento giusto, nel 1994. Quando penseremo a “Chinese Demcracy” penseremo prima ai ritardi di produzione, poi ai continui cambi di gruppo, al Jack Daniel’s in eccesso nelle vene dei nostri, all’occasione persa, ai soldi usati per un lavoro che si poteva (mutatis mutandis: leggi qualità della registrazione) comporre anche in un paio d’anni e senza tanti patemi. Il lavoro “definitivo” non è arrivato: certamente ci sono i due singoli (“Chinese Democracy” e “Better”) che avvinceranno giovani e vecchi ascoltatori di rock, poi “Shackler’s Revenge”, pastosa al punto giusto, ma null’altro, solo canzoni dilatate e ridondanti sulla falsariga di “November Rain” e dei Queen del secondo periodo. Bisogna dire, però, che quest’album non è nemmeno quell’accozzaglia patetica che tanta gente si augurava di sentire, è semplicemente un album, un oggetto, della musica ben registrata e che può essere ascoltata o meno, tanto non cambia proprio nulla. Lo potete osannare oppure utilizzate per pareggiare le gambe del tavolo, entrambe sono soluzioni ingenue. A noi piace ignorarlo e immaginarci quello che avrebbe potuto essere e che, molto impietosamente, non è.

Chinese Democracy

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