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giovedì 06 agosto 2020

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Ad aprire la serata dei Satyricon prima ancora del gruppo spalla (tali Zonaria, gruppo black -death metal svedese) c’era un rutto altisonante propagatosi nel cortile e poi manifestatosi a più riprese. Beh, d’altronde un vero metallaro si distingue persino per questo. Anche se, per l’esattezza, questo è black metal norvegese. Qui dominano atmosfere cupe e fredde che rievocano paesaggi tipicamente nordici, momenti di furia cieca definiti da tempi ultraveloci, dove chitarre potenti e voci glaciali si alternano a passaggi più epici fatti di cori vichinghi e momenti acustici.Dunque, un genere alquanto dogmatico e che poco si presta alla sperimentazione. Ma loro sono l’eccezione che conferma la regola. Rinnovatisi dai tempi ormai lontani di “Dark Medieval Times” (1993) – dove il fascino per il Medioevo s’imponeva sull’uso di strumenti acustici e a fiato (alquanto atipici per il genere da loro suonato) nell’arco del tempo hanno adottato suoni più industrial e massicci, così realizzando una complessità compositiva non indifferente.  Ed ora eccoli in sede Live. Sul palco appare la batteria, ornata di corna pagane; in primo piano una pacchiana asta a tridente per il microfono. Le luci calano e arrivano i Satyricon.                                                                                         Puntuali ed eleganti. L’inizio non poteva che essere elettrizzante: sulle note infernali di “Repined Bastard Nation” [uno dei motivi più belli di ‘Volcano’ (2002), il primo vero album della fase sperimentale] il pubblico esplode, incitato dal frontman Satyr che, in antitesi con il look pulito  - poco confacente all’essere rockstar - riesce comunque ad esser maligno e trascinante. L’atmosfera è esaltante. Subito seguono pezzi più recenti come “Now Diabolical” e “K.I.N.G.”, e poi “Fuel For Hatred”e almeno quattro pezzi dall’ultimo appena uscito ‘The Age Of Nero’; non potevano mancare vecchi baluardi quali ‘Forhekset” (tratto dal leggendario “Nemesis Divina”) e “Walk The Path Of Sorrow”. Lo  spirito degli esordi si confonde con l’evoluzione sonora nei riff scarni al limite del thrash e nelle ritmiche cadenzate; acustica buona, tale da riprodurre i suoni in modo che i pezzi siano riconoscibilissimi. Tra urla, spintoni e bestemmie varie, gli applausi maggiori sono rivolti al duo che ruota attorno alle figure carismatiche di Satyr (voce) e del fido scudiero Frost (batteria). Lo stesso Satyr che tra un pezzo e l’altro si lascia sfuggire qualche dichiarazione da adulatore : “per chi viaggia tanto come me non c’è niente di meglio che stare a casa propria, ma l’unico posto dove vengo con piacere è Roma, una città magica, la più bella del mondo”. Liberi di crederci o meno, è con la gelida “Mother North”, richiesta a gran voce dai presenti – in particolar modo dai sedicenni, praticamente fin dall’inizio – che si conclude il concerto. Satyricon idonei (a dispetto delle critiche riversatesi sull’ultimo “The Age of Nero”) per il gioco da loro magistralmente condotto, ovvero nell’aver riposto senza indugio gli scheletri nell’armadio.

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