Strict Standards: Only variables should be passed by reference in /web/htdocs/www.mpnews.it/home/archivio/config/routing.php on line 4
MP News | Archivio
collabora redazione chi siamo


domenica 19 gennaio 2020

  • MP News
  • Musica

In una parola: De Andrè

12.01.2009 - Valentina Berdozzi



RECENSIONE - La via del basso di Franco Di Donato

Bassista tra i più virtuosi e apprezzati nel panorama italiano ed europeo, pubblica ora un doppio singolo e un...
Leggi l'articolo

SPETTACOLI - La Roma S...Canzonata di Sandro Scapicchio

Venerdì 15 maggio 2015 allo storico Teatro cabaret "Il Puff" di Trastevere lo spettacolo-recital del cantautore...
Leggi l'articolo

APPUNTAMENTI - Enrico Dindo e i Solisti di Pavia

Giovedì 23 aprile, alle 21, presso il Collegio Borromeo di Pavia, una serata all'insegna di Schubert
Leggi l'articolo

Padre del cantautorato italiano, maestro, poeta, chansonnier, artista impegnato, anticonformista, lucido e spietato fotografo della realtà. Giocoliere di parole, finemente ironico e auto-ironico nel cantare la sua vita, romanticamente sensibile nel presentare le peripezie degli ultimi, degli emarginati, dei derelitti, degli eroi malvisti dal buon senso comune. Tutto questo e molto altro ancora è Fabrizio De Andrè, scomparso in una gelida notte milanese l’11 gennaio di dieci anni fa. Ritratti e articoli, epigrafi e aneddoti, hanno accompagnato con vortici di parole la sua scomparsa e circondano ancora la sua figura, ad anni di distanza. Perché De Andrè è il cuore della canzone italiana d’autore e fiumi di inchiostro e di ricordi non bastano a definire la sua personale rivoluzione, l’impeto di ribellione e rilettura della sua vita, sconfinato poi anche nella sua musica. Un anarchico, come lo ha definito in un suo celebre articolo uscito nel settembre 1997 sul “Corriere della Sera”, Fernanda Pivano. Un anarchico, un critico. Ma non della genia di quelli che, dall’alto della loro supponenza, giudicano tutto e tutti con spietata indifferenza, con quell’espressione di superiorità di chi sa che la propria visione è la più giusta. Il giudizio di De Andrè è quello di un uomo che giudica un mondo vissuto e sentito in prima persona, visto da vicino, esaminato, parcellizzato, diviso in tanti frammenti di vita, spesso leggera, spesso frivola, spesso disagiata, spesso cruda e difficile. E’ da questa vicinanza, e dal desiderio di dare voce e dignità anche all’incredibile mondo degli ultimi, che nasce la poesia di De Andrè. In testi delicati ma intensi, fatti di parole che si susseguono in rime e assonanze (perché, ammette lo stesso cantautore, la rima permette di rendere ancora più coeso il testo e di farlo vivere, oltre che come unità musicale, anche come tutt’uno testuale), avvolti da melodie ricercate elaborate e mai scontate vivono le storie di tutti: vivono le passioni amorose e proibite di Dolcenera, i sogni spezzati di Marinella, i turbinii erotici ridestati da Bocca di Rosa, la tragedia della vergogna di Michè, la guerra di Piero, la “vocazione al trionfo e al pianto” di Giovanna D’arco, la dignità mafiosa di Don Raffaè, il testamento spirituale di Tito, denso più di domande e titubanza che di salde risposte. Ma a queste storie, in una galleria di ritratti in cui “nella pietà che non cede al rancore, Madre, ho imparato l’amore” - dice De Andrè ancora nel Testamento di Tito - si aggiungono quelle dei drogati, dei pervertiti, dei pedofili di “Tutti morimmo a stento”, album dark del 1968; si aggiunge la voce dei Vangeli apocrifi de “La buona novella”, in cui la figura di Cristo e della Sacra Famiglia sono allontanate da qualsiasi sacralità e rimangono vincolo di amore e fede in una realtà quotidiana, spogliata di ogni apparato esteriore; entra tramite “Non al denaro, non all’amore né al cielo” del 1971 l’esperienza degli emarginati della Spoon River Anthology, capolavoro di Egdar Lee Masters; arriva la contestazione, la ribellione, lo spirito del Maggio francese e della rivolta sessantottina tramite il capolavoro del 1973 “Storia di un impiegato”; arriva la storia del pescatore e l’atmosfera marinara e sonoramente così ricercata e unica, così fieramente De Andreiana, di “Creuza de mä”; arrivano i potenti, con il loro uso dispotico e personale del potere e i poveri soggiogati e rassegnati de “Le Nuvole”; arriva la solitudine di “Anime salve”, ultimo concept album dell’artista. Ma arriva anche l’omosessualità e la “Storia sbagliata” di Pier Paolo Pisolini, “l’unica canzone su commissione che abbia mai scritto” – ammette De Andrè – e arriva la commovente storia di Via Del Campo, come luogo tanto deprecabile alla luce del sole quanto ingordamente desiderabile al chiaror di luna. Insomma un mondo canoro, che riflette pienamente quello reale, di decenni andati ma anche di tempi futuri, popolato di tante e tante storie. Alcune frivole e leggere, altre dense e dolorose, ma tutte sottolineate nella loro dignità di essere. Parlare delle canzoni di De Andrè non è certamente facile: si può sottolineare la qualità e la solidità dei suoi testi, la purezza del suo punto di vista, la coerenza del suo pensiero, la religione della fede, della speranza e del perdono che però non si identifica in un credo vero e proprio, l’amore che domina e riempie ogni sguardo. Si può puntare il dito sulla ricerca e sulla sperimentazione musicale, con un repertorio di melodie sempre nuovo, sempre originale, sempre preso da richiami diversi; oppure si può notare l’attenzione alla resa linguistica, a quella lingua e quel suo uso così preciso, quasi alla maniera di Petrarca: modularla, piegarla, enfatizzarla, renderla pienamente espressiva e inarcarla giocandoci, ma dando ad ogni sillaba un valore preciso e quel proprio e specifico significato. Ci si può soffermare sui suoi testi, pronunciati con una voce suadente, calda, profonda; quei testi per cui molti critici hanno sempre riconosciuto in lui la figura di un poeta e di un cantastorie. Si può dire del suo carattere, apparentemente così spigoloso, schivo, freddo, lontano ma, in realtà, impegnato in battaglie civili e appassionato alla vita e al destino dell’uomo. Si può parlare del suo genio, del suo merito di aver dato dignità alla canzone d’autore carsica e di essere stato il primo vero esempio di cantautore lontano dal mondo della televisione; si può scavare nei lati più reconditi del suo carattere e scoprire un gran terrore delle esibizioni al pubblico, poi vinto solo più tardi, o una grande meticolosità in sala d’incisione. Si può parlare di questo e di molto altro e sicuramente la ricorrenza darà modo a molti di farlo. Si può parlare della musica di De Andrè oppure si può, semplicemente, chiudere gli occhi, ascoltare e lasciarsi cullare. Innamorarsi delle canzoni di un grande artista. Forte come la vita, poliedrico come le storie uscite dalla cassa della sua chitarra, libero come il mare, sincero come la sua umanità, infinito come il perdono.

BlinkListDiggFacebookFurlGoogleLinkedInLiveMySpaceNetscapeNetvibesNewsVineOk NotiziePliggPliggaloPostanotiziePrintRankaloSegnaloStumbleUponTechnoratiTechnotizieTwitterYahooBuzzdel.icio.usemailfainformazione.it

Commenti

Per poter lasciare un commento devi prima effettuare il login o registrarti al sito.