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martedì 29 settembre 2020

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Recensione : 24 Grana - Ghostwriters

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Titolo: Ghostwriters
Artista: 24 Grana
Etichetta: Sintesi 3000/La Canzonetta
Anno di uscita: 2008
Genere: electro/reggae/dub
Voto: 7

 

Devo ammettere che dei 24 Grana e del loro electro/reggae/dub in salsa bristol-partenopea non sono mai stato appassionato. Per questo motivo mi sono avvicinato a Ghostwriters con una certa circospezione e solo perché caldamente consigliato da amici degni di fiducia e da una bella recensione apparsa su una rivista specializzata qualche tempo fa.
Beh, ragazzi, fin dalle prime note della bellissima Luntano ci si accorge di essere di fronte ad un lavoro splendido, maturo, lontano mille anni luce da ciò che il gruppo aveva prodotto in precedenza (questo non è un pregio in sé, intendiamoci, ma certo lo è per me). Quello che qualcuno chiama cambio di rotta e che per me rappresenta invece, dal punto di vista musicale, una vera e propria rivoluzione, è lampante. Gli inserti elettronici sono molto limitati, sempre al servizio dell’atmosfera che il pezzo vuole evocare, mai sopra le righe. Per il resto una chitarra dal suono pulito o a tratti leggermente saturo (il lavoro di Fontanella è eccelso), un basso vivo e corposo ma che mai si macchia di tinte dub, una batteria mai campionata, una produzione sublime. E poi quella voce, quel cantato grazie al quale Di Bella riesce a creare un ponte tra la secolare tradizione della canzone napoletana ed il rock, dando al disco un respiro allo stesso tempo tradizionale e internazionale. Il termine Glocalismo, coniato per descrivere ben altri scenari, si sposa perfettamente al suono di questi 24 Grana che utilizzano per l'occasione tanto l'italiano, con il contributo di Riccardo Sinigallia (nella incantevole Avere una vita davanti) e di Filippo Gatti (nella poco riuscita Verità, unico neo di quest’ottimo disco), quanto il dialetto, modalità espressiva che da sempre caratterizza la loro produzione. Non si fa notare troppo, a proposito di ospiti “illustri”, Marina Rei che nella profondissima Smania 'e cagnà (unico pezzo in cui compare qualche timida pennata in levare a ricordare vagamente le sonorità del passato) accompagna Di Bella come seconda voce nel ritornello.
Ma forse il punto più alto di un’opera che resta quasi sempre su alti livelli è Carcere, storia atroce e bellissima di soprusi e ingiustizie (Mariscialle e guapparia fanno 'na sola cunsurtaria...) e il senso di amarezza che lascia è solo parzialmente mitigato dal pop arpeggiato e apparentemente luminoso della successiva Accireme. Carcere racconta di una disperazione silenziosa, di una rabbiosa acquiescenza che consuma giorno dopo giorno e ben rappresenta un disco permeato da un’atmosfera amara dove la rabbia, se non in rassegnazione, si trasforma in riflessiva disillusione, in livida introversione, nella ricerca della consolazione nelle piccole cose (E vote pure na fenestra te po’ cunsula’...).

Carcere

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